“Hanno lasciato i nostri figli affogare”. Naufragio di Lampedusa, i sopravvissuti chiedono giustizia.

La sera del 10 ottobre 2013, dalla città di Zuwara, sulle coste nord occidentali della Libia, parte un peschereccio con a bordo 480 profughi siriani. Fuggono dalla guerra civile, molti di loro vengono da Aleppo. Alle 17.07 del giorno successivo, l’11 ottobre. Il peschereccio si capovolge in un punto del Mediterraneo a circa 50 miglia nautiche a sud  di Lampedusa e a 180 miglia nautiche da Malta. Il bilancio della tragedia si conclude con 212 sopravvissuti, 26 cadaveri recuperati, almeno 268 dispersi in mare e mai più ritrovati, 60 dei quali bambini.   Le persone a bordo dotate di un telefono satellitare, contattarono più volte la Guardia Costiera italiana in qualità di MRCC (Maritime Rescue Coordination Center), che riferisce direttamente al Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture. Il coordinamento dei soccorsi subisce molti ritardi, anche a causa del convincimento del IMRCC (Italian Maritime Rescue and Coordination Center) che la competenza non sia italiana ma maltese. Tali ritardi nel coordinamento, nonostante la presenza nelle vicinanze del peschereccio di diverse imbarcazioni che avrebbero potuto soccorrere in tempo i profughi, hanno fatto sì che al momento del naufragio, che avviene alle 17.07 dell’11 ottobre 2013, non ci siano soccorsi immediati e che molte delle persone a bordo, tra cui 60 bambini, perdano la vita.

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Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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