In memoria di una bimba. Cinque mesi. Deposta dal mare, e dalla crudeltà umana, su di una spiaggia

È doloroso anche solo guardare. Doloroso scorgere il pannolino che spunta appena, la pancina scoperta, il telo azzurro.

Un coniglietto sulla tutina a ricordarci che quella era una bambina.

Una madre l’avrà sistemata per bene, le avrà tirato su la cerniera, chiuso il bottone in alto, si sarà accertata che fosse pulita e a posto per il viaggio.

Chi di noi non ha fatto quei gesti semplici, di “cura”, per il proprio bambino? Io li ricordo bene, li ricordo ora.

So che qualcuno passerà oltre, penserà ad altro, allontanerà la mente da questa immagine il prima possibile, perché fa male. Fa male pensare che una bambina di appena cinque mesi sia stata sputata dal mare come un rifiuto da raccogliere.

Siamo sulla spiaggia di Sourman, in Libia, luogo degli orrori. Nello stesso naufragio sono morte 12 persone e un altro bambino, ma che ve lo dico a fare.

L’altro giorno, prima di una visita medica, io e mia figlia ci siamo sedute ad un tavolino nelle vie del centro per fare colazione. Colazione, vie del centro. Ci pensate mai al privilegio di essere nate in questa parte di mondo?

Chiacchieravamo tranquille e si è avvicinato un ragazzo, pochi anni più di lei, la mano protesa in avanti. Africano. Altra parte del mondo.

Gli abbiamo sorriso e dato qualcosa (e credetemi questo non mi solleva per niente), quando si è allontanato la mia ragazza mi ha detto: “Mi fa male, soffro. Tutte le volte”.

“Anch’io”.

Ma non basta la sofferenza, certo è già qualcosa sentire e vedere, accorgersi del dolore degli altri, ma non basta. Lo so bene e gliel’ho detto.

Va trasformata in rabbia e, soprattutto, in azione costruttiva contro chi attua politiche discriminatorie. Facciamo in modo che il mondo sia di tutti, facciamo in modo che denunciare ogni ingiustizia vicina e lontana diventi parte della nostra storia.

E non smettiamo di indignarci. Di guardare il corpicino di una bambina di cinque mesi, anche se fa male, per chiedere con forza ai governi che le cose vadano in un’altra direzione. Quella dell’accoglienza e della solidarietà.

La fotografia di quel corpicino, come di tutti gli altri morti in mare, noi dobbiamo portarceli in tasca insieme alla tessera elettorale, lo ius soli e lo ius culturae (a cui qualcuno gridava con forza e salito al potere ha subito dimenticato) dovrebbero essere alla base delle nostre scelte, così come la richiesta di cambiare gli accordi con la Libia, altrimenti siamo co-responsabili di questo mondo inerme di fronte a madri e padri che cercano di portare in salvo se stessi e i propri figli.

Quel corpo di bambina dentro a quella tutina ci dovrebbe ricordare una cosa: nel mondo il diritto all’infanzia e alla vita devono essere uguali per tutti.

Mia figlia, le nostre figlie, quella bambina. Quale vita vale di più? Come la misuriamo? Con il bene? Il bene verso mia figlia vale di più di quello di un’altra madre?

La morte di questa piccola ci deve riguardare, deve riguardare le scelte del governo e le nostre, visto che per la sua esistenza non è stato così.

Oggi, domani e dopo portatela con voi, non dimenticate in fretta, che sia da monito per scelte umane e coraggiose, oserei dire.

Penny ( Cinzia Pennati, SOS DONNE BLOG )

P. S: Domenica 2 febbraio era stato prorogato il memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017, alle stesse condizioni, per altri tre anni. Si tratta del memorandum stipulato durante il governo Gentiloni, e che i successivi governi Conte hanno mantenuto finora: esso ha “regolato” la politica tra i due Paesi in tema di immigrazione, stabilendo una stretta collaborazione con la Guardia costiera libica, i cui membri sono stati accusati ripetutamente dalle agenzie Onu di traffico e detenzione di esseri umani.

Lo stesso memorandum è stato condannato dalle organizzazioni e dalle agenzie internazionali per i diritti umani per il rischio che rappresenta per la tutela dei diritti delle persone migranti.

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