I petrodollari sauditi avvelenano l’Africa

L’Arabia Saudita stende la sua pericolosa ragnatela geopolitica anche sull’Etiopia e l’Eritrea. Questi due paesi, dopo 20 anni di conflitto, hanno raggiunto il 9 luglio un’intesa definita «dichiarazione di pace e di amicizia». E a mettere il sigillo finale su questo accordo è stato il re dell’Arabia Saudita in una cerimonia avvenuta il 16 settembre, a Gedda. Davanti al monarca del Golfo, il premier etiope e il presidente eritreo hanno firmato l’accordo di pace. Presenti all’evento – come comparse -, il segretario generale dell’Onu e un rappresentante dell’Unione africana.

Ma perché è stata proprio l’Arabia Saudita a occuparsi della faccenda? Non è l’Onu che ha il compito di gestire in primis i conflitti tra i suoi stati membri? È, purtroppo, l’immobilismo dell’Onu a consentire l’affermarsi di situazioni come questa. Una situazione paradossale dove il paese che ha fondato al-Qaida – che ha contribuito alla distruzione della Siria e che sta conducendo una guerra spietata contro lo Yemen – si erge a mediatore per la pace tra due paesi africani. Il piromane non fa il pompiere! Dal 2015 diversi paesi africani, tra i quali Sudan, Senegal e Gibuti, combattono a fianco del regno saudita contro il popolo yemenita.

Non vi è nulla di pacifico o umanitario nella mossa diplomatica di Riyadh nei confronti di Addis Abeba e Asmara. Solo grossi interessi geostrategici dei sauditi in Africa. L’Eritrea è vicina a Bab al-Mandeb, lo stretto che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa. Un passaggio strategico che collega il golfo di Aden al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez in Egitto, attraverso cui transita una buona parte del traffico commerciale internazionale (4,8 milioni di barili di petrolio al giorno nel 2016, secondo la U.S. Energy Information Administration).

Riyadh sta cercando di consolidare la sua presenza in questo stretto. Ha sotto controllo Gibuti e Somaliland (regione settentrionale della Somalia, auto-proclamatasi indipendente, con una bandiera che richiama quella saudita). L’Arabia Saudita vede nell’Iran una minaccia per i suoi interessi geostrategici. Per questo motivo cerca di conquistare lo Yemen, alleato di Teheran. Ma Bab al-Mandeb è strategico anche per gli Stati Uniti e l’Europa, che tacciono sul dramma yemenita perché Riyadh è un alleato che fa il lavoro sporco nello Yemen per frenare l’avanzata geopolitica dell’Iran nella regione.

La presenza dei sauditi si estende tuttavia sull’intero continente attraverso la diplomazia del dollaro. La Banca islamica di sviluppo gestisce in Africa 45 miliardi di dollari, usati per corrompere politici, capi di stato o per finanziare le milizie armate vicine all’ideologia wahabita, o ancora per comprare le terre coltivabili degli africani…

Altro strumento di penetrazione da parte dei sauditi è la religione. L’islam è la seconda religione in Africa, dopo il cristianesimo. Oggi nel continente operano organizzazioni caritative islamiche finanziate da Riyadh che fanno un impetuoso proselitismo dal volto radicale estremista, che rischia di sfigurare il volto umano dell’islam dell’Africa nera. I dollari wahabiti sono un veleno distruttivo.

di Mostafa El Ayoubi per NIGRIZIA

Segnalazioni: rubrica a cura di Sergio Falcone

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