Il virus del debito

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La pandemia da coronavirus rappresenta la più grande emergenza sanitaria vissuta a livello planetario dopo la Seconda guerra mondiale. Il contagio ha messo a dura prova i sistemi ospedalieri di tutto il mondo e ha mietuto vittime a centinaia di migliaia. Ha sconvolto le nostre abitudini individuali e sociali. E l’effetto sull’economia è stato dirompente: ovunque produzione e consumi sono crollati, il turismo bloccato, molte piccole attività fallite, milioni di lavoratori in cassa integrazione o addirittura licenziati. Per contenere i danni, le nazioni più ricche hanno attivato immediatamente una serie di misure finanziarie per sostenere il reddito delle famiglie e aiutare le imprese più esposte. La prima in classifica è il Giappone che ha preventivato stimoli pari al 21% del proprio Pil. A seguire gli Stati Uniti con impegni pari all’11% del Pil, l’Australia col 9,9%, il Canada coll’8,4%, l’Unione Europea col 4%. Somme reperite con nuovo debito facilitato dall’intervento delle proprie Banche centrali, non ultima quella europea che si è dichiarata disponibile a mettere in campo 750 miliardi di euro. 

Complessivamente il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato che a livello mondiale siano stati programmati stimoli fiscali per 8mila miliardi di dollari e iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali per 6mila miliardi di dollari. Ciò nonostante per il 2020 è prevista una caduta del Pil del 7,2% negli Stati Uniti e del 7,5% nell’Unione Europea. Tuttavia a passarsela peggio non saranno i Paesi che vantano redditi pro capite al di sopra dei 25mila dollari annui, ma quelli più poveri che a volte non arrivano neanche ai 1.000 dollari all’anno. 

Uno degli aspetti che rende la loro posizione particolarmente critica è la caduta dei prezzi delle materie prime, le così dette commodities, che mediamente sono crollate del 36%. Peggio di tutti è andato il petrolio sceso addirittura del 55%, mentre il cotone ha perso il 22% e il rame il 21%. Solo il caffè è riuscito a salvarsi con una riduzione minima dello 0,2%. Purtroppo ci sono Paesi che ottengono valuta estera tramite l’esportazione quasi esclusiva di una sola materia prima e per loro è stata una vera Caporetto. Tipico il caso della Nigeria, che nei rapporti con l’estero dipende al 90% dalla vendita di petrolio. Per giunta il petrolio rappresenta anche l’attività economica che procura allo Stato il 60% dei suoi proventi. Nella stessa condizione si trovano anche Angola, Gabon, Repubblica del Congo, per i quali Kristalina Georgieva, direttrice esecutiva del Fmi, ha parlato di choc gemellare: la pandemia e il crollo del petrolio. 

Ma non se la cavano certo meglio i Paesi che dipendono dalle esportazioni di rame, cobalto, alluminio e altri minerali. Lo Zambia, ad esempio, che dipende per il 75% dalle esportazioni di rame, negli ultimi due mesi ha visto peggiorare sensibilmente i suoi rapporti finanziari con l’estero come conseguenza della riduzione del prezzo del minerale rosso e dei minori acquisti da parte dei suoi acquirenti tradizionali, primo fra tutti la Cina. La conclusione è che nei primi quattro mesi del 2020 le sue riserve di valuta estera si sono assottigliate del 15% fino a scendere a 1,2 miliardi di dollari, il corrispettivo di quanto serve al Paese per le importazioni abituali di sei settimane. Ma in tempo di emergenza sanitaria le importazioni sono destinate a salire per far fronte alle nuove necessità imposte dalla pandemia. 

Succede che molti Paesi del Sud del mondo stiano sperimentando una penuria di valuta estera che non hanno altro modo di compensare se non chiedendo prestiti ai Paesi ricchi o al Fmi, che, viste le circostanze, ha deciso di essere più largo di maniche. Tant’è fra aprile e maggio ha risposto a 32 richieste di nuovi prestiti per un totale di 20 miliardi di dollari, la metà dei quali verso Paesi africani. Provvedimenti di sollievo immediato, che però saranno scontati in futuro perché i prestiti vanno restituiti. Tanto più che molti Paesi sono già oberati di debiti. Solo considerando i 76 Paesi più poveri, si calcola che ammontino a un migliaio di miliardi di dollari che seppur rappresentino solo il 50% del loro Pil complessivo, pesano come un macigno considerata la gracilità delle loro economie. Basti dire che secondo i calcoli della Jubilee Debt Campaign, 64 di loro destinano al servizio del debito una quota di bilancio pubblico superiore a quella che destinano alla sanità. Fra essi l’Angola, lo Sri Lanka, lo Zambia, il Laos, il Camerun. E tanto per andare sul concreto possiamo citare come esempio il Gambia che fra interessi e restituzione di capitale, nel 2019 ha destinato al debito il 38% delle sue entrate fiscali, mentre alla sanità solo il 4%. 

In questo contesto, è senz’altro una buona notizia la decisione recentemente assunta dai governi del G20, di concerto con Banca Mondiale e Fmi, di accordare ai 76 Paesi più poveri della Terra la sospensione del pagamento degli interessi e delle quote di capitale in maturazione nel 2020 nei loro confronti. Una misura che secondo i calcoli di Eurodad potrebbe portare a quei Paesi un ulteriore sollievo per 23 miliardi di dollari, che potrebbero diventare 29 se anche i privati facessero altrettanto. E tuttavia la Jubilee Debt Campaign non esulta perché si tratta solo di un rinvio che renderà la situazione ancora più difficile negli anni a venire. La cancellazione del debito, ecco ciò che la Campagna richiede in sintonia con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e con papa Francesco, per permettere ai Paesi più poveri di poter destinare più risorse al miglioramento delle condizioni di vita dei propri concittadini in linea con gli Obietti per lo sviluppo sostenibile 2030. 

E tuttavia anche altro potrebbe essere fatto per rendere meno gravosa la condizione di tutti quei Paesi che si trovano a dover richiedere prestiti per compensare le perdite di valuta estera dovuta a condizioni commerciali avverse. La richiesta è indirizzata al Fmi e si chiama ampliamento dei Diritti speciali di prelievo. Un provvedimento che avrebbe lo scopo di ampliare quel particolare meccanismo interno al Fondo che permette ai Paesi bisognosi di valuta pregiata di ottenerla non indebitandosi, ma comprandola da altri Paesi che ne hanno in abbondanza, utilizzando come mezzo di pagamento dei “biglietti” del tutto particolari. 

Si tratta dei diritti speciali di prelievo, titoli monetari emessi dal Fmi e assegnati gratuitamente a ogni membro del Fondo in proporzione alla quota con cui partecipano. Lo scambio di valuta contro diritti speciali di prelievo è su base volontaria, ma se oggi è a un livello molto basso non è tanto per l’indisponibilità allo scambio, quanto per scarsità di biglietti. Di qui la richiesta di ampliarli. Ma nonostante il sostegno di molti accademici, la proposta non avanza soprattutto per la contrarietà degli Usa di Donald Trump, che nonostante registrino il più alto numero di morti da coronavirus non hanno ancora capito che la solidarietà è il solo modo per poterci salvare tutti.

Francesco Gesualdi per AVVENIRE

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