IL MONDO ALL’INCONTRARIO. Un libro su Mimmo Lucano e la nostra Riace

Nella vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano a diventare un delitto è stata l’accoglienza sperimentata a Riace. Un’accoglienza imprevista, nutrita di solidarietà gratuita, impegno concreto contro la ‘ndrangheta, rilancio di uno dei tanti luoghi destinati all’abbandono. “La forza di Riace è stata la sua anomalia. La capacità di rompere con gli schemi formali e le ottusità burocratiche. Il trovare soluzioni ai problemi delle persone… – scrive Livio Pepino nell’introduzione del libro di Chiara Sasso Riace, una storia italiana (ed. Gruppo Abele) – Tutto questo non poteva essere tollerato nell’Italia dei Salvini e dei predicatori di odio…”. Ma oggi ci sono tutte le premesse per trasformare la vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano in una riedizione del processo a Danilo Dolci, arrestato mentre guidava alcuni braccianti a lavorare in una strada abbandonata all’incuria, o del processo contro don Milani accusato di diserzione e incitamento alla disobbedienza militare

 

  1. Riace e il suo sindaco, Domenico Lucano, sono un tutt’uno. Nella realtà e nell’immaginario collettivo. Sono il simbolo di un’Italia solidale, onesta, impegnata contro il l’esclusione e il razzismo e, insieme, contro le mafie. Il simbolo di un miracolo possibile: quello di realizzare un’integrazione pacifica e fruttuosa tra autoctoni e migranti e di coniugare un’accoglienza diffusa con il rilancio sociale ed economico. Anche per questo l’arresto del sindaco Lucano, avvenuto il 2 ottobre scorso, ha dell’incredibile.

 

Lucano è stato arrestato per avere favorito l’immigrazione clandestina celebrando o tentando di celebrare, secondo l’accusa, un paio di matrimoni “combinati” al fine di evitare l’espulsione di due donne migranti e per avere affidato il servizio di raccolta rifiuti, senza gara d’appalto, a due cooperative di rifugiati e autoctoni. In entrambi i casi senza alcun interesse personale o fine di lucro, ma, semplicemente, per ragioni solidaristiche. Null’altro, avendo lo stesso giudice per le indagini preliminari escluso ogni ulteriore imputazione (pur fantasiosamente contestata dal pubblico ministero). In altri termini, Lucano è stato indagato e arrestato per un delitto di solidarietà. E ciò nell’Italia delle mafie e della corruzione […]

 

All’incredulità e all’indignazione si aggiunge immediatamente un rilievo. Lucano non ha mai nascosto la sua insofferenza per i formalismi burocratici. Si è sempre dichiarato pronto alla disobbedienza civile e a forzature della legalità formale pur di accogliere chi gli chiedeva aiuto e casa. E, quando è stato necessario, lo ha fatto, realizzando un modello di accoglienza senza precedenti nonostante gli ostacoli e gli impedimenti burocratici. È un reato? Credo di no, per mancanza dei requisiti oggettivi e, ancor più, per difetto di quelli soggettivi. Ma, se anche fosse? Un paio di mesi fa gran parte della politica e degli opinionisti benpensanti è insorta a fronte della comunicazione giudiziaria per sequestro di persona notificata al Ministro dell’interno in relazione alla vicenda dei migranti indebitamente trattenuti sulla nave Diciotti. E, da ultimo, la Procura competente ha chiesto al Tribunale dei ministri l’archiviazione del procedimento. Si è detto che quel trattenimento era un atto politico e che ciò escludeva il carattere delittuoso di una condotta pur evidentemente illecita sotto il profilo oggettivo. Ma perché mai ciò che vale per il rifiuto non dovrebbe valere per l’accoglienza?

