Il flop dei rimpatri di cui nessuno parla

Migrazioni ma anche ritorni, rimpatri. Che in realtà non funzionano. Se l’arrivo dei migranti in Europa negli anni è calato sostanzialmente, dal picco del 2015 quando arrivarono oltre un milione di persone (dati Unhcr) fino ai 17.441 registrati ad aprile 2019, le politiche dei rimpatri non danno grandi risultati.

Secondo la Commissione europea ogni anno tra le 400 e le 500mila persone ricevono l’ordine di ritorno nei loro paesi di origine o di provenienza perché entrati in Europa illegalmente. Di questi solo il 36% circa risponde all’obbligo di rientro. Se il paese di origine è nell’area sub-sahariana, allora il tasso di rimpatri risolti con successo scende al 9%.

Sono diversi i motivi che ostacolano i processi di ritorno in patria: l’assenza di accordi con i paesi africani, la mancanza di cooperazione da parte dei paesi di provenienza degli immigrati, le questioni relative alla difficoltà di identificazione delle nazionalità in mancanza di documenti e varie problematiche amministrative.

Una ricerca pubblicata da ISS (Institute for Security Studies) mette in luce le difficoltà legate alle procedure di rimpatrio ma sottolinea anche l’esistenza di politiche in materia poco coerenti (o anche pericolose e contrarie ai diritti fondamentali). In generale l’Unione africana è critica rispetto ai rimpatri forzati e più propensa ai ritorni volontari. «È una questione che riguarda i diritti umani», ha affermato Ebba Kalondo, portavoce del presidente della Commissione dell’Unione africana Moussa Faki Mahamat. «Non possiamo costringere le persone a tornare in paesi dove non saranno al sicuro».

E anche l’Oim, Organizzazione per le migrazioni, sottolinea il criterio della volontarietà, la libertà di scelta, in opposizione alla pressione fisica o psicologica. L’atto giudiziario e amministrativo dell’Ue si scontra dunque con la possibilità dei paesi di provenienza di rifiutare rimpatri forzati. Per fare un esempio: nel 2018 il numero di persone coinvolte nelle procedure di rimpatrio sono state 40mila solo per i paesi dell’Africa occidentale, gli effettivi ritorni solo 5.200. Nel 2016 al Mali furono offerti 160 milioni di dollari per cooperare all’identificazione ed espulsione di migranti irregolari, ma l’accordo fu ritirato a causa delle proteste interne.

Senza contare che spesso l’emigrazione di un parente significa aiuti alla famiglia e una politica di restrizione delle partenze (o di facilitazione dei rientri) vorrebbe dire una grande perdita in rimesse. Nel 2017 l’Africa sub-sahariana ha registrato 38 miliardi di dollari di rimesse. Sulla questione dei rimpatri pesa poi il rischio (spesso accertato da documentazioni e testimonianze raccolte da organismi internazionali) di trattamenti disumani e torture subite dagli immigrati rimandati indietro nei loro paesi ma che spesso rimangono intrappolati in aree intermedie, come il Niger per il rimpatrio dalla Libia.

Paesi che li rinchiudono in veri e propri centri di detenzione privi di leggi e controlli. In ogni caso, sulle disposizioni di rimpatrio del 2018, il 49% sono stati volontari e il 51% forzati, ma nessuno dei paesi africani risulta tra i dieci paesi i cui migranti hanno scelto volontariamente di tornare.

Purtroppo, secondo l’analisi dell’Istituto di ricerca, l’approccio dell’Europa e dei singoli paesi europei in generale, rimane incentrato sul concetto di “aiuti” agli Stati per controllare il flusso migratorio. Tutto questo senza considerare le specifiche condizioni politiche dei paesi in questione e stringendo accordi “discutibili”.

Come quello dell’Italia con le milizie libiche o dell’Unione europea con paramilitari sudanesi accusati di crimini contro l’umanità o con il Niger, uno dei paesi più poveri al mondo che, in cambio di aiuti allo sviluppo – ricorda il report – ha promesso di frenare le partenze dei propri cittadini verso l’Europa.

Oltretutto la ricerca mostra che anche gli accordi bilaterali – come quelli tra la Norvegia e l’Etiopia e la Gran Bretagna e diversi paesi africani – non stanno ottenendo risultati migliori. Ma a cosa serve implementare le leggi – si parla anche di una rivisitazione della politica dei visti – o le dinamiche di rimpatrio se la gente finisce per rimanere in stato di bisogno, frustrazione, mancanza di lavoro? È chiaro che una reintegrazione sostenibile ha bisogno di un approccio olistico, di politiche costruttive e che guardano al futuro. Continuare ad insistere su blocchi, contenimenti, restrizioni non fa che acuire il problema.

 

Antonella Sinopoli per NIGRIZIA

 

 

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