Kenia: un’azienda italiana dietro lo scandalo delle dighe

 

Lo scandalo che il 22 luglio ha portato all’arresto del ministro delle Finanze, Henry Rotich, del suo vice, Kamau Thugge, (rilasciati il giorno dopo su cauzione) e di altre 26 persone, stava montando in Kenya da parecchi mesi. Lo scorso febbraio i giornali nazionali si chiedevano, con titoli a tutta pagina, dove erano finiti 21 miliardi di scellini (210 milioni di dollari circa) che erano già stati stanziati per due dighe, la Arror e la Kimwarer, nella contea di Elgeyo-Marakwet, nella Rift Valley, nella parte occidentale del paese.

A fronte di un tale stanziamento, nulla era stato realizzato, tanto che sul Daily Nation, il giornale più diffuso nel paese, il 26 febbraio si diceva che le due dighe esistevano solo nella fertile immaginazione dei funzionari del ministero del Tesoro e di quelli dell’Authority per lo sviluppo della Kerio Valley, località in cui le due dighe avrebbero dovuto essere costruite, che avrebbe dovuto essere responsabile della loro realizzazione.

Tra i 28 arrestati si trovano, infatti, anche diversi funzionari dell’Authority per lo sviluppo della Kerio Valley. Con il procedere delle indagini risultava chiaro che tali fondi erano invece stati spesi in modi difficilmente collegabili alla costruzione delle dighe, quali l’acquisto di una cinquantina di Suv di lusso o derrate alimentari d’importazione per una ventina di milioni di dollari e altro del genere.

I 21 miliardi di scellini indagati erano una prima trance di un contratto per 46 miliardi di scellini (460 milioni di dollari circa) che era stato assegnato alla ditta italiana CMC (Cooperativa muratori e cementisti) di Ravenna, già in amministrazione controllata in Italia. Le indagini mettevano in luce che anche la gara era stata tutt’altro che regolare. Le procedure erano state violate in diversi aspetti per assegnare il lavoro alla CMC (azienda che ha anche l’appalto, in consorzio con una ditta egiziana, per la costruzione di due centrali idroelettriche in Burundi, ndr).

Tra l’altro l’appalto sarebbe stato assegnato, almeno per la diga di Kimwarer, senza che ci fossero i disegni completi dei lavori da eseguire. Anche la CMC risulta perciò coinvolta nello scandalo. Tra i mandati di arresto spiccati dalle autorità keniane risulta anche quello per il direttore generale della CMC, Paolo Porcelli. Le indagini mettevano inoltre in luce che non erano state espletate le procedure di esproprio dei terreni necessari alla costruzione e che anche il servizio forestale keniano non era affatto propenso a concedere il terreno che era sotto la sua giurisdizione.

Insomma, risultava evidente che le autorità competenti avevano stanziato ingenti fondi ad una ditta in quel momento non affidabile dal punto di vista finanziario, per un progetto che era ben lontano dal poter essere iniziato. Infine, le indagini facevano emergere anche che, a fronte di una spesa prevista di 46 miliardi di scellini, era stato ottenuto un prestito di 63 miliardi, con un surplus di 17 miliardi (170 milioni di dollari circa) e un danno di notevoli proporzioni per il paese, già pesantemente indebitato.

Mentre lo scandalo assumeva proporzioni enormi anche per un paese come il Kenya, purtroppo noto per la capillare diffusione della corruzione, risultava evidente che, accanto agli aspetti finanziari, erano rilevanti anche gli aspetti politici dell’affare. A difesa del progetto delle dighe scendeva infatti in campo il vicepresidente William Ruto, che ha la sua base elettorale nella Rift Valley e una stretta alleanza con il ministro delle Finanze Henry Rotich, pure originario della zona, su cui ora pesano otto capi d’accusa, tra cui associazione a delinquere per frode, violazione intenzionale delle procedure, abuso d’ufficio, cattiva condotta finanziaria e acquisto fraudolento di beni pubblici.

Il caso potrebbe minare gravemente la credibilità di Ruto e la sua possibilità di candidarsi alla presidenza nelle prossime elezioni, obiettivo chiaro fin dal giorno successivo alla sua elezione alla vice-presidenza. La questione è tanto più politicamente rilevante dal momento che uno degli obiettivi prioritari del presidente Uhuru Kenyatta in questo secondo ed ultimo mandato presidenziale, è proprio la lotta alla corruzione.

 

Bruna Sironi per Nigrizia

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