In memoria di Rosaria. Massacrata dal marito. Lasciata sola.

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“L’ho picchiata solo lunedì” ha detto lui come fosse accettabile.

“Mi tradiva con altri uomini” ecco la sua motivazione.

D’altronde quante volte le testate giornalistiche hanno scritto: “L’ha uccisa perché lei aveva un altro”.

La donna è dell’uomo e deve stare un passo indietro. Muta. Rassegnata.

Lui è suo marito. Trent’anni di matrimonio. Luogo sacro della famiglia tradizionale.

Resistete donne. Qualunque cosa succede, resistete. L’amore supera ogni cosa, persino le botte.

Oggi, dicono i filosofi, che le relazioni sono precarie, liquide, non c’è impegno rispetto a un tempo. Può anche essere vero, ma si dimenticano di aggiungere che nel passato quell’impegno, spesso, aveva un nome: sottomissione.

È anche così che si fa cultura patriarcale. Le donne pensano di dover restare, altrimenti non sono brave mogli, compagne, persone, pensano di non fare mai abbastanza e gli uomini danno per scontato che non verranno lasciati.

Rosaria è l’ultima vittima di femminicidio. Inutile raccontare la sua storia, simile a quella di molte donne.

Domani sarà già un numero.

Tutti noi la dimenticheremo, diremo che il sessismo in Italia non esiste, che stiamo esagerando con ‘sta storia del maschilismo, che interpretiamo male le parole di noti presentatori, che quel politico ha fatto solo una battuta, che le quote rosa non servono, che la TV pubblica può fare ciò che vuole, che desiderare l’eliminazione di canzoni che inneggiano alla violenza è censura e, poi, per tranquillizzare le nostre coscienze chiederemo alle donne vittime di violenza di denunciare.

La promessa? La loro salvezza.

E poi?

Quando le donne denunciano, cosa succede? Chi le protegge?

Perché Rosaria, ad esempio, ha denunciato più volte suo marito e alcune di quelle denunce le ha ritirate, l’ultima ad aprile, nove mesi fa.

Volontariamente.

Ma è in sè una donna che viene picchiata costantemente da un uomo, suo marito, non l’orco blu, che aveva precedenti per maltrattamenti in famiglia?

Qualcuno non dovrebbe vigilare?

E allora forse non basta dire alle donne, denunciate, perché dopo la denuncia rischiano di essere sole.

Bisogna raccontare alle donne vittime di violenza che cosa succederà dopo. Cosa ne sarà di loro.

Garantire una pena, allontanare chi fa male. Tutelarle. Fare in modo che abbiano un luogo di riparo.

Sovvenzionare i centri antiviolenza, creare più case rifugio.

La storia di Rosaria è una pagina di vita già scritta, è quella di Sara, di Maria, di Roberta, di Serena e delle altre di cui non riusciamo a ricordare i nomi.

Alla fine la responsabilità della salvezza è tutta in mano alle donne.

La denuncia è il primo passo, certo, ma le donne devono sapere di essere supportate dopo, per non tornare indietro come Rosaria.

Lei è stata picchiata per Tre giorni. Il suo corpo quando è stato trovato era un mosaico di lividi.

Nessun posto sicuro per lei.

Nessun dopo. 

Solo la certezza della fine.

La sua e un po’ la nostra, una società che si dichiara civile, ma non lo è per quanto riguarda le donne.

E come sempre le lascia terribilmente sole. Prima e dopo.

Penny

Cinzia Pennati SOSDONNE

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2 Responses

  1. Avatar Rosaria ha detto:

    So esattamente cosa significa.
    So esattamente come ci si sente.
    Però purtroppo una cosa la devi dire le denunce vanno scritte in modo impeccabile, perché a volte pure “quel modo” determina la celerità della giustizia.
    Nel mio caso ho incontrato forze dell’ordine che mi incitavano a denunciare fatti accaduti pure anni prima e che io non ho mai avuto il coraggio di denunciare.
    Un’altra cosa che purtroppo è davvero determinante è non avere paura di denunciare 😭😭😭 e soprattutto continuare con determinazione ciò che si è iniziato.
    Posso pure dire che spesso noi donne non siamo abbandonate solo dalle istituzioni ma anche dalla famiglia.

  2. Avatar Cristina ha detto:

    Le soluzioni proposte nell’articolo, più sostegno dopo le denunce, vigilanza ecc., benissimo. Ma si dimentica troppo spesso di parlare di prevenzione, di dialogo con chi aggredisce, di emancipazione. Il vero successo dell’emancipazione è sradicare certi “valori” su cui si basa il patriarcato, educando o rieducando chi a un certo punto della sua vita diviene un maltrattatore, un padrone e a volte (troppe volte, come si sa) un aggressore o un assassino. Rieducare gli uomini al rispetto, al dialogo, alla collaborazione, alla complicità. Sostituire quindi il disprezzo, il bisogno di dominare, l’ignoranza e il bisogno di conferme della propria virilità con altri valori, quelli che definiscono una civiltà moderna e pacifica.

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