Il fumo salva dal coronavirus? Cattiva informazione e interessi miliardari

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Secondo una ricerca francese non ancora sottoposta a revisione paritaria e dunque assolutamente preliminare, la nicotina potrebbe giocare un ruolo “protettivo” nei confronti della COVID-19, l’infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2. Gli scienziati dell’Istituto Pasteur di Parigi, dell’Università Pierre e Marie Curie e di altri istituti transalpini hanno osservato che soltanto una piccola percentuale di pazienti ricoverati per COVID-19 presso l’ospedale di La Pitié-Salpetrière era composta da fumatori, ovvero circa il 4 percento su un totale di 343 pazienti. Indagando poi su una popolazione di 140 pazienti con sintomi meno gravi, anche in questo caso è emerso che solo poco più del 5 percento aveva il vizio delle “bionde”. Alla luce di queste statistiche, i professori Jean-Pierre Changeux, Zahir Amoura, Florence Tubach hanno ipotizzato che a “proteggere” i fumatori dalla COVID-19 possa essere il recettore nicotinico dell’acetilcolina (nAChR), che potrebbe “giocare un ruolo chiave nella fisiopatologia dell’infezione”, scrivono su uno dei preprint (ne hanno fatte diverse versioni) caricati sul database online Qeios.

In parole molto semplici, secondo gli autori della ricerca la nicotina andrebbe a occupare il recettore prescelto dal coronavirus SARS-CoV-2 per legarsi alle cellule umane attraverso la Proteina S, che normalmente usa come un grimaldello per scardinare la parete cellulare e riversarsi all’interno, dando vita al processo di replicazione che determina l’infezione. Il patogeno che sta sconvolgendo il mondo intero andrebbe dunque a “sbattere” contro una strada sbarrata trovando il posto occupato, e ciò garantirebbe ai consumatori abituali di nicotina una sorta di scudo contro l’infezione. Inoltre, secondo gli scienziati francesi, la nicotina ostacolerebbe in qualche modo la reazione spropositata del sistema immunitario, la temuta “tempesta di citochine” che spesso determina la morte dei pazienti. Il fattore protettivo della nicotina sarebbe evidenziato anche dalla percentuale dei fumatori positivi al coronavirus, inferiore rispetto a quella dei fumatori della popolazione generale (un dato emerso anche per la popolazione cinese in uno studio pubblicato sul The New England Journal of Medicine). Entrambi gli studi, tuttavia, coinvolgono un numero esiguo di persone e dunque i campioni non sono rappresentativi delle rispettive popolazioni globali.

Changeux e colleghi si sono affrettati a sottolineare che non sarebbe affatto il fumo a proteggere i fumatori, ma la nicotina, tanto che hanno deciso di progettare esperimenti con i cerotti per chi decide di smettere. Quindi hanno esortato le persone a non fumare e anche a non acquistare in massa i suddetti cerotti. Lo stesso ha fatto il ministro della Salute francese Olivier Véran, che pur considerando interessanti i dati della ricerca, ha innanzitutto affermato che si tratta di un’indagine preliminare, e ha ribadito che il fumo rappresenta la prima causa di mortalità sul suolo nazionale (75mila morti all’anno). Anche per l’Italia ci sono stime analoghe. Sono ben 34mila i decessi (80 al giorno) causati da carcinoma polmonare, che colpisce in prevalenza fumatori ed ex fumatori.

I risultati della ricerca preliminare sono stati fagocitati dal web senza tener conto dei suoi limiti e in molti hanno davvero iniziato a pensare che mettersi a fumare (o continuare a farlo) possa essere un fattore protettivo dal coronavirus. Tra i primi a smentire categoricamente i potenziali benefici del fumo è stata l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che in un post su Twitter ha anche accusato le lobby del tabacco di voler creare “confusione e polemiche” sull’uso della nicotina e del tabacco durante la pandemia. “Gli esperti sanitari hanno avvertito che i fumatori con COVID-19 probabilmente soffrono di condizioni più gravi che potrebbero portare a morte prematura”, sottolinea l’OMS, aggiungendo in un secondo post che “le lobby del tabacco hanno cercato di manipolare le politiche sulla COVID19 per far ottenere alle tabaccherie la classificazione di “essenziali” e dunque di garantire la consegna gratuita di prodotti a base di tabacco alle persone in quarantena. I fumatori probabilmente devono affrontare sintomi più gravi se contagiati, che determinano ricoveri e morti premature”.

Su una delle pagine dedicate alla pandemia di COVID-19, l’OMS afferma inoltre che il fumo è già noto come “fattore di rischio per molte altre infezioni respiratorie, tra cui raffreddori, influenza, polmonite e tubercolosi”. Gli effetti del fumo sull’apparato respiratorio – spiega l’OMS- rendono più probabile che i fumatori contraggano queste malattie, che potrebbero essere più gravi. “Il fumo è anche associato a un aumento dello sviluppo della sindrome da distress respiratorio acuto, una complicanza chiave per i casi gravi di COVID-19. Ogni forma di fumo di tabacco è dannosa per i sistemi dell’organismo, compresi i sistemi cardiovascolare e respiratorio, e la COVID-19 può anche danneggiare questi sistemi”.

A suffragio delle parole dell’OMS un recente comunicato dell’Istituto Superiore di Sanità, nel quale si afferma che i fumatori contagiati dal coronavirus rischiano il doppio dei non fumatori di finire in terapia intensiva o di avere necessità della ventilazione meccanica. Sono quindi più gravi e a causa del vizio hanno maggiori probabilità di morire (per via del tessuto polmonare danneggiato dal fumo). Alla luce dei potenziali rischi, gli scienziati del Center for Tobacco Research Control & Education hanno raccomandato ai CDC americani di introdurre lo smettere di fumare (così come dello svapare) nell’elenco delle misure preventive per proteggersi dalla COVID-19. Il professor Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Pavia, ha dichiarato all’agenzia di stampa AGI che “è pericoloso anche solo ventilare che una pessima abitudine, come il vizio del fumo, possa aiutare a fronteggiare quella che oggi è la principale emergenza epidemica”, sottolineando il rischio dei danni che può fare la diffusione dei dati preliminari dell’indagine francese.

da FANPAGE

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