La catastrofe ambientale e noi

È il momento di liberarci da un sistema che sfrutta gli altri e l’ambiente naturale. Verso lo sciopero per il clima di venerdì 15 marzo e la marcia per il clima e contro le grandi opere inutili e dannose del 23 marzo a Roma.

 

Sono già trascorsi cinque anni dal quarto Rapporto del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico. Quattro anni dall’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile e dalla enciclica ” Laudato Si’ “. Documenti delle massime autorità mondiali scientifiche, istituzionali e religiose che non lasciano dubbi sulla catastrofe ambientale epocale che si sta abbattendo sulla Terra. Ma sono anni passati come l’acqua sul marmo!

Ha scritto don Maurizio Patricello, parroco di Caivano nella Terra dei fuochi: «I bambini ci arrivano con grande facilità, gli adulti no, fanno difficoltà, oppongono ostacoli, ingarbugliano il discorso, fanno lo scarica barile. Il progresso deve farci vivere meglio, non peggio. Deve aiutarci ad essere più sereni, più riposati, più umani, non più preoccupati (…) La terra è di tutti, l’aria è di tutti, l’acqua è di tutti. Mangia pure la tua mela ma non sradicare l’albero; dissetati pure alla fonte ma non avvelenare il pozzo; respira a pieni polmoni l’aria cristallina e gioisci nel pensare che tuo figlio potrà fare lo stesso». Don Patricello si fa portavoce della domanda dei bambini: «Ma perché gli adulti maltrattano la Terra?». La risposta che ci fornisce, a me pare, è però fin troppo semplice: «Perché sono stupidi. Imbrogliano, rubano, confondono. Maltrattano, umiliano inquinano l’ambiente per interessi personali o di camarilla (anche politica). E vanno avanti finché la Terra non boccheggia, non cede, non si lamenta e minaccia» (Nessuno resti a guardare, Avvenire, 28 febbraio 2019). In verità c’è qualcosa di più e di ancora peggiore del malanimo di singoli cinici speculatori, delle bande di crudeli approfittatori, delle caste di politici corrotti e così via delinquenziando. In realtà viviamo immersi in un sistema socio-economico che avvalora l’avidità, l’arricchimento individuale, l’egoismo, il disinteresse verso l’