 

  1. I commenti dei grandi giornali di informazione si sono barcamenati, dando atto a Lucano di “avere agito a fin di bene” e senza interesse personale ma subito aggiungendo che le forzature da lui commesse sono inaccettabili e che l’intervento della magistratura era doveroso e inevitabile. […]. È un approccio apparentemente equilibrato e di buon senso ma, a ben guardare, profondamente sbagliato. L’esercizio dell’azione penale è obbligatorio in presenza di reati ma le imputazioni devono essere suffragate da un fumus di fondatezza. Orbene, nel caso specifico è dir poco incerto se gli strappi del sindaco Lucano restino nella sfera della discrezionalità amministrativa, integrino illeciti amministrativi e/o irregolarità contabili ovvero sconfinino nella rilevanza penale. Ma non basta. La maggior parte delle imputazioni elevate dalla Procura di Locri è impropria, priva di riscontri, fuori dalle regole del giusto processo. A Lucano la Procura ha contestato di avere costituito, con i suoi più stretti collaboratori, un’associazione «allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti (contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio)» orientando i progetti di accoglienza finanziati dallo Stato «verso il soddisfacimento di indebiti e illeciti interessi patrimoniali privati». Le parole sono pietre e l’imputazione così formulata criminalizza il sistema di accoglienza costruito da Lucano in quanto tale (e non eventuali reati commessi nel corso di un attività amministrativa complessivamente corretta). È il modello Riace che diventa un delitto, con un teorema non sorretto dall’indicazione di elementi probatori coerenti, respinto dal giudice per le indagini preliminari, smentito da una storia ventennale sotto gli occhi di tutti. […]

 

E, poi, Lucano non è stato semplicemente sottoposto a processo. È stato arrestato, e non è la stessa cosa. E lo è stato per reati, ove esistenti, a dir poco modesti.

Se l’esercizio dell’azione penale è (ricorrendone i presupposti) obbligatorio, non altrettanto è a dirsi per le modalità, che lo caratterizzano, per lo più discrezionali, cioè legate a scelte di pubblici ministeri e giudici (ovviamente all’interno dei parametri fissati dalle leggi sostanziali e processuali). […]

 

3. L’obbligatorietà dell’azione penale è una cosa troppo seria per essere usata come spiegazione e giustificazione di tutto. Obbligatorietà significa assenza di filtri politici tra la notizia di reato e il suo perseguimento, non anche – non lo è mai stato e non può esserlo – eguale impiego di mezzi e risorse per tutti i processi. La cosa è tanto evidente che molti uffici di Procura si sono dati dei criteri di priorità per la trattazione degli affari, ritenuti legittimi e approvati dal Consiglio superiore della magistratura. Orbene nel caso specifico – secondo le dichiarazioni del pubblico ministero – l’attività del sindaco di Riace è stata monitorata e scandagliata dalla Procura di Locri e dalla Guardia di finanza per oltre un anno e facendo ricorso a prolungate intercettazioni telefoniche. Scelta formalmente legittima. Ma, appunto perché di scelta si tratta, non è un fuor d’opera chiedersi se in terra di ‘ndrangheta, in una regione in cui le condanne per corruzione si contano sulle dita di una o due mani e la distruzione dell’ambiente è la regola, la vicenda di Riace meritasse il primo posto (o quasi) nelle priorità dell’ufficio.

 

Non basta. Le indagini nei confronti di Lucano hanno imboccato, subito dopo l’arresto, la strada del più classico dei processi gestiti dagli inquirenti “a mezzo stampa”. C’è stato infatti, quasi contestualmente alla misura, un anomalo comunicato stampa della Procura nel quale, oltre a pesanti giudizi su Lucano, è riprodotto il testo di brani estrapolati di intercettazioni telefoniche (di cui pure l’articolo 114 del codice di proceduta penale non consente la pubblicazione: norma violata dai più, ma senza che ciò consenta che alla violazione si associno i titolari del processo). Ad esso, poi, è seguita un’intervista del procuratore di Locri in cui si legge, tra l’altro: «Mimmo Lucano? Ha operato non come sindaco, rappresentando i cittadini nel rispetto delle regole, ma come un monarca, ammettendo di fregarsene di quelle regole che sono una garanzia per tutti. Abbiamo un’idea fondata che siano stati commessi reati ben più gravi, tra cui la sottrazione di somme che lo Stato aveva erogato per quel progetto, almeno 2 milioni. Quei soldi non sono stati rendicontati, sono spariti. Riteniamo che Lucano li abbia utilizzati per fini personali». Smentito dal giudice, il pubblico ministero, forte del suo ruolo istituzionale, usa la stampa e si rivolge direttamente all’opinione pubblica per riaffermare e definire fondate (sic!) le accuse che, nella sede propria, sono state ritenute inadeguate e prive di riscontri probatori.

