In Congo la popolazione insorge contro la missione delle Nazioni Unite

Il governo di Félix Tshisekedi, presidente da meno di un anno della Repubblica democratica del Congo (dopo un voto presidenziale considerato fasullo dall’opinione pubblica congolese e dagli osservatori internazionali), si trova a fare i conti, come i governi precedenti, con l’instabilità cronica e con la conflittualità del nordest del paese: un’area ricca di risorse naturali – di cui il governo di Kinshasa non ha mai davvero avuto il pieno controllo e che ha visto numerose “invasioni di campo” da parte di Uganda e Rwanda – attraversata da gruppi armati stranieri e teatro di scontri intercomunitari.

Per denunciare questa situazione insostenibile – nell’ultimo mese, secondo Radio France International, hanno perso la vita almeno 100 persone – si sono mossi i vescovi delle province del Sud e del Nord Kivu, che hanno indetto ieri una giornata di lutto in solidarietà con le vittime civili degli scontri tra esercito congolese e milizie ugandesi delle Forze democratiche alleate (Adf). Scuole, università e chiese della regione sono rimaste chiuse.

Sempre ieri la popolazione del Nord Kivu è tornata a chiedere il ritiro della missione Onu (Monusco) definita «inerte». Da settimane, sono in atto proteste contro la Monusco accusata di non svolgere uno dei suoi compiti principali, quello di proteggere la popolazione civile. A Beni blocchi stradali e sit-in dei manifestanti hanno provocato la dura reazione della polizia: si contano morti e feriti.

La Monusco ha ribattuto di non poter intervenire senza un esplicito invito da parte delle Forze armate dell’Rd Congo che lo scorso novembre hanno smantellato cinque basi operative dei ribelli Adf, i quali hanno reagito colpendo i civili.

A contestare la difesa della Monusco è stata l’Associazione culturale nande (l’etnia maggioritaria nella città di Beni) che ha scritto una lettera al segretario generale Onu in cui ricorda che, in base alla risoluzione Onu 2098 del 28 marzo 2013, le forze della Monusco possono intervenire di loro iniziativa quando è minacciata la sicurezza della popolazione civile.

La lettera, nel chiedere il ritiro dei caschi blu dal Nord Kivu, afferma che i militari della Monusco mettono i loro mezzi «finanziari e militari» al servizio delle organizzazioni non governative e al servizio «dell’affarismo, soprattutto nelle zone minerarie».

Ieri, Jean-Pierre Lacroix, capo delle operazioni di pace dell’Onu, si è recato nella città di Beni e ha dichiarato che gli attacchi contro le installazioni Onu a Beni sono state «premeditate, organizzate e finanziate».

NIGRIZIA

 

In Africa, la Nazioni Unite portano avanti 9 missioni, per un costo che si aggira intorno agli 8 miliardi di dollari l’anno,  la più grande delle quali è in DRC. Visti i risultati effettivi delle sopracitate missioni, i quali comprendono gli alti costi, la mancata diminuzione dei conflitti e le accuse ai militari internazionali, la domanda che viene da farsi è se e per quali ragioni l’intervento dei caschi blu sia ancora utile e auspicabile in DRC.

La DRC degli ultimi anni

L’atmosfera politica in DRC è sempre stata testa. Gli eventi che hanno scosso il Paese sin dai primi momenti che hanno seguito l’indipendenza, e che ancora oggi si susseguono, non hanno dato respiro alla popolazione congolese, in particolare nelle zone dei Kivu. Numerosi gruppi armati si contendono il dominio politico e la possibilità di gestire le risorse che il territorio offre, prime fra tutte coltan, oro e diamanti. Contemporaneamente il presidente Joseph Kabila, in carica dal 2001, ha concluso il suo mandato, ma, a suo dire, per non gravare sulle condizioni di sicurezza del Paese, ha rimandato più volte le elezioni, che dovrebbero avere luogo a dicembre 2018.

