Jerry Prince, il lungo sogno interrotto

Quello di Prince è un lungo sogno interrotto. Un sogno che parte dalle braccia di una madre. Un sogno che passa per la scuola, l’università, la sua, laggiù, come un’altra speranza. Passa per la fuga. Gli addii. La paura di non farcela.

E poi l’Italia. Luogo di pace, si dice. E poi l’Italia. Luogo di resa. Cessazione di ogni resistenza.

La sua vita, la vita di Prince ha affrontato il viaggio. La guerra. La separazione dalle cose care. Dalle persone amate e chissà che altro.

Sì è fermato in una “nostra” stazione. Sotto un “nostro” treno. Nella “nostra” Italia. È l’Italia del “prima gli italiani”. L’Italia delle differenze. L’Italia razzista. Di Salvini e del terreno fertile che ha trovato.

Abbiamo la memoria corta noi italiani. Non ci ricordiamo i viaggi, il rifiuto, lo scherno subito tempo addietro quando siamo scappati dalla “nostra” guerra. E qualcuno ci ha salvato. Ci chiamavano terroni. Fancazzisti. Ci dicevano che eravamo sporchi e portavamo malattie.

Prince ha interrotto il suo sogno qui. Dentro all’Italia razzista e io non posso non pensare ai miei bambini seduti al banco, al loro sguardo pieno di speranza e fiducia nel futuro. C’è un Prince dentro ognuno di loro.

Penso a sua madre, se c’è ancora da qualche parte, ai suoi insegnanti, alle persone che l’hanno conosciuto.

Lui è uno di noi. E possiamo raccontarci che non è così, dirci che “veniamo prima” o altre stronzate per sentirci sicuri. Ma non lo siamo. Non lo saremo mai finché siamo noi quelli che interrompiamo i sogni. Le speranze. Il futuro. Le possibilità.

Basterebbe mettersi nei panni di quella madre e pensare: e se fosse mio figlio?

La verità è che Prince era anche figlio nostro e noi abbiamo lasciato che vincesse la paura. Non siamo riusciti a salvarlo. La verità è che il suo sogno si è interrotto qui, nella nostra bella Italia, la verità è che potevamo riscrivere la sua storia e non l’abbiamo fatto. Potevamo mettere un lieto fine. Riscattarlo dalle brutture subite. Invece, lui non c’è più.

Sono andata al funerale e poi, in classe, dai miei bambini, ho spinto con forza quell’idea che sono fratelli. Che nessuno viene prima di nessun altro e farò in modo che continui a esserci un Prince dentro di loro.

Se il suo sogno è stato interrotto, il nostro, quello della pace, dell’integrazione, dell’inclusione va spinto ancora e ancora. Perché Noi, tutti, siamo fratelli. Perché la “nostra” Italia sia migliore. Perché lui è uno di Noi. Perché il suo sogno doveva essere il nostro. Sarà il nostro

Chiamiamoci fuori dalla paura.

PENNY

* Insegnante, scrittrice, vive a Genova. Questo il suo blog sosdonne.com. Nelle librerie il suo romanzo Il matrimonio di mia sorella.

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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