Il diritto dovere di fare un “sacco” di domande

Sono seduta al tavolo, intorno a me sette bambini, di cui tre femmine e quattro maschi. Stiamo iniziando a lavorare.
Lei mi guarda e a un certo punto esclama: “Io non sono intelligente!”.

“E chi lo dice?” le chiedo aggrottando la fronte.

“Lui” mi risponde indicando il bambino che avevo alla mia destra.

Mi giro verso quel lui sgranando gli occhi.

Lo sanno i miei piccoli, in classe nostra valgono delle regole: essere solidali, se non siamo sicuri del nostro lavoro possiamo sbirciare nel quaderno del compagno, se siamo in difficoltà ci diamo una mano, ci aspettiamo sempre.

Così il bimbo mi risponde sbuffando:” Eh! Fa un sacco di domande!”.

“E allora?” chiedo io.

“E allora non sa niente” risponde lui sicuro.

“Sì, non so molte cose” ripete la bambina quasi a giustificarsi.

“Ripartiamo da capo” dico io, “fare domande vuol dire essere curiosi e chi è curioso è intelligente, chi ha dei dubbi è intelligente. Anche io, a volte, non ho tutte le risposte, però, posso cercarle o domandare a chi ne sa più di me. Quindi, finché potete, dovete aiutarvi non solo mentre giocate ma anche a conoscere. Avete capito bene?”.

I bambini annuiscono. Uno esclama: “E poi tu dici sempre che possiamo copiare”.

“Esatto, io dico che prima dovete provare da soli ma se non siete certi, se non ricordate una parola o un esercizio, potete aiutarvi”.

Mi guardano, io mi giro verso quel lui: ” Ci siamo capiti? Non dobbiamo mai dire ad un compagno o a una compagna che non sa fare le cose, qui ci si aiuta. Ok?”.

“Ok” mi ha risposto lui mentre gli scompigliavo i capelli.

La bambina mi ha guardato e poi ha continuato a fare il suo lavoro. A ricreazione l’ho presa da parte e le ho detto: “Non permettere a nessuno di dirti che non sei intelligente e quando non sai le cose, continua a domandare. Le domande sono importantissime, vuol dire che hai ancora tante cose da imparare. Sei d’accordo?”.

Lei mi ha sorriso, uno di quei sorrisi che arrivano fino agli occhi ed è scivolata via giocare con i suoi compagni.

Quel lui l’aspettava.

Da bambina non sapevo niente, non riuscivo a memorizzare le cose; l’altro giorno, mia sorella mi ha ricordato che non c’era verso di pronunciare Piemonte nel modo giusto.

Mi ricordo gli astucci messi in mezzo al banco. I più bravi rimanevano bravi, sempre più su, irraggiungibili, quelli come me sempre più indietro.

Io non facevo domande. Non chiedevo. Sapevo che farlo mi avrebbe resa ridicola.

Sono cresciuta pensando di non valere niente. Sono cresciuta pensando che le domande fossero degli stupidi. Sono cresciuta pensando che il paragone con gli altri fosse il metro di ogni cosa.

E, io, ne uscivo sempre perdente.

Odiavo la scuola, perché qualcuno mi aveva fatto credere che non ero capace. È una sensazione così brutta che nessun bambino ha diritto di viverla nemmeno per un momento, che, poi, te la porti dietro come fosse una verità su di te.

Basta qualcuno che creda in te per farcela.

Ci ho messo tempo per capire che le domande sono ciò che ci tiene in vita e che, spesso, dagli errori nascono le scoperte migliori, anche su di noi. Che l’unico paragone possibile è quello con noi stessi.

Per il resto, per il tempo in cui siamo qui, l’unica cosa che dobbiamo fare è aiutarci e impare a sostenerci.

Altrimenti, continuerà a succedere, che nella porta accanto o in qualche parte del mondo, quando qualcuno soccomberà, non troverà una terra, morirà, perché più debole e in condizioni più svantaggiate, invece, di costruire strade di vicinanza e sostegno, noi penseremo di essere quelli forti, quelli intelligenti, quelli capaci. Continueremo a mettere quell’astuccio tra noi e loro, come un muro.

Quel muro sarà la nostra triste vittoria. Che sia di pennarelli, di acqua, di terra, di armi, di religione, di genere.

Sarà un muro. Nient’altro. E, allora, non ci saranno più domande.

Solo stupide, banali e comode risposte.

Penny

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