Il commercio di schiavi è il peccato originale degli americani

È alla radice dell’avidità di Wall Street e di un rapporto di forza fra aziende e lavoratori impensabile in gran parte d’Europa. Ha instillato nella società Usa il livello di tolleranza per le disuguaglianze che è alla base di estremi paradossali di povertà e di ricchezza. Ha fatto da fondamenta a una crescita economica senza precedenti al mondo. La schiavitù è nata insieme agli Stati Uniti d’America, ne costituisce il peccato originale, insieme allo sterminio delle tribù indigene, e ha inoculato nella vita americana quantità di violenza e di discriminazione che non si è ancora riusciti a eliminare.

Le ragioni più probabili di questa pesante eredità sono tre: l’origine della schiavitù, in America, è relativamente recente; ha coinciso con la nascita stessa del Paese e ha connotati esclusivamente razziali. Tutto risale a 400 anni fa, un periodo più ricordato sui libri di storia come l’origine delle istituzioni democratiche americane. Nelle scuole è infatti comune iniziare il racconto delle origini degli Stati Uniti con l’arrivo di 102 “pellegrini” in cerca di libertà religiosa e di opportunità nel Nuovo mondo sulla nave “Mayflower” nel 1620, ma un anno prima una ventina di africani approdarono sulle stesse coste in catene e contro la loro volontà. Nell’agosto 1619, una nave pirata inglese, la “White Lion”, attraccò infatti sulle coste della Virginia con 24 prigionieri sottratti in mare a un commerciante di schiavi portoghese che a sua volta li aveva catturati nel regno di Ndongo, nell’odierna Angola. All’avvio del brutale viaggio, i prigionieri erano 350.

Circa la metà degli africani morì, come milioni di altri che perirono durante il cosiddetto “passaggio” fra il 1600 e il 1800. Altri furono catturati da un altro pirata inglese. Ma il capitano del “White Lion”, non appena gettata l’ancora a Point Comfort, si preoccupò di barattare il suo bottino in cambio di cibo. Come recita una targa nel punto d’approdo, furono i primi africani venduti e registrati come schiavi nelle colonie britanniche d’America, e il loro arrivo segna l’inizio di un capitolo oscuro della storia degli Stati Uniti: 250 anni di traffico di milioni di essere umani, seguito da un lungo periodo di segregazione i cui effetti contraddicono ancora le basi della democrazia partecipativa americana che, in un paradosso storico, proprio nell’estate 1619 prendeva il via nella piccola chiesa del villaggio di Jamestown con la prima riunione legislativa del Nuovo Mondo.

L’anno è simbolico, perché nel resto delle Americhe, nelle colonie spagnole e portoghesi, già da tempo era in atto un regime di lavoro forzato ai danni delle popolazioni indigene. I conquistadores spagnoli avevano inoltre già portato schiavi africani nell’isola caraibica di Hispaniola (oggi condivisa tra Haiti e la Repubblica Dominicana) nel 1502. Ma il 1619 segna l’avvio dell’istituzionalizzazione della schiavitù africana. Quaranta anni dopo, diverse colonie britanniche in America decretarono che lo status di schiavo sarebbe stato trasmesso per via materna, attribuendo per la prima volta una dimensione ereditaria e razziale alla compravendita di essere umani. Allo stesso tempo, proibirono il matrimonio misto: un divieto che continuerà in alcuni Stati americani fino al ventesimo secolo.

Nel 1705, ogni ambiguità sulla condizione dei neri venne chiarita da una serie di cosiddette “leggi sull’integrità razziale” che istituzionalizzavano la supremazia bianca – un principio che affiora tuttora ostinatamente nella società americana. E nel 1776 la Dichiarazione d’Indipendenza, che stipulava nelle sue prime linee “che tutti gli uomini sono creati uguali, dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili”, non estendeva quei diritti agli africani o agli afroamericani. Lo stesso Thomas Jefferson, uno dei “padri fondatori della nuova nazione”, rimosse dalla Carta una denuncia della schiavitù dopo che la maggior parte dei delegati dell’assemblea costituente lo ebbero invitato a riflettere sul fatto che i neri rappresentavano «il tessuto dell’economia americana».

