HONDURAS: LA GRANDE MARCIA DEGLI ULTIMI DELLA TERRA

” Anche noi abbiamo diritto a vivere. Siamo esseri umani, vogliamo una vita degna di essere vissuta. A casa nostra non è possibile. Abbiamo il dovere di cercare altrove. Dio ci aiuterà a varcare ogni frontiera”.
Sono partiti in 160 da San Pedro Sula, in Honduras, venerdì 12 ottobre: il giorno della scoperta dell’America. Destinazione Stati Uniti, una vita diversa e migliore. Rapidamente le loro fila si sono ingrossate. Ora sono 7.000, forse più, dall’Honduras, ma anche da El Salvador e dal Guatemala. Gli ultimi della terra, di quel centro America disperato e affamato, piagato da ogni possibile sventura.
Donald Trump, in piena campagna elettorale per le elezioni di mezzo mandato, li ha bollati di criminali e trafficanti di droga e ha minacciato sanzioni e blocco degli aiuti ai loro paesi di provenienza se non verranno fermati. In realtà è solo povera gente, un’infinità di piccole donne con le loro creature al seguito.
Hanno passato il confine del Guatemala. In tanti sono stati arrestati e rispediti indietro. Ma la marcia non si è arrestata. E’ divenuta anzi un fiume in piena che ha sfondato le barriere tra Guatemala e Messico. La meta è oramai vicina.
Trump ha mobilitato l’esercito. I suoi emissari hanno chiesto con durezza alle autorità messicane di impedire che la marcia arrivi ai confini degli Stati Uniti. Ha per ora incontrato scarsa udienza. Sia in Guatemala che in Messico, la popolazione è sempre più solidale con i disperati in cammino e nessuno se la sente di mettersi contro un sogno che anche in questi paesi è quello di tanti. Nessuno, poi, in Messico dimentica le politiche anti immigrati di Trump e la feroce e inumana deportazione di migranti messicani in atto, arrivata a separare mogli da mariti, figli dai genitori.
A essere messi in discussione non sono i confini legali, ma quelli inumani che separano benessere da miseria, condannando intere popolazioni alla non vita e tutto ciò per volere oramai secolare di chi oggi si appella contro l’immigrazione illegale.
” E’ colpa loro, solo colpa loro, se andiamo via dalle nostre terre. Sono loro ad averci rubato la vita, a viver da ricchi sulla pelle dei nostri figli”. Questa la convinzione oramai radicata nei cuori e nelle menti dei disperati in marcia.
L’Honduras è oggi uno dei paesi più violenti del mondo, nelle mani di bande di narcotrafficanti. La miseria alimenta le loro fila e la corruzione politica copre i mercanti della morte. Prima di questo un’infinita sequenza di colpi di stato sanguinosi perché il paese restasse cortile di casa degli Stati Uniti e base delle operazioni segrete americane in centro America. Una repubblica delle banane nelle mani di potenti compagnie multinazionali, innanzitutto la United Fruit, oggi Chiquita Brands International. Per i campesinos solo sangue e miseria. Chiunque abbia alzato la testa è stato massacrato, come Berta Cáceres, leader degli indigeni Lenca, attivista e ambientalista vincitrice nel 2015 del “premio Nobel” per la protezione dell’ambiente (il Goldman Environmental Prize), fu assassinata a colpi di arma da fuoco nella sua casa a La Esperanza. Una morte annunciata da una lunga serie di minacce iniziate ben prima della sua decisione di opporsi alla costruzione di una diga sul fiume Gualcarque.
Un paese che, primo al mondo, ha scelto di rinunciare alla propria sovranità nazionale, cedendo ampi territori alle multinazionali americane e europee, che ergono città ultramoderne con tanto di grattacieli, università, ospedali, centri commerciali, centri benessere e tante altre strutture in grado di soddisfare ogni necessità o capriccio ereditate da alte mura guardate a vista. Ma non è tutto. Sebbene si trovino nel bel mezzo di metropoli onduregne, tali comunità hanno leggi proprie, basate sulla giurisprudenza anglosassone. La stessa vigente nei Paesi da cui gli investitori provengono. Persino la lingua nazionale dell’Honduras, lo spagnolo, non è utilizzata nei ricchissimi centri urbani costruiti dalle multinazionali, dove si parla solo inglese. Non a caso, anglofono è anche il nome con cui le città autonome vengono chiamate: “Charter Cities” (città a noleggio).

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