epa04147490 A handout photograph provided by the United Nations Children's Fund (UNICEF) on 30 March 2014 shows a young girl, displaced by recent fighting, holding her baby brother in a tent on the UN base in what is now home to 16,000 people in Malakal, South Sudan, 30 March 2014. With more than 380,000 South Sudanese children displaced, UNICEF is continuing to focus on the delivery of life-saving interventions - in nutrition, water, sanitation, and vaccination and is investing in providing support for separated children, access to education and a protective environment for all children. EPA/KATE HOLT / UNICEF HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

In Sud Sudan tutto il potere e la ricchezza nelle mani degli assassini ( e di chi li protegge).

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Continua la serie di rapporti del progetto di ricerca e advocacy The Sentry, dell’organizzazione americana Enough! che ha l’obiettivo di svelare il nesso tra guerra e corruzione in Sud Sudan e in altri paesi in simili condizioni.

L’ultimo, diffuso alla fine di maggio, Making a Killingha un sottotitolo molto esplicito: South sudanese military leaders’ wealth, explained (Spiegata la ricchezza dei leader militari sud sudanesi).

Il documento analizza operazioni finanziarie e affari di comandanti dell’esercito regolare e di milizie dell’opposizione, e conclude che “gli ultimi quattro capi di stato maggiore e quattro ufficiali di grado superiore dell’esercito regolare e tre leader di milizie di opposizione sono stati impegnati in affari riconducibili a corruzione e riciclaggio di denaro. La maggior parte hanno legami personali o d’affari con il presidente Salva Kiir che interviene regolarmente in procedimenti legali che hanno come obiettivo i suoi più fedeli amici e alleati. Tutti, tranne due, sono stati al comando di truppe che hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, a cominciare dalle atrocità di massa a Juba nel dicembre 2013 che hanno dato il via alla guerra civile”.

E’ una parte del primo paragrafo del documento, che continua in modo altrettanto diretto nominando gli 11 capi militari di cui la ricerca ha accertato le responsabilità seguendo transazioni finanziarie, esaminando contratti da loro firmati e analizzando episodi che li riguardano in modo diretto o indiretto.

Infine, sottolinea come parecchi abbiano fatto carriera dopo i crimini commessi, assumendo posizioni che hanno permesso loro di gestire somme di denaro sempre più ingenti, di svuotare impunemente le già esauste casse dello stato e di usare i fondi pubblici per scopi di arricchimento personale.

Nessun cambiamento all’orizzonte

Il documento osserva che la formazione del governo transitorio di unità nazionale, il 22 febbraio scorso, potrebbe essere un’ottima occasione anche per riforme che permettano un cambio di passo nella gestione delle risorse del paese, traghettandolo fuori dal regime cleptocratico attualmente vigente che l’ha portato sull’orlo della catastrofe e della dissoluzione.

Indica in particolare la necessità di applicare quanto già previsto dalla costituzione in tema di trasparenza, di rinforzare il sistema di controllo della gestione delle finanze e dei beni dello stato e di sanzionare chi ha operato al di fuori della legge o si è macchiato di azioni criminali. Afferma che anche il settore militare, che fino ad ora ha operato molto spesso impunemente ai margini o al di fuori della legalità, deve essere sottoposto alle stesse misure previste per gli altri corpi dello stato e gruppi sociali.

Ma suggerisce che finora nulla sembra essere cambiato.

Promossi a capo dell’esercito 

Si sofferma in particolare sulla nomina, avvenuta lo scorso 11 maggio, del generale Johnson Juma Okot a capo di stato maggiore. Okot è stato comandante di truppe che hanno commesso violenze di massa contro civili. E’ stato anche coinvolto in diversi scandali per corruzione, tra cui l’appropriazione indebita di fondi per il sostentamento dei propri soldati, spinti così a razziare il territorio controllato per garantirsi la sopravvivenza.

Il generale Okot non è l’unico ad aver fatto carriera dopo essersi macchiato di azioni criminali. Anche il suo predecessore, generale Gabriel Jok Riak, è stato implicato in gravi casi di appropriazione indebita fin dal 2014. Nel 2015 è stato elencato dall’Onu tra i capi militari colpevoli di aver ostacolato il processo di pace.

