La girl è tornata. La sono andata a prendere all’arrivo del flixbus. Si è divertita. È stata bene. Ne sono sicura.

Eppure, appena mi ha visto mi ha detto che non ha chiuso occhio. Me l’aspettavo felice invece sembrava nervosa.

Siamo andate verso la moto, che poi è uno scooter, e la sua valigia ha fatto un po’ fatica ad entrare tra il sellino e manubrio.
“Come potevi pensare di venirmi a prendere con la moto!” ha esclamato contrita.
Con cosa avrei potuto andare, visto che non abbiamo la macchina, io non lo so!, le avrei dovuto rispondere, invece, mi sono armata di pazienza, ho infilato la valigia, siamo partite.

Arrivati a casa, sua sorella ha capito subito che l’umore era pessimo.” Bentornata!” le ha detto ironica ed è sparita. Ha capito.

La girl grande si è fatta la doccia, sul fatto che io le avessi messo l’ accappatoio sul calorifero, nemmeno una parola, poi è andata a dormire.

Quando si è svegliata, la piccola era uscita. Siamo rimaste sole. Ho provato a farle qualche domanda, le ho chiesto di farmi vedere qualche foto. Mi ha risposto scocciata: “Sei una pressa!”.

Pressa=Macchina operatrice capace di sviluppare elevatissime forze di pressione, atte a deformare plasticamente il materiale in lavorazione fino a ridurlo alla forma desiderata.

Ho mollato la presa. Non voglio essere una pressa. L’ho ringraziata per il rossetto che mi ha portato, lei mi ha accennato un sorriso. Niente di che. Ero scioccata dalla mia capacità di controllo visto che l’avrei uccisa.

La sera il mio compagno era senza figli, ma la girl era appena tornata e a me dispiace lasciarla da sola, così ognuno a casa propria.

Peccato che lei si sia chiusa in camera e non ne sia più uscita. Se bussavo grugniva. Qualsiasi cosa fosse successa, la colpa era mia.

Ogni tanto la sentivo parlare al telefono con alcune amiche. A volte rideva, altre sembra in ricerca di una soluzione.

Mi sono messa le cuffie, ho aperto un libro e ho spinto il cuore dentro alla lettura. Pensando che lui, il mio compagno, era di là e stesse facendo la stessa cosa.

Io di qua con la girl, chiusa fuori.

Ho pensato a quanto sia difficile l’adolescenza. Per loro e per noi. Per quanto mi riguarda, per lo più, ho l’accesso negato.

In questi momenti in cui la girl ricerca la solitudine, in cui ha bisogno di un tempo tutto suo, in cui mi taglia fuori, mi chiedo chi sia. Se la conosco. E ho la certezza che non potrò più sapere tutto di lei,  che non mi apparterrà più come succedeva da bambina.

Questo cambia. E, volenti o nolenti, dobbiamo adattarci al loro nuovo sentire.

Lei desidera stare lontano da me, ne ha bisogno per cercarsi e conoscersi.

Io segno il territorio, con il mio libro in mano, ci sono, ma, in alcuni momenti le do fastidio. Il mondo degli adulti le dà fastidio e io rappresento quel mondo.

Mi sa che non posso fare altro che stare nelle retrovie, sperando di carpirne il benessere o il malessere, tendere le orecchie e sperare di avere intuizioni buone, perché, questa è l’età in cui ci tagliano fuori.

Ebbene sì, non sono la sua migliore amica. Non sono la sua confidente, sono sua madre.

Una madre, in questo momento, da cui guardarsi. Adulta, con i capelli, come dicono le due merdacce, leccati da una mucca, le unghie di un colore terribile, le rughe e la pancia.

Sono sua madre e lei, a volte, mi appare qualcosa di sconosciuto. Di imprendibile. Credo che sia questo dell’adolescenza a farmi paura: non sempre so chi è. Prima lo sapevo, ora non più.

È questo a cui mi devo abituare se voglio vederla crescere. Accettare che alcune parti di lei, da adesso in poi, rimangano ignote.

Amare ciò che non conosco che intuisco, ma rimarrà un segreto, estraneo, perché appartiene solo a lei. Come un’identità.

Se non fosse così, saremmo una cosa sola e lei avrebbe sempre bisogno di me. Mi sembra si chiami simbiosi. Figli attaccati  alle madri, madri ai figli, che non si capisce più chi siano uno o l’altro.

Di una cosa sono certa: desidero che cresca, anche se questo vorrà dire non avere più l’accesso diretto.
Sarò una fermata. Una casa. Un luogo.
Non importa. Qualcosa sarò. Troverò un modo per starle vicino.

Le cose cambiano. I figli crescono. Quello che siamo insieme, pure. Nulla si controlla. E l’adolescenza, grazie a Dio, passa.

Diventano adulti. Con i loro tormenti. Le loro gioie. I loro segreti.

Proprio come noi.

Penny

( Ho 45 anni. Insegno. Sono madre di due ragazze adolescenti. Un divorzio alle spalle doloroso Per questo, a volte, corro e scappo. Poi torno. Quasi subito. )