IMMIGRATI? INDISPENSABILI SE L’ITALIA NON VUOLE FINIRE NEI GUAI

Gli stranieri rubano lavoro agli italiani?
Ma per carità! La competizione tra immigrati e italiani riguarda solo una quota modesta di lavoro poco qualificato. La verità è che gli immigrati “facilitano la sopravvivenza di molte aziende” che possono accedere a manodopera che accetta retribuzioni inferiori agli italiani. Per molte di queste aziende l’alternativa sarebbe la delocalizzazione della produzione, quindi gli stranieri aiutano a tenere in Italia posti di lavoro.
Gli stranieri sul nostro territorio sono troppi?
Altra sciocchezza. Con 5 milioni di stranieri sul territorio, cifra stabile da alcuni anni, l’Italia ospita una percentuale di immigrati inferiore a tutti gli altri grandi Paesi europei. Infatti l’Italia è in gran parte un Paese di transito per persone che vogliono andare in Nord Europa. Solo Milano ha tassi di presenza in linea con le principali città europee.

A sostenere queste tesi, affermando che addirittura l’Italia avrà bisogno di 3 milioni di immigrati se non si vuole andare in pensione a 90 anni o vedere la sua economia decrescere, non sono due politici o qualche intellettuale “ buonista”. Stefano Proverbio e Roberto Lancellotti, autori dell’interessantissimo “ Dialogo sull’immigrazione” pubblicato da Mondadori, sono due ex direttori di McKinsey, forse la più celebrata società di consulenza strategica. Entrambi fanno parte dei consigli di amministrazione di grandi società italiane e internazionali e lavorano per l’impresa Italia. E non hanno paura di smentite o furori ideologici.
E così all’ulteriore domanda se gli immigrati e gli stranieri gravano sul nostro sistema sociale già in difficoltà, rispondono, cifre alla mano, che casomai è vero il contrario.
Il vero nemico del welfare italiano, per i due autori, è l’inarrestabile calo della popolazione in età di lavoro, quella fra i 15 e i 64 anni. L’Istat stima una riduzione di 2,5 milioni da qui al 2030, che potrebbe diventare di 9 milioni al 2050 quando andranno in pensione le persone della cosiddetta Generazione X (i nati fra il 1965 e il 1983). Quindi, da qui al 2030 avremo bisogno di 3 milioni di immigrati in più se vogliamo tenere in piedi il nostro sistema pensionistico.
Il punto di partenza è la demografia: in Italia ci sono meno donne e fanno meno figli. Dalla metà degli Anni ’80 il numero dei figli per donna oscilla fra 1,2 e 1,4, ben al di sotto del livello di sostituzione di 2,1. Scrivono Proverbio e Lancellotti: “Oggi nascono un po’ meno di 500mila bambini ogni anno, ma circa il 15% sono figli di stranieri”. I nuovi nati “italiani al 100%” sono poco più di 400mila con un saldo negativo tra nati e deceduti nel 2016 di oltre 140mila unità. “E’ come se ogni anno sparisse una città come Verona”.
Le ripercussioni sull’economia del calo della popolazione sono drammatiche, perché alla riduzione del numero degli italiani corrisponde anche un innalzamento dell’età media e il nostro welfare non può resistere a un invecchiamento così marcato della popolazione. Pensiamo alla spesa sanitaria: le spese ospedaliere pro capite degli oltre 75enni sono 8 volte più elevate di quelle dei giovani compresi fra 15 e 24 anni. Inoltre gli anziani consumano meno: senza nuovi immigrati i consumi in Italia sarebbero destinati a calare di circa 100 miliardi di euro da qui al 2050, pari a un calo del Pil dello 0,5% l’anno. In sintesi, l’invecchiamento della popolazione è un fardello che pesa sulla crescita economica e nessuna politica di sostegno alla natalità che non si accompagni a una politica dell’immigrazione potrà mai saldare questo gap.

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