In Bangladesh si muore per i nostri vestiti

È una vittoria importante per i 4 milioni e mezzo di lavoratori del tessile l’aumento salariale annunciato domenica sera dal ministro del Lavoro del Bangladesh. L’annuncio è arrivato dopo un mese e mezzo di proteste e manifestazioni a intermittenza, sospese durante la conflittuale campagna elettorale per le elezioni del 30 dicembre e riprese con particolare intensità il 6 gennaio, a urne chiuse e seggi parlamentari assegnati. Da allora, ci sono stati ben 8 giorni consecutivi di scioperi e forti azioni dimostrative represse dalla polizia, provocando vittime, nella capitale così come a nord di Dacca, nelle cittadine adiacenti che formano una sorta di cintura industriale del tessile.

UN SETTORE CRUCIALE per l’economia di questo Paese, il cui prodotto interno lordo nel 2018 è cresciuto al 7.8% annuo anche grazie ai lavoratori del tessile, il cui lavoro vale 26 miliardi di euro ogni anno e l’80% del commercio estero del Paese. Le proteste dei lavoratori e – soprattutto – delle lavoratrici nascono dalle nuove direttive sul salario minimo, aggiornate dopo 5 anni e in vigore dallo scorso 1 dicembre.

Prevedevano infatti un aumento significativo soltanto per una minoranza dei lavoratori, in particolare per i nuovi assunti, e non per quelli con maggiore anzianità di lavoro. Le disparità salariali sono state infine riconosciute domenica dalla Commissione tripartita – governo, aziende e sindacati – istituita d’emergenza dall’esecutivo, la quale ha deciso un aumento del salario minimo per tutte le categorie.

PER I LAVORATORI con maggiore anzianità e di più alto livello il salario minimo è salito a 18.257 taka (circa 190 euro), per i nuovi assunti di più basso livello a 8.000 (circa 84 euro).

Tranne rari casi, lunedì i lavoratori sono tornati nelle fabbriche, ma già vengono segnalati licenziamenti ingiustificati da parte dei proprietari delle fabbriche, che nei giorni scorsi non hanno esitato a ricorrere alle minacce. Quelle fisiche, affidate agli scagnozzi della sicurezza interna, e quelle verbali. Siddiqur Rahman, presidente del Bgmea – la potente associazione dei produttori ed esportatori di prodotti tessili del Bangladesh – in una conferenza stampa tenuta domenica a Dacca ha minacciato di far chiudere tutte le fabbriche per un periodo indefinito di tempo, se i lavoratori non avessero messo fine alle proteste: «chi non lavora, non guadagna».

L’ASSOCIAZIONE di cui è presidente ha cercato a lungo di evitare di concedere l’aumento chiesto dai dimostranti, ma alla fine ha dovuto cedere. Era inevitabile: così aveva deciso Sheikh Hasina, leader del partito al governo, l’Awami League, figlia del fondatore della patria Sheikh Majibur Rahman e vincitrice delle elezioni del 30 dicembre. Quelle elezioni le hanno permesso di aggiudicarsi 288 seggi parlamentati su 300, ma le sono costate le critiche della comunità internazionale e delle associazioni per i diritti umani, che hanno condannato le intimidazioni, gli arresti arbitrari, le minacce agli esponenti dell’opposizione, che denunciano brogli e repressione.

SHEIKH HASINA, lady di ferro del Bangladesh, non poteva permettersi che l’attenzione dei media stranieri continuasse a posarsi troppo a lungo sul suo Paese, né poteva concedere alle opposizioni, per quanto ridotte alla marginalità, l’occasione di cavalcare le proteste. Così non solo ha avallato la decisione della Commissione tripartita, ma l’ha fortemente sollecitata. I sindacati per ora festeggiano. Così la maggior parte dei lavoratori. A distanza di quasi 6 anni dal crollo del Rana Plaza che ha causato più di 1.110 vittime, le condizioni dei lavoratori del tessile rimangono comunque molto dure qui in Bangladesh.

 

da IL MANIFESTO

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