In memoria di Menandro e Simonetta, la coppia di senzatetto, ma tanta solitudine, che ha scelto di morire insieme.

Padova.
12.55. ora di punta. una stazione affollata. Gente che arriva o parte. 

Simonetta cammina tra i binari dell’alta velocità. È finita.

A un certo punto vede il Frecciarossa da Napoli verso Venezia che sta arrivando e si siede. 

Chissà dove è arrivato il suo dolore,è questo che io mi chiedo.

Menandro, il suo compagno, era dietro di lei, ha cercato invano di spingerla via ma Simonetta non si è mossa. 

Il treno si stava avvicinando, l’avrebbe uccisa. Lui poteva salvarsi, era in tempo per salvarsi.

Invece si è messo accanto a lei e l’ha abbracciata. Di fronte alla morte non l’ha lasciata sola.


Simonetta e Menandro, due persone senza fissa dimora e forse in questa storia questo conta. Quarant’anni entrambi.


Io non so cosa sia l’amore, se abbia il nome del sacrificio, a volte, si confonde con la disperazione. 

A volte si perde nella povertà e nella solitudine. 

So che lui non ha salvato se stesso perché forse erano l’unica umanità possibile uno per l’altro. 

Immagino che Simonetta non avesse più niente su questa terra, nemmeno l’amore, Menandro, invece, era tenuto qui solo dalla presenza di Simonetta. 

Allora penso che non dovrebbe mai essere solo l’amore a tenerci qui, perché se finisce, se ci abbandona siamo perduti.

Dovrebbe essere la vita a tenere la vita, il sapere di farcela, di essere sostenuti, di non essere lasciati soli.

Non so quale fosse il loro male, conosco solo ciò che è stato scritto e quel gesto di Menandro portato ad esempio come quasi come una rappresentazione di amore puro.

Lo stesso che si narra da secoli nei romanzi, si sussurra alle ragazze, quello che arriva al sacrificio di sé.

Io, invece, in quel gesto ho visto solo una devastante solitudine e disperazione. 

L’amore da solo non basta, l’ho scritto una marea di volte, serve l’esistenza tutta. 

Serve occuparsi di chi non ce la fa, di chi è più debole, creare strutture, occasioni, servizi, gli stessi di cui abbiamo bisogno ora in situazione di emergenza. 

Serve un “noi”. Forte e solido.

Avrei potuto parlarvi del loro grande amore, sarebbe stato più semplice, come hanno fatto parecchi giornalisti, magari vi sarebbe scesa una lacrima, invece, ho voluto parlarvi di loro, di Simonetta e Menandro che sono rimasti così incastrati nella loro solitudine da rinunciare alle vita. 

Forse si sono amati, a loro modo. Di certo non sta a noi giudicare. Di certo ci sono stati uno per l’altro, fino alla fine, ma quell’amore non è stato sufficiente. Questa è la verità.

Vanno sostenute le persone, sempre, anche se vivono ai margini. Se si fossero sentite dentro a quel “noi” probabilmente non si sarebbero uccise. 

È giunta l’ora di iniziare a raccontare la verità, anche se meno romanzata e più difficile.

È giunta l’ora di imparare a direzionare le nostre vite e quelle dei nostri figli e delle nostre figlie.

L’amore non è mai e poi mai distruzione di sé e dell’altro. 

Non c’è nessun lieto fine. 

La morte non è mai un gesto d’amore.

Penny ( Cinzia Pennati, SOS DONNE BLOG )

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