In Germania cresce la violenza dei neonazisti

Un video di un profugo picchiato al grido di “maiale”, interviste che lasciano senza fiato, un processo deragliato per le minacce agli inquirenti, una sindaca minacciata di morte e una comunità spaccata. Quanto l’estremismo di destra stia prendendo piede in certe zone rurali della Germania lo dimostra l’incredibile storia di Arnsdorf, villaggio di cinquemila abitanti a pochi chilometri da Dresda, in Sassonia. Dove la sindaca socialdemocratica, Martina Angermann, ha gettato la spugna giovedì scorso dopo essere stata minacciata di morte e perseguitata dai neonazisti e dall’ultradestra Afd e abbandonata dai suoi concittadini.

Le sue dimissioni clamorose ma non sorprendenti hanno indotto la ministra della Giustizia, Christine Lambrecht, a dichiarare che “quando le persone si ritirano dall’impegno sociale per minacce e intimidazioni, la nostra democrazia è in pericolo”. Ma viste le micidiali condizioni in cui ha vissuto a lungo Angermann, che dall’inizio dell’anno è in malattia per un esaurimento nervoso e ha ora chiesto di essere prepensionata, sembra una presa d’atto un po’ tardiva.

Il dramma di Arnsdorf comincia alla fine di maggio nel 2016, quando un profugo iracheno 21enne viene trascinato fuori da un supermercato, preso a pugni e insultato da quattro energumeni vestiti di nero. Qualche giorno dopo, qualcuno carica su Facebook un video dell’accaduto. I fatti sono inequivocabili: il profugo parla con la direttrice del supermercato – per lamentarsi di una scheda telefonica che non funziona, spiegherà la polizia più tardi – finché non sopraggiungono i quattro aggressori. Il video finisce con la voce di una donna che sospira “certo è un peccato quando vedi che c’è bisogno delle milizie cittadine”.

Quel che nel video non si vede, che emerge successivamente, è che l’iracheno viene legato subito dopo a un albero con dei cavi. Il profugo, peraltro, è il paziente di una clinica psichiatrica. E tra i quattro razzisti che lo hanno picchiato c’è un politico della Cdu, Detlef Oesler, ma anche due membri di una banda di motociclisti che simpatizzano con il movimento neonazista degli Identitari.

Martina Angermann, sindaca di Arnsdorf dal 2001, comincia ad essere insultata e minacciata di morte non appena difende il profugo. La 61enne definisce “brutale” l’attacco dei quattro, e la situazione diventa grottesca sin dai primi minuti. La Cdu chiede le scuse di Oelsner, che si rifiuta e, anzi, rincara la dose. “Siamo cittadini, non sudditi. Lo Stato ci appartiene”, fa sapere. I difensori dell’aggressione brutale parlano di “un atto di coraggio civico”. I fatti vengono mostruosamente distorti. Qualche mese dopo, comincia il processo contro i quattro.

Su Facebook compaiono video che accusano l’iracheno di aver rubato – bugia smentita dalla polizia – e il politico locale dell’Afd Maximilian Krah avvia una campagna d’odio contro la sindaca e una raccolta di firme a sostegno degli aggressori. Per comparire al processo, che si svolge a Kamenz, la sindaca mobbizzata deve passare attraverso una piccola folla di neonazisti, sostenitori di Pegida e dell’Afd che reggono cartelli contro la presunta “criminalizzazione del coraggio civico”, come racconta la Sueddeutsche Zeitung. Il profugo non c’è: è scomparso a gennaio del 2017, l’hanno trovato nel bosco, ufficialmente è morto di freddo.

Il processo si chiude in fretta, il giudice lo dichiara subito concluso perché gli accusati avrebbero comunque scontato pene leggere e per la scarsa rilevanza pubblica dell’accaduto. Un episodio, va ricordato, che era finito su tutti i giornali nazionali. Anche quest’epilogo giudiziario frettoloso puzza di marcio. L’emittente locale Mdr racconterà poi di inquirenti minacciati e di un processo sostanzialmente inquinato. Ma per Angermann, da allora, si spalancano le porte dell’inferno: isolata nel villaggio, minacciata di morte, mobbizzata sui social media. L’Afd voleva ottenere le sue dimissioni, giovedì scorso. Lei li ha preceduti facendo un passo indietro. Ma il suo passo indietro è anche quello di un altro pezzo di civiltà, è un’altra resa dolorosa per la democrazia in Germania.

Tonia Mastrobuoni per Repubblica

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