Immigrazione: il muro spagnolo

Lo scorso l’11 agosto è entrato in vigore un accordo segnato tra il primo ministro dello stato spagnolo Pedro Sanchez (partito socialista) e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Il piano, che è entrato in vigore l’11 agosto, prevede che i richiedenti asilo arrivati in Germania ma registrati in Spagna possano essere riportati indietro entro 48 ore.
In cambio, la Germania ha garantito il suo appoggio affinché l’Unione Europea sblocchi dei fondi – almeno 30 milioni di euro dei 130 richiesti– “per aiutare” il Marocco a bloccare le partenze di persone migranti verso l’Europa.

Nel 2018 il paese con più sbarchi in Europa è stata la Spagna con circa il 40% di tutti gli arrivi. Di questi, la maggior parte sono persone provenienti dalla regione subsahariana ma una buona parte sono anche persone di nazionalità marocchina, tra cui anche numerosi esuli che fuggono dalla repressione militare in atto nella regione del Rif.

In realtà, per quello che concerne il tema delle migrazioni non esiste un accordo definitivo tra Marocco e Spagna e per estensione con l’Unione Europea. Piuttosto esistono dei negoziati permanenti tra le parti che durano dal 2003. È dal 2000, infatti, che il Marocco mette sotto pressione l’Unione Europea facendo leva sulla sua posizione strategica di paese limitrofo (14 km di mare nel punto più stretto) e presentandosi come un potenziale alleato “nella lotta all’emigrazione clandestina” (come fa anche l’Egitto del generale al-Sisi o la Turchia di Erdogan). I termini della relazione possono essere riassunti così: da una parte c’è l’UE che vuole difendere/estendere le proprie frontiere chiedendo misure sempre più ferree ai paesi del Nord Africa (e non solo); dall’altra i benefici in termini economici (investimenti economici o facilitazioni nello stanziamento di prestiti FMI), militari, diplomatici (il riconoscimento internazionale) e politici che la sottoscrizione di tali accordi porta a paesi in forte crisi economica e a governanti senza alcun sostegno popolare. È su queste basi che a partire dagli anni 2000 è cominciata la cosiddetta “esternalizzazione della gestione delle migrazioni da parte dell’UE”. Il che in termini economici è valso al Marocco diversi vantaggi (accordo sulla pesca di cui si discute inevitabilmente proprio in questi giorni), un programma di 40 milioni previsto per la gestione delle frontiere, diversi finanziamenti (476 milioni 2000-2006) contro la disoccupazione, la povertà e lo sviluppo delle regioni del Nord del paese. Compreso il Rif in cui da almeno un anno la popolazione non smette di scendere in strada nonostante una repressione brutale. In cambio, l’Unione Europea ha sempre utilizzato il Marocco come un suo braccio armato nella gestione dei fenomeni migratori, nonché territorio dove espellere le persone che abbiano transitato sul suolo marocchino. Quest’ultimo punto sembra essere uno dei nodi centrali nel proseguo delle negoziazioni e la sottoscrizione di un accordo definitivo. Il Marocco, infatti, è intenzionato a riprendere solo le/i propri cittadini ma non chi ha nazionalità differenti. E in effetti, il 5 ottobre scorso il governo ha fatto sapere all’UE di non essere disposto ad accettare la costruzione di centri di detenzione sul proprio territorio.

Tuttavia, il 23 agosto scorso è successo qualcosa che apre degli scenari del tutto nuovi. 116 persone migranti arrivati nell’enclave di Ceuta il giorno prima,sono stati tutti espulsi in massa, senza preavviso, senza che abbiano potuto presentare domanda d’asilo, dunque senza il minimo rispetto di alcun tipo di diritto, verso il Marocco. 10 di loro sono stati anche arrestati dalla guardia civile con l’accusa è di “aver organizzato e diretto l’intrusione massiccia e violenta” a Ceuta. I reati contestati sono di violenza contro gli agenti di sicurezza, appartenenza a un’organizzazione criminale e danneggiamento.

