Iran-Usa: la guerra si avvicina

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Qassem Soleimani – il generale iraniano ucciso all’aeroporto internazionale di Baghdad con un raid aereo americano – era il comandante più noto del campo di battaglia dell’Iran, il regista che alla guida della Quds Force – la squadra di super agenti impiegata per operazioni segrete all’estero – ha contribuito più di ogni altro a estendere l’area di influenza di Teheran dall’area del Golfo a Iraq, Siria e Libano. Per questo la sua uccisione – ordinata direttamente dal presidente Usa Donald Trump – ha la gravità di un atto di guerra: perché con quel drone, Washington ha eliminato l’architetto di quasi tutte le operazioni più significative condotte dall’intelligence e dalle forze militari iraniane negli ultimi due decenni. L’uomo che Il Times aveva appena inserito tra i 20 volti che “potrebbero dare forma al mondo nel 2020” per il suo ruolo di “Machiavelli del Medio Oriente”.

 

 

La sua uccisione, all’età di 62 anni, rappresenta un colpo sbalorditivo per l’Iran, sintetizza il  New York Times. Gli analisti convengono nel ritenerlo una figura unica e probabilmente insostituibile per il regime di Teheran. In Iran era venerato come un’icona di resilienza nazionale, al di fuori della teocrazia sciita, di fronte a quattro decenni di pressione statunitense. Per gli Stati Uniti e Israele, invece, era una figura oscura al comando delle forze che agivano per procura al di fuori dell’Iran, responsabile dei combattenti in Siria a sostegno del presidente Bashar Assad e della morte di molti soldati americani in Iraq.

La continua ascesa di Hezbollah, la più potente forza armata del Libano; l’intervento decisivo dell’Iran per sostenere Assad nella guerra civile siriana; la resistenza in corso delle milizie Houthi in Yemen alle forze a guida saudita e l’ascesa delle milizie sciite in Iraq: ciascuno di questi eventi e sviluppi può essere ricondotto in qualche misura al comandante iraniano nato da una povera famiglia di agricoltori nel 1957.

La carriera di Soleimani ebbe inizio subito dopo la rivoluzione del ’79. A ventidue anni, figlio di una famiglia di montanari, si arruolò con le Guardie rivoluzionarie islamiche, nate per proteggere la repubblica degli ayatollah. Gli anni della guerra con l’Iraq, tra il 1980 e il 1988, aiutarono ad accrescere la fama di questo soldato, capace di infiltrarsi nelle file nemiche per portare a termine operazioni ad alto rischio, al punto da diventare, negli anni Novanta, il comandante del gruppo d’elite delle Quds Force, la squadra di super agenti impiegata per operazioni segrete all’estero.

Soleimani aveva aiutato gli Hezbollah in Libano e guidato gli attacchi agli americani durante la guerra in Iraq. Secondo il Pentagono, le operazioni guidate dal generale avrebbero provocato la morte di almeno 608 soldati americani, tra il 2003 se il 2011. Le Quds Force ebbero un ruolo strategico anche durante la guerra civile in Siria, per sostenere il presidente Assad.

Tra le operazioni attribuite al gruppo guidato da Soleimani anche complotti in Asia e in Sud America e un fallito attentato, nel 2011, per uccidere l’ambasciatore dell’Arabia Saudita in Usa, in un ristorante italiano a Georgetown.

Secondo gli analisti, quella del generale è una figura unica e non sostituibile per il regime iraniano, già alle prese con una crisi interna. Nessuno, però, è in grado di valutare quali potrebbero essere le conseguenze della sua uccisione. “Il desiderio di vendicarsi sarà immenso”, ha scritto su Twitter il professor Vali Nasr, docente di relazioni mediorientali alla Johns Hopkins University, citato dal Washington Post.

In Iran la sua fama crebbe con l’invasione americana dell’Iraq nel 2003 e aumentò esponenzialmente via via che i funzionari americani ne invocavano l’uccisione. Un decennio e mezzo dopo, Soleimani era diventato il comandante più riconoscibile del campo di battaglia dell’Iran: continuò a ignorare le richieste di entrare in politica, aumentando la propria leadership molto più di quanto avrebbe potuto fare in abiti civili.

“Il fronte di guerra è il paradiso perduto dell’umanità”, raccontava Soleimani in un’intervista del 2009, ripresa oggi dall’Associated Press. “Un tipo di paradiso rappresentato dall’umanità sono i ruscelli, le belle ninfe e le piante verdi. Ma c’è un altro tipo di paradiso… Il fronte di guerra è il paradiso perduto degli esseri umani, davvero”. “Soleimani ci ha insegnato che la morte è l’inizio della vita, non la fine della vita”, ha detto un comandante di una milizia irachena. L’ayatollah Ali Khamenei una volta lo definì “un martire vivente della rivoluzione”. Un martire per cui oggi il presidente Hassan Rohani promette “vendetta”.

Un anno e mezzo fa Soleimani e Trump si sfidavano (anche) a colpi di social. Il presidente americano annunciava il ripristino delle sanzioni contro l’Iran, lo sguardo rivolto all’orizzone e le parole “Sanctions are coming – November 5” in bella mostra sulla foto. Un richiamo al mantra della fortunata serie tv, “Winter is coming”. Il potente generale iraniano stava al “gioco” del Trono di Spade e si faceva ritrarre di profilo, immedesimato nel Re della Notte, comandante dell’Armata degli Estranei: “Io ti affronterò”. Su Instagram il generale aggiungeva: “Venite! Stiamo aspettando. Io sono il vostro nemico. La Forza Quds è il vostro nemico. Voi avete cominciato questa guerra, noi la finiremo”. Un avvertimento che risuona oggi nel castigo agli Usa promesso dal mondo sciita per vendicare il suo martire.

Giulia Belardelli per HuffPost

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