In Sud Sudan, il petrolio uccide

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L’ennesimo bambino gravemente malformato è nato la scorsa settimana in un villaggio vicino ai campi petroleferi di Tharjiath, nella contea di Koch, stato di Northern Liech, una parte di quello che era lo stato di Unity prima della riorganizzazione della carta amministrativa del paese, voluta dal governo del Sud Sudan.

Secondo le dichiarazioni del ministro delle infrastrutture del governo locale, Lam Tungwar Kueigwong, il bambino è nato con la testa deforme. Le autorità competenti si sono mobilitate per portarlo in un ospedale dove possano curarlo, se sarà possibile. La precisazione è doverosa, data la situazione dei servizi sanitari nel paese.

In quella che era la capitale dello stato di Unity, Bentiu – di gran lunga la cittadina con i servizi di base meglio strutturati di tutta la zona -, ancora prima della guerra civile non si potevano fare accertamenti radiografici, dal momento che l’unica macchina dell’ospedale centrale era rotta, e rimase inservibile fino alla devastazione provocata dai durissimi combattimenti che, a piú riprese, hanno sconvolto la cittá e hanno finito per distruggere quel poco che funzionava.

Il ministro del governo locale ha ammesso di ricevere in continuazione segnalazioni di aborti spontanei e di nascite di bambini malformati che la popolazione della zona attribuisce all’inquinamento ambientale, dovuto alle operazioni di estrazione del greggio. Il problema è ben conosciuto e di lunga durata.

Proprio le condizioni sanitarie della popolazione nelle vicinanze di Tharjiath hanno motivato la ricerca pluriennale di una ong tedesca, Sign of Hope, pubblicata nel 2016 con il titolo Oil, Power and a sign of Hope. I dati raccolti mostravano già allora una presenza di metalli pesanti nell’acqua tale da giustificare i gravi problemi di salute denunciati dalle comunità residenti nella zona. La concentrazione abnorme di metalli pesanti era attribuita alla cattiva gestione dell’acqua, gravemente inquinata, che si origina nell’estrazione del greggio.

Più a nord, nella contea di Pariang, ora parte dello stato di Ruweng, sede del campo petrolifero di Unity, già dieci anni fa le autorità sanitarie elencavano tra i maggiori problemi gravi allergie e malattie dermatologiche, del tutto sconosciute in precedenza. I funzionari del ministero dell’agricoltura, invece, denunciavano ricorrenti morie di bestiame. Per raggiungere il villaggio di Pariang da Bentiu si viaggiava su una pista limitrofa ai campi petroliferi, tra pozze di liquami e terreni ricoperti di vischiosi liquidi scuri: terra bruciata e acque superficiali, quelle usate dalla popolazione, ovviamente inquinate.

Le organizzazioni non governative che si sono occupate ripetutamente della situazione nella regione petrolifera della zona a cavallo del confine tra Sudan e Sud Sudan hanno più volte sollevato la questione del mancato rispetto degli standard internazionali di sicurezza nelle operazioni di estrazione del greggio. Il problema era forse più grave di altri, pur gravissimi, rilevati in altre situazioni simili in Africa e altrove.

La violazione dei diritti della popolazione della regione cominciò addirittura al momento delle prime prospezioni. Milizie al soldo del regime islamista di Khartoum, guidato dall’allora presidente Omar El-Bashir, sloggiarono la popolazione locale per far posto ai pozzi e alle altre infrastrutture necessarie all’estrazione, alla prima lavorazione e al trasporto del greggio. Da noi, in occidente, si parlava di guerra di religione: i musulmani del nord contro i cristiani del sud. Era una guerra per il petrolio.

Ci furono campagne internazionali che costrinsero una compagnia canadese, la Talisman, ad abbandonare le operazioni nella zona, proprio per le gravi violazioni dei diritti umani della popolazione locale. La Talisman fu sostiuita dalle compagnie asiatiche, in particolare cinesi, malesi e indiane, che non dovevano render conto ai loro cittadini né del loro operare né del contesto in cui operavano.

Non c’è da stupirsi, perciò, che in una terra trattata come terra di conquista, il problema fosse realizzare al più presto il massimo del profitto, spendendo il minimo. Al momento della raggiunta indipendenza, nel 2011, il governo del Sud Sudan approvò leggi che imponevano una gestione rigorosa del business petrolifero. Ma la corruzione rampante, nutrita proprio dai proventi del petrolio, ha fatto sì che non venissero mai applicate. E i risultati si vedono e vengono pagati dalla popolazione.

A quelli descritti, si aggiungono ora i problemi dovuti alla guerra civile – dicembre 2013, settembre 2018, ma di fatto non ancora conclusa – che si è combattuta anche attorno ai campi petroliferi e per il loro controllo. Tali operazioni sono documentate dal rapporto Fields of control: oil and (in)security in Sudan and South Sudan dell’organizzazione Small Arms Survey. Alla ripresa dell’estrazione, dopo periodi più o meno lunghi di blocco, si sono evidenziati gravi danni per la mancata manutenzione che hanno contribuito ad aumentare il già preoccupante livello d’inquinamento.

Sono ormai frequenti le informazioni di perdite di migliaia di barili di greggio nei campi petroliferi negli stati di Northern Liech e di Ruweng. Ma quelle conosciute sono certamente una minoranza, visto che i campi petroliferi si trovano in zone remote, difficilmente raggiungibili. Ha cercato di fare il punto il sito di giornalismo investigativo bellingcat.com che ha recentemente pubblicato il rapporto Black gold burning: in search of South Sudan’s oil pollution (L’oro nero sta bruciando: alla ricerca dell’inquinamento da petrolio del Sud Sudan).

E’ un’inchiesta che fa largo uso delle tecnologie informatiche e degli strumenti messi a disposizione da altri, come il satellite The Sentinel dell’organizzazione americana Enough Proget, finanziato anche da George Cloony. Riesce così a documentare l’inquinamento ambientale anche in zone remote, localizzandole precisamente e rendendo visivamente la gravità del problema con foto e video quasi del tutto inediti.

Ne esce un quadro preoccupante, soprattutto se si pensa che il petrolio è una risorsa insostituibile per il paese, di cui costituisce il 95% delle esportazioni e una delle voci piú importanti per la formazione del PIL. La preoccupazione aumenta ancora se si pensa che il governo di Juba si prepara a mettere all’asta altri diritti per le prospezioni petrolifere sul suo territorio. La gara d’appalto dovrebbe svolgersi il prossimo mese e riguarderà in particolare un nuovo deposito, stimato in 37 milioni di barili di petrolio estraibile, scoperto lo scorso agosto.  

Se la gestione complessiva del settore petrolifero nel paese non cambierà – e ci sono per ora ben pochi elementi per sperare che cambi – conflitti, inquinamento ambientale, violazione dei diritti di base della popolazione e corruzione, potrebbero aumentare ancora in Sud Sudan.

Bruna Sironi per NIGRIZIA

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