Il golpe in Bolivia e gli errori del Cambio

Basterebbe solo la feroce soddisfazione di Trump, il suo invito a far lo stesso in Venezuela e Nicaragua, per capire che quello che sta succedendo in Bolivia non è solo una rivolta popolare, ma un golpe.

Mettere a fuoco le sedi dei movimenti sociali e indigeni, e del partito, il Mas, al potere legittimamente perché votato dalla maggioranza dei boliviani; distruggere le case di ministri, sequestrare loro familiari per spingerli alle dimissioni; il lavarsi le mani dei vertici delle forze dell’ordine e militari, rendono evidente anche a un cieco che forze potenti si muovono nell’ombra perché la Bolivia torni ad essere quella di prima del Cambio. Il cortile di casa degli Stati Uniti. Un paese nelle mani di pochi oligarchi pronti a far strage di chiunque loro si opponga.

La strategia del golpe ha radici antiche. Il Sudamerica è stato per lungo tempo il continente dei golpe e delle dittature militari. E dell’oppressione crudele di intere popolazioni. E i tentativi di golpe contro Chavez, Correa o Morales sono stati tantissimi negli anni dei loro governi. Tutti respinti da un protagonismo popolare a difesa delle sue conquiste.

Quanto accade non può non preoccuparci. Ma non ci esime dal ragionare criticamente sugli errori clamorosi del Cambio in Bolivia e America Latina.

La “rivoluzione” si è fondata sulla democratizzazione delle risorse del continente. Sono state strappate alle compagnie straniere, soprattutto americane, e i frutti del loro commercio sono stati distribuiti alla popolazione in termini di aumento dei salari e delle pensioni, di case popolari e servizi sociali estesi all’intera popolazione.

Tutto questo si è fondato sui prezzi alti delle materie prime. Quando questi sono calati, è cominciato il disastro. L’appuntamento mancato da questa liberazione di interi popoli è stato quello dello smantellamento della divisione del lavoro loro imposta. Fornire materie prime in cambio di ogni cosa necessaria. Non si sono diversificate le basi produttive nazionali, non si sono avviate profonde riforme agricole. I supermercati vuoti di Caracas, le file immense alle loro porte, non sono frutto delle manovre imperialiste, non solo, ma anche di questi errori. E’ inconcepibile che un paese come il Venezuela, con terra fertilissima, non riesca a riempire gli scaffali dei negozi di frutta, verdura e carne.

Non è stato scalfita, in molti paesi del Cambio, la finanziarizzazione dell’economia e dei servizi come da modello americano. Scuole e sanità sono rimaste patrimonio del privato. Il Brasile di Lula ha lasciato in piedi un meccanismo odioso che di fatto esclude chi non ha i mezzi per studiare o curarsi. Mai come nel periodo oculista la finanza ha realizzato i suoi maggiori profitti indebitando, e nei fatti rendendo schiava di infinito debito privato, l’intera popolazione brasiliana.

L’altro errore, grandissimo, è il rapporto con la democrazia. E’ stata considerata un’insidia, un ostacolo.

I media, le critiche, le regole sono stati vissuti come nemici. I voti si sono comprati. Le opposizioni sono state corrotte. Il potere è rimasto potere e ha continuato a far tremare e ad avere i suoi privilegi odiosissimi.

Le rivoluzioni dovrebbero produrre libertà, euforia, critiche, infinita possibilità di ricambio del personale politico al loro servizio. E invece no. Si è tentato di imporre le presidenze a vita, di costruire vere e proprie monarchie con tanto di corti al loro seguito inamovibili nei loro privilegi di crescente corruzione.

Morales con il suo voler restare al potere a tutti i costi ha offeso un popolo intero che aveva bocciato la sua richiesta di eterna ricandidatura. La ha reimposta e ha così offerto un’incredibile aiuto alla peggior destra e ai suoi piani golpisti. I brogli verificatisi  sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso e precipitato il paese nel caos, in una possibile guerra civile. La sua brama di potere ha messo e mette in pericolo le conquiste del Cambio e ha azzoppato la credibilità del Mas, il movimento per il socialismo protagonista di una stagione di cambiamento.

A noi tutti spetta imporre una soluzione di fuoriuscita democratica dalla crisi in corso in Bolivia e sostenere quanti nel Mas sapranno farsi portatori di una profonda autocritica e protagonisti di un nuovo futuro.

Non rincorrere anatre zoppe e fallite ma lavorare a un progetto di società lì e qui che sia vero e profondo cambiamento

 

silvestro montanaro

 

silvestro montanaro

 

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