Nel 2018 il presidente Kiir l’ha promosso a capo di stato maggiore dell’esercito. Storie che si ripetono con particolari molto simili anche per gli altri comandanti dell’esercito governativo in una narrazione angosciante che termina quasi sempre con la promozione, piuttosto che la punizione, dei colpevoli di crimini acclarati.

Il più conosciuto è Paul Malong Awan, per lunghi anni il più potente e ascoltato dei sostenitori del presidente Salva Kiir, organizzatore, comandante e finanziatore di una milizia privata – i mathiang anyoor (i millepiedi neri) anche conosciuta come sot ke beny (salva il presidente) – formata da giovani del clan dinka di provenienza di Kiir stesso.

La milizia è stata accusata di aver partecipato al massacro dei nuer a Juba, alla metà di dicembre del 2013, scatenando la guerra civile. Qualche mese dopo Malong fu nominato capo di stato maggiore. Poi diventò un oppositore del presidente, giudicato troppo poco determinato a vincere la guerra civile manu militari. Quando fu fermato mentre tentava di lasciare Juba, Malong era in possesso di milioni di dollari che, si disse, erano stati presi dalla cassa dell’esercito. Degli affari di Malong The Sentry si è occupato anche in altri rapporti, già segnalati da Nigrizia.

Schemi simili all’opposizione

Il documento non manca di analizzare anche gli affari, molto spesso ai limiti della legalità o chiaramente illegali, dei leader militari di formazioni dell’opposizione. In particolare ricostruisce quelli di tre di loro.

Il primo, Gathoth Gatkuoth Hothnyang, comandante delle forze che devastarono Malkal all’inizio della guerra civile, si è poi unito all’esercito governativo, ricoprendo posizioni sempre più importanti. Il secondo è David Yau Yau che capeggiò una sanguinosa rivolta del gruppo etnico murle, nello stato di Jongley ancor prima dello scoppio della guerra civile.

Fu poi associato al governo e ottenne l’autonomia amministrativa per il territorio del suo gruppo etnico. L’ultimo è Johnson Oloni, capo di una rilevante milizia shilluk, il terzo gruppo etnico del paese dopo dinka e nuer, tra i più importanti alleati dell’esercito di opposizione di Riek Machar. Ha poi rifiutato l’accordo di pace del 2018 e continua a condurre operazioni militari nello stato di Jongley.

Di ognuna delle persone nominate, il documento ricostruisce la storia, in particolare la carriera militare e i fatti rilevanti, generalmente esecrabili, che l’hanno caratterizzata, la fitta rete di affari familiari e le connessioni con quelli della famiglia del presidente e /o di altri leader sud sudanesi.

Investimenti ad ampio raggio

Il documento sostiene che gli undici leader militari oggetto della ricerca posseggono personalmente azioni di 21 compagnie che diventano 85 se si considerano anche quelle dei loro più stretti familiari, compresi diversi minorenni, da considerare nella maggior parte dei casi come semplici prestanomi.

Il ventaglio di affari è molto differenziato: petrolio, banche, risorse minerarie, import-export di ogni genere di merce, legno pregiato, compagnie per la sicurezza, telecomunicazioni, aviazione, cliniche private e molto altro. Si può certamente dire che una parte non irrilevante dell’economia del paese è nelle loro mani.

Tra i loro partner, The Sentry ha identificato 46 gruppi di 15 paesi che non si sono fatti scrupoli a investire insieme a personaggi sanzionati dalla comunità internazionale, politicamente e umanamente chiacchierati, se non addirittura giudicati colpevoli di crimini di guerra e contro l’umanità.

Dal rapporto esce un quadro veramente tragico, sintetizzato in un giudizio purtroppo del tutto condivisibile: “La guerra civile che ha piagato il Sud Sudan per più di sei anni è stato un conflitto per le risorse in un paese che, seppur ricco di petrolio e altri minerali, rimane uno dei più poveri del mondo a causa della rampante corruzione. L’apparato militare e della sicurezza che aveva preso il controllo di queste risorse molto prima dell’indipendeza del paese sta ora combattendo per mantenerlo”.

Bruna Sironi per Nigrizia

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