IN LIBIA L’ITALIA RISCHIA DI BRUTTO

Ora l’Italia rischia di finire sotto le macerie libiche. Trascinata nel baratro da un Governo, quello di Fayez al-Serraj, sempre più debole e sotto assedio in una Tripoli trasformata da giorni in un campo di battaglia, dove è stato decretato lo stato d’emergenza. Dalla nostra ambasciata a Tripoli è iniziato il rientro di parte del personale diplomatico. La sede resta ancora aperta, ma i piani per il rimpatrio totale sono già stati predisposti, e se non sono stati ancora attuati è per evitare una fuga che assesterebbe un colpo micidiale alla nostra immagine e credibilità a livello internazionale.

Al-Serraj è sempre più all’angolo: la “cupola” di milizie che ne garantisce la sopravvivenza – formata dai “rivoluzionari” di Haithem Al Tajouri, i salafiti di Abdul Rauf Kara e dagli uomini di Abdul Ghani Al-Kikli e, appunto, Hashm Bishr – sembra incrinarsi tanto è vero che Serraj è stato costretto a richiamare a Tripoli, dopo che ne erano state scacciate nel 2014, le milizie di Zintan che nei mesi scorsi avevano stretto uno storico accordo di pace con gli arci-nemici di Misurata. Quest’ultimi, sono corsi in aiuto del premier assediato. Tuttavia, il “ritorno” degli Zintani a Tripoli, come dei Misuratini, non poteva incontrare il favore di alcuni pezzi da novanta della cerchia del Premier riconosciuto, da qui il caos che è tornato a regnare sulla capitale.

In politica estera non c’è niente di peggio che restare in mezzo al guado. E il governo gialloverde lo ha fatto in Libia. Da mesi, Giuseppe Perrone, l’attivissimo ambasciatore a Tripoli, aveva avvertito Roma delle crescenti difficoltà che Serraj incontrava non solo nell’allargare lo schieramento di forze – tribù e milizie – a sostegno del suo Governo, ma anche del fatto che a rafforzarsi sempre più era l’antagonista principale dell'”uomo di Roma” (Serraj): il generale Khalifa Haftar, l’ex ufficiale di Gheddafi, l’uomo forte della Cirenaica. Forte non solo sul piano interno – con un esercito che conta oltre 40mila uomini, il sostegno del parlamento di Tobruk e di alcune tra le più radicate e potenti tribù libiche – ma anche sul piano esterno, potendo contare sull’appoggio esplicito della Francia e dell’Egitto, e di quello, meno sbandierato, ma altrettanto pesante, di Russia ed Emirati Arabi Uniti.

Nel momento, ritardato, in cui a Roma si è compreso di aver puntato sul “cavallo perdente”, si è cercato di correre ai ripari, cercando di riaccreditarsi verso Haftar e le forze che lo sostengono, attraverso la benevola intercessione del presidente-generale egiziano, Abdel Fattah al-Sisi. Era soprattutto questo il senso politico della missione agostana al Cairo del titolare della Farnesina, Enzo Moavero-Milanesi. Troppo tardi. Perché, nel frattempo, al-Sisi aveva cementato il patto di azione con il suo omologo francese, Emmanuel Macron, nel ribadire che, caos o non caos, i libici dovevano andare al voto, presidenziale e legislativo, nei tempi decisi dalla Conferenza di Parigi del luglio scorso: a dicembre 2018. Una ipotesi contro cui Roma si è apertamente schierata, come aveva ribadito esplicitamente la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, nella sua missione lampo, a luglio, a Tripoli. In quell’occasione, la ministra aveva incontrato Serraj e gli uomini che contano nel governo di Tripoli, senza però aver modo e possibilità di interloquire con personaggi vicini ad Haftar. Ed ora, come scritto più volte e documentato da HuffPost, l’Italia rischia seriamente di essere fatta fuori dalla “partita libica”.

Con pesanti ricadute non solo sulla questione migranti ma su terreni cruciali agli interessi nazionali: petrolio, ricostruzione e sicurezza. Eni ricopre oggi un ruolo predominante con i suoi 320mila barili di petrolio estratti ogni giorno contro i 31mila della Total, ma i rapporti diplomatici ed economici possono mutare proprio in virtù delle alleanze che in Libia sono divise tra Italia e Francia. Haftar controlla aree chiave per l’esportazione del petrolio, la principale ricchezza del Paese. Per sabotare la cabina di regia italiana, sottolineano a Roma, Parigi “userà” i suoi più fedeli alleati libici, a cominciare, per l’appunto, da Haftar.

Una avvisaglia in proposito si è avuto lo scorso 8 agosto, quando il parlamento di Tobruk, saldamente in mano ai fedelissimi di Haftar, ha dichiarato l’ambasciatore italiano Giuseppe Perrone persona non grata, secondo quanto si legge in un documento del Comitato affari esteri pubblicato dal giornalista libico Faraj Aljarih. Nel documento si condannano “nei termini più forti” le dichiarazioni rilasciate dall’ambasciatore “a un’emittente satellitare” sulle elezioni in Libia, “in cui ha chiesto con insistenza di rinviare le elezioni”, considerate una “flagrante interferenza negli affari interni della Libia, una violazione pericolosa alla sovranità nazionale e un’aggressione alla scelta del popolo libico”. “Un’offesa che richiede le scuse italiane”, si legge nel documento. Non basta. L’autoproclamato Esercito nazionale libico (Libyan National Army, Lna) del generale Haftar, ha avvertito il governo di Roma di “non trattare la Libia come una ex colonia”. Gli italiani, ha detto il portavoce del “feldmaresciallo” Haftar, si sono scusati in precedenza per le azioni compiute durante l’occupazione della Libia. “Se manterranno queste scuse, allora saremo amici e avremo interessi comuni in termini di sicurezza e stabilità politica”, ha aggiunto il portavoce. Poi l’uomo di Haftar è andato al nocciolo della questione che contrappone Haftar e Francia all’Italia: “Il ruolo italiano è apparso in competizione con quello francese: abbiamo avuto la conferenza di Parigi (tenuta il 29 maggio scorso) e ora abbiamo l’Italia che organizza una conferenza a Roma, ma non sappiamo quali fazioni saranno rappresentate. Se ci lasciassero fare da soli, risolveremmo i nostri problemi”.

Tra Italia e Francia si gioca in Libia una delicatissima partita petrolifera. La grande spartizione della Libia è un affare da almeno 130 miliardi di euro. Una torta miliardaria che non chiama in causa solo l’Eni. Perché in Libia, in campi diversi ma tutti strategici – a cominciare dalla ricostruzione di una rete ferroviaria ad altre infrastrutture strategiche – sono impegnate, tra le altre, Finmeccanica, Impregilo, Edison, Saipem e Unicredit… A farsi garante del rispetto degli impegni – leggi contratti – stilati è il governo di al-Serraj e le istituzioni, bancarie e petrolifere, che da esso dipendono. Ecco perché se cade Serraj, per l’Italia sarebbe un guaio serio, molto serio.

UMBERTO DE GIOVANNANGELI per HUFFPOST

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