IN GALERA L’AFRICA MIGLIORE: NIGER, LA BATTAGLIA DI ALI IDRISSA

Ali Idrissa, attivista per i diritti umani, impegnato nel suo Niger a rendere trasparenti e onesti i contratti tra le industrie minerarie straniere e i governi, è di nuovo in prigione. Quella che segue è la sua storia raccontata in prima persona da un eroe dei nostri tempi colpevole solo di volere giustizia per il suo paese e l’Africa.

“Tutto è iniziato nel 1990. Allora combattevo per la democrazia e condizioni migliori per gli studenti. Nonostante la nostra nazione abbia ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960, infatti, il Niger, il mio paese, ha sempre sofferto di instabilità politica ed è stato governato da un sistema monopartitico. Allora tutto ciò che volevo era solo libertà e democrazia.
Erano tempi terribili di violenti scontri tra cittadini e forze armate del Niger. Ho perso un cugino ucciso nella capitale, Niamey. Combattere per la democrazia era pericoloso e spaventoso, ma decisi di trasformare la mia rabbia per ciò che vedevo in un impegno più forte per cambiare le cose. Insieme ad altri attivisti, ho fondato Crusade, un’organizzazione per i diritti umani.

Negli anni ’90 chiedevo la democrazia, ma la crisi alimentare del 2005 mi ha fatto capire che il Niger aveva un altro grosso problema: la corruzione. Mai dichiarata dal governo per quello che era, cioè carestia, quell’orrore che costò la vita a tanti nigeriani, fu causato da una terribile siccità, dalle cavallette ma soprattutto da decenni di assurda e ingiusta povertà. Il governo nigeriano di allora, pur di reperire fondi per far fronte alla situazione, decise di tassare generi alimentari di base come grano, latte e zucchero. Una follia!

Era una politica assurda che penalizzava chi era già terribilmente povero. E allora mi venne spontanea una domanda. Come mai il Niger pur essendo il quarto produttore al mondo di uranio, non aveva soldi nelle casse pubbliche? Come mai quell’uranio rappresentava il 70% delle nostre esportazioni, ma contribuiva solo con il 5,8% al nostro PIL?

Per capire questa mancanza di equilibrio tra l’estrazione dell’uranio e le sue entrate, ho cominciato a studiare la società che stava estraendo l’uranio, Areva. Areva è una società francese, in cui il governo francese ha una quota dell’87%. Opera in Niger dal 1971, ma ha sempre pagato un misero 5% di royalties e si è poi rifiutata di rispettare il codice minerario del 2006 che ha aumentato le royalties minerarie dal 5% al 12%. Ho combattuto questa situazione con tutte le mie forze fino a meritarmi l’appellativo di “bestia nera” delle compagnie estrattive.
Nel 2013, quando i contratti tra Areva e il nostro governo dovevano essere rinnovati, speravo che il governo fosse in grado di concludere un accordo finalmente positivo per la nostra gente. Noi abbiamo premuto in ogni modo perché finalmente il vento cambiasse e fosse fatta giustizia. Dopo 18 mesi di intense discussioni, è stato finalmente raggiunto un accordo. Ma la sua natura è sconosciuta alla gente del mio paese. Questa mancanza di trasparenza ha permesso in passato e rischia di permettere ancora infinita corruzione e drammatica povertà per il mio paese. Pochi malfattori si arricchiscono consentendo la rapina delle nostre ricchezze. Non sapere ciò che entra nelle casse del nostro stato, impedisce un controllo democratico dei bilanci pubblici.
Chiedere risposte al governo è costato molto a me e alla mia famiglia. Ho subito intimidazioni e minacce, che hanno reso un inferno la mia vita e quella della mia famiglia. Una mattina, due anni fa, verso le 4 del mattino, la polizia ha sfondato la mia porta di casa e mi ha arrestato di fronte alla mia moglie incinta. Ciò è accaduto durante la visita di Hollande, il presidente francese e perché organizzato una manifestazione per chiedere la pubblicazione del contratto Areva. Mi hanno liberato e poi di nuovo arrestato. Poi liberato e ora sono di nuovo in carcere.
Sapere di avere il sostegno dei cittadini del Niger mi ha sempre spinto ad andare avanti.
Voglio solo vedere il Niger risorgere, divenire finalmente padrone delle proprie risorse, poterle usare per liberarsi dalla miseria. Voglio vivere in un paese i cui bilanci siano trasparenti, in cui gli accordi, tra i nostri governi e chi acquista le nostre materie prime, siano pubblici e onesti, garantendo alla mia gente di poter vivere a testa alta, ai nostri giovani di non patire la fame e dover emigrare. E per questo sono pronto a tutto. Ad ogni sacrificio. Per il Niger, per il mio popolo, per la mia famiglia “.

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