I nostri eroi. E’ morto Palden Gyatso, il monaco che non sapeva odiare.

“Durante i suoi lunghi anni di detenzione, le innumerevoli e crudeli torture subite, ha mai temuto di perdere qualcosa?”
“Si, la compassione nei confronti dei miei torturatori.”
Palden Gyatso, monaco tibetano ed ex prigioniero di coscienza, si è spento all’età di 85 anni.

Arrestato nel 1959, passò 33 anni in vari campi di prigionia della Repubblica Popolare Cinese solo perché rifiutava di ammettere che il Tibet appartenesse alla Cina.
Per tutto quel tempo venne torturato brutalmente e vide morire uno a uno tanti suoi compagni di prigionia, di stenti, per la tortura o perché messi a morte.
Quando venne finalmente liberato, fu bandiera vivente contro ogni oppressione e contro la tortura. A dispetto di quello che aveva subito non ebbe mai parole di odio o di rabbia nei confronti dei suoi torturatori e dei suoi aguzzini. Eppure gli era stato fatto di tutto…

….”Quando mi arrestarono, nel 1959, ero un giovane studente nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiarono dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all’indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all’aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe.

…….ci costringevano a vedere filmati come quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache toglievano la verginità utilizzando dei bastoni elettrici o altri oggetti in quanti il PCC non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti.
…quando mi arrestarono per la seconda volta un carceriere mi urlò: “Eccoti l’indipendenza”. E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche – non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto.

Come Gyatso ha resistito trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero.

“Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s’impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili”…nel tempo le torture divennero più sofisticate.
Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un’altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue”.
.. verso la fine degli anni ottanta mi dissero che ero libero, rimasi incredulo. Uscito di prigione venivo pedinato da ufficiali cinesi. ”

Prima di morire Palden Gyatso ha chiesto di non subire più interventi medici invasivi: “Ho 85 anni, ho vissuto una vita lunga e piena di benedizioni”.

Di lui, il Dalai Lama dice:
“La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d’ispirazione per tutti noi”.

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