In quegli anni infatti la schiavitù era già diventata il motore umano che alimentava la coltivazione del tabacco in Virginia, Maryland e Carolina del Nord, dove gli schiavi costituivano oltre il 50% della popolazione. La schiavitù si diffuse poi in breve nelle piantagioni di riso e del cotone più a sud, dando vita a una prosperità senza pari al mondo.

Persino la Chiesa cattolica, in quegli anni, non fu esente dallo sfruttamento del lavoro forzato. L’Università gesuita di Georgetown a Washington, ad esempio, il più antico ateneo cattolico degli Stati Uniti, che possedeva schiavi neri nel diciannovesimo secolo, due anni fa ha avviato un processo di analisi e riparazione del suo ruolo nell’istituzione della schiavitù.

L’importanza del lavoro dei neri nell’Ottocento era tale da spingere gli Stati del Sud, nel 1861, a dichiararsi indipendenti da un Nord che stava gradualmente abolendo la schiavitù. La sconfitta della Confederazione nella guerra civile che seguì e l’emancipazione dei neri non mise fine però all’asservimento del lavoro degli afroamericani, aprendo la strada a un lungo perdio di segregazione (noto come “Jim Crow”) che proibiva loro di bere dalle stesse fontane d’acqua, mangiare negli stessi ristoranti, frequentare le stesse scuole e, in generale, godere degli stessi impieghi e servizi pubblici dei bianchi – il tutto per oltre un secolo.

Mentre gli afroamericani venivano esclusi dai posti di lavoro e dalle opportunità e il Nord avanzava nel processo di industrializzazione, oltre 2 milioni di neri abbandonarono il Sud, soprattutto dopo la Prima guerra mondiale. Ma il più progredito Nord non migliorò le condizioni di vita di questa indispensabile manodopera a buon mercato: i neri dovevano rispettare un coprifuoco, rientrando dopo il tramonto nei quartieri-ghetto dove erano costretti a vivere.

Oggi il 400esimo anniversario dell’inizio di una pagina oscura della storia americana porta gli Stati Uniti ad interrogarsi su come rimediare a un’ingiustizia che continua tutt’ora. Ma è almeno dal 2014, dalla pubblicazione del saggio “The Case for Reparations” (“Un conto ancora aperto”, Codice Edizioni), di Ta-Nehisi Coates, che il tema di come ripagare i debiti di 250 anni di schiavitù nella storia dello Stato americano ricorre nel dibattito politico. Chi sostiene la necessità di risarcimenti ai discendenti degli schiavi motiva il gesto non solo come un debito morale, ma anche come un passo indispensabile per affrontare la disuguaglianza razziale che persiste negli Stati Uniti. Uno studio Pew del 2017 fotografava infatti il reddito medio delle famiglie bianche a 171mila dollari: dieci volte quello delle famiglie nere.

Nel frattempo, anche la soppressione del voto degli afroamericani, un altro retaggio della schiavitù e delle sue conseguenze, sta diventando più visibile. Inoltre i neri finiscono in prigione dieci volte più dei bianchi, hanno meno probabilità di laurearsi e più probabilità di essere uccisi dalla polizia. Muoiono più giovani, comprano meno case, vivono ancora per lo più in ghetti segregati e sono più spesso vittime di violenza a sfondo razziale.

Due anni fa, nello stesso Stato della Virginia dove 400 anni fa approdarono i primi venti schiavi, gli Stati Uniti furono testimoni di uno degli atti più espliciti della persistente supremazia bianca. Il 12 agosto 2017, durante un raduno di estrema destra a Charlottesville, un neo-nazista lanciò un’auto contro una folla di manifestanti, uccidendo una donna di 32 anni.

Solo ammettere che le radici della prosperità americana affondano in un terreno impregnato di sangue, allora, e che questa realtà è all’origine di molte sue contraddizioni, come la mancanza di una vera rete di aiuti pubblici, di una sanità equa e di un’istruzione pubblica decente, permetterebbe a un’intera nazione di voltare pagina. E farebbe maturare l’America, come scrisse Coates, «dal mito della sua innocenza a una saggezza degna dei suoi fondatori».

 

Elena Molinari per Avvenire

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