4.  L’arresto di Lucano è il dato più eclatante della vicenda, ma non l’unica forzatura di questi mesi in cui si sono susseguiti, a Riace, ispezioni vessatorie, delegittimazioni istituzionali, ritardi e sospensione nei versamenti dei contributi dovuti dallo Stato (con una violazione di legge tanto evidente quanto curiosamente dimenticata dai molti censori di Lucano).

Non per caso. Riace è stata ed è, nel panorama nazionale, un unicum. Altri paesi e altre città hanno accolto migranti, anche in misura maggiore e con risultati altrettanto positivi. Ma Riace non si è limitata ad accogliere e a integrare. L’accoglienza è diventata il cuore di un progetto comprensivo di molti elementi profondamente innovativi: la pratica di una solidarietà gratuita, l’impegno concreto contro la ‘ndrangheta, un modo di gestire le istituzioni vicino alle persone e da esse compreso, il rilancio di uno dei tanti luoghi destinati all’abbandono e a un declino inarrestabile. Incredibilmente, quel progetto, pur tra molte difficoltà, è riuscito.

 

La forza di Riace è stata la sua anomalia. La capacità di rompere con gli schemi formali e le ottusità burocratiche. Il trovare soluzioni ai problemi delle persone anche nella latitanza o nel boicottaggio di altre istituzioni. Un caso per tutti, a suo modo esemplare: il ricorso, di fronte al ritardato versamento da parte dello Stato dei contributi dovuti ai richiedenti asilo, a una sorta di moneta locale, da utilizzare per gli acquisti nei negozi del paese e da sostituire con il corrispettivo in valuta reale all’atto dell’avvenuto versamento. Trovata ingegnosa, ben accetta a tutti e idonea a superare una situazione di stallo altrimenti paralizzante (con danno non solo per i migranti ma anche per i negozianti del paese). Ebbene, di fronte a un simile uovo di Colombo è illuminante la relazione dell’ispettrice dello SPRAR, preoccupata di spiegare con sussiego l’irregolarità della procedura posto che l’emissione di moneta è compito esclusivo dello Stato (come se l’ambizione di Riace fosse quella di trasformarsi in Zecca!). […]

Tutto questo non poteva essere tollerato nell’Italia dei Salvini e dei predicatori di odio […] Per questo la storia di Riace è esemplare per l’intero Paese. Ma l’esemplarità si estende anche nella direzione opposta. In decine, centinaia di migliaia – cittadini e migranti, sindaci, operai e pensionati, studenti, insegnati, casalinghe, intellettuali, artisti, giovani, vecchi, donne e uomini – hanno individuato Domenico Lucano e l’esperienza di Riace come un punto di riferimento e un modello da sostenere e da ripetere. Come una speranza, una delle poche, in un contesto per il resto assai difficile.

Il ministro Salvini, in significativa sincronia con la misura cautelare, ha chiesto provocatoriamente, con l’immancabile tweet, cosa avrebbero detto i buonisti. Ebbene, la risposta è arrivata forte e chiara, a Riace il 6 ottobre, in decine di manifestazioni in tutto il Paese, nella spontanea raccolta di fondi per consentire al progetto di Riace di proseguire, in mille iniziative già programmate per i prossimi mesi: «Noi stiamo con Mimmo Lucano!».

Ci sono tutte le premesse per trasformare la vicenda giudiziaria in una riedizione del processo per i fatti di Partinico del 1956, quando Danilo Dolci venne arrestato mentre guidava un gruppo di braccianti a lavorare in una strada di Partinico abbandonata all’incuria. Come accaduto altre volte nel nostro Paese. Come accade quando sono in discussione valori e principi, legge e giustizia, solidarietà e ordine (sulla scia, per limitarsi alla storia repubblicana, dei processi a carico di don Milani, dei responsabili dell’Isolotto o, da ultimo, di Marco Cappato). Il processo contro Mimmo Lucano, come quello contro Danilo Dolci, si trasformerà così in un atto di accusa contro i suoi accusatori, in cui risuoneranno le parole di Piero Calamandrei, pronunciate nell’arringa difensiva: «Questa è la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia. Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo». […]

 

di Livio Pepino  da COMUNEINFO.Net

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

 

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