Sembra quasi che i vari tentativi volti al raggiungimento della pace e della stabilità portati avanti dalle forze interne ed esterne alla DRC, non abbiano mai avuto luogo. Lo stesso vale per gli interventi delle Nazioni Unite. Queste decisero di agire per tentare di migliorare la situazione del Paese centro-africano nel 2000, creando una missione di peacekeeping a seguito della firma degli accordi di Lusaka. Gli accordi, ai quali presero parte la stessa DRC e Angola, Namibia, Uganda, Ruanda e Zimbabwe, prevedevano, oltre al cessate il fuoco, la collaborazione delle parti per l’individuazione, la classificazione e il disarmo dei gruppi armati. La missione, che prese il nome di MONUC (Mission de l’Organisation des Nations Unies en République démocratique du Congo), fu istituita dalla risoluzione 1279 con gli obiettivi di controllare il rispetto del cessate il fuoco, mantenere i rapporti con tutte le parti firmatarie e lavorare per la diminuzione del numero di combattenti per i gruppi ribelli.

Purtroppo, l’arrivo della missione non portò la pace. Il Paese era in subbuglio per cercare di spodestare Laurent-Désiré Kabila, che venne assassinato nel 2001 da una delle sue guardie de corpo. Suo figlio, Joseph, prese il suo posto e nel 2006, quando si tennero le elezioni, potè vedere la sua posizione legittimata dal voto popolare.

Un successore per la missione MONUC: MONUSCO

MONUC rimase operativa fino al 2010, quando venne sostituita dalla missione MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo), il 1 luglio, grazie alla risoluzione 1925 del 28 maggio.

Il mandato iniziale della missione prevedeva la possibilità, concessa al personale di peacekeeping, di utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili, il personale umanitario e i difensori dei diritti umani. Allo stesso tempo, i caschi blu dovevano collaborare con il governo di Kinshasa e supportarlo. Venivano così schierate più di 20.000 unità di personale militare e di polizia. Il passaggio da MONUC a MONUSCO si era rivelato indispensabile, visto il mancato rispetto del cessate il fuoco da più di uno dei soggetti firmatari. Nel 2011, dopo una vittoria delle forze congolesi contro i gruppi ribelli, gli uomini armati del 23 March Movement si rivelarono sufficientemente forti e organizzati da conquistare la città di Goma sotto gli occhi dei militari ONU, il cui mandato non permetteva loro di intervenire se non in protezione dei civili. Ci sarebbero stati civili da proteggere questa volta, ma secondo i generali sul campo un intervento armato avrebbe aumentato i rischi per la popolazione.

L’immobilità dell’ONU si protrasse fino al 2013, quando, vista l’escalation di violenze che stava affliggendo in particolare le zone nord orientali del Paese, il 24 marzo, venne firmato da numerosi Stati della regione il Peace,Security and Cooperation Framework for the Democratic Republic of the Congo and the region. L’accordo prevedeva la collaborazione tra le forze internazionali, in particolare le Nazioni Unite, gli Stati della regione e il governo della DRC per stabilizzare la situazione politica, disincentivare la partecipazione ai gruppi armati e favorire lo sviluppo economico e la cooperazione.

Solo quattro giorni dopo, il 28 marzo, il Consiglio di Sicurezza approvò una risoluzione, la 2098, che prevedeva la creazione di un’Intervention Brigade. Il corpo aveva la mansione, negata al resto delle truppe, di neutralizzare i gruppi armati e di ridurne la minaccia nei territori orientali della DRC, basando il proprio operato su tre priorità:

  • la protezione dei civili,
  • la stabilizzazione del Paese
  • il supporto all’implementazione del PSCF.

Alla creazione del nuovo corpo di azione si aggiunse anche l’ultimatum dell’ONU, che intimava al March 23 Movement il ritiro dalla città di Goma entro 48 ore, altrimenti si sarebbe intervenuti con la forza. I miliziani decisero di ritirarsi.

La presenza della nuova Intervention Brigade non portò sostanziali cambiamenti, anche a causa dei ritardi e dell’insufficiente preparazione delle truppe, e la popolazione continuò a subire attacchi.

Dopo il 2013 ogni anno una nuova risoluzione prolunga il mandato della missione MONUSCO, ma non si vedono grandi miglioramenti. Alla fine di marzo del 2014, con la risoluzione 2147, il Consiglio di Sicurezza oltre ad estendere il mandato della missione, ha lasciato attiva anche l’Intervention Brigade; lo stesso ha fatto l’anno dopo, con la risoluzione 2211.

 

da LO SPIEGONE

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