Era dal 2005 che il Marocco non riammetteva persone di altre nazionalità 24 ore dopo la loro entrata in Spagna. Per farlo il governo socialista di Sanchez ha rispolverato un vecchio accordo tra i due paesi siglato nel febbraio 1992 dopo che 800 persone migranti riuscirono ad entrare a Melilla. Da quel momento il patto è stato applicato in rari casi e dal 1999 al 2003 totalmente sospeso (114 casi di espulsione dal 1992 all’agosto 2018). Le autorità marocchine hanno sottolineato che “l’accordo riprende all’interno della nuova politica migratoria europea”. Ossia, decine di migliaia di milioni di euro per aumentare il controllo delle frontiere. Ma non è tutto.

Il 27 settembre scorso, una nave della marina reale marocchina spara su una piccola imbarcazione che si dirige verso la Spagna. Hayat, marocchina, studentessa di diritto rimane uccisa. Altri passeggeri, tutti marocchini, sono gravemente feriti. Hayat e gli altri vengono da Tetouan, una città del nord del paese, nel Rif occidentale. Si tratta di una regione ormai militarizzata a causa delle proteste popolari che vanno avanti da un anno e che hanno portato decine di militanti (anche minori) a riempire le carceri del Makhzen. La risposta della gioventù locale non si fa attendere. Al grido di “uccideteci tutti”, “il popolo rinuncia alla nazionalità marocchina” in migliaia scendono per le strade della città e si scontrano con la polizia. L’esodo dei/delle giovani del Marocco è un fenomeno sempre più massiccio. A questi si aggiungono gli/le esuli che fuggono dalla repressione militare nel Rif. Molti di loro finiscono nei CIE (centri di identificazione ed espulsione) del governo socialista spagnolo. Tanti sono anche espulsi direttamente nelle galere del Marocco. Molti finiscono sfruttati nei campi della Spagna. Ed è proprio in questo contesto che le lavoratrici stagionali marocchine, in gran parte provenienti proprio dal Rif in rivolta, hanno messo in atto una dura protesta contro un sistema che le sfrutta, ne abusa sessualmente, le utilizza a fini propagandistici (è il caso del Sindacato andaluso dei Lavoratori).

Ma le conseguenze degli accordi tra Marocco, Spagna e UE hanno effetti ancora più tragici. Da questa estate, infatti, delle vere e proprie milizie di polizia sotto il comando del ministero degli interni marocchino effettuano sistematicamente continui rastrellamenti in tutte le principali città del nord del Marocco a caccia di persone migranti provenienti dalla regione subsahariana. Secondo un modello attivo anche in Algeria (dove tutti sanno che c’è la mano dell’Unione Europea) donne, uomini, minori, vengono catturati, i loro beni rubati da bande criminali e dalla stessa polizia, percossi, messi su autobus e portati nei lager o nelle carceri delle città a Sud del paese. Spesso sono abbandonati a loro stessi nel deserto. Finora si contano due morti durante le deportazioni. Tuttavia, è difficile avere dati attendibili di quello che avviene nei lager del paese.

Quanto alle persone che riescono a lasciare le coste del Marocco, spesso sono lasciate morire in mare dalle autorità militari. La Spagna (e dunque l’UE) stanzia milioni di euro affinché il Marocco faccia il gioco sporco, presentandosi agli occhi di tutti come un governo umanitario. Il 3 ottobre scorso la guardia costiera spagnola ha accusato di aver lasciato volutamente affondare un’imbarcazione con almeno 34 persone. Come sempre l’Unione Europea scarica su altri le responsabilità di massacri di cui è il mandante. Vicende già viste in Egitto, in Libia, in Algeria e in Marocco da anni e anni.

 

da HURRIYA

 

Segnalazioni: rubrica a cura di Sergio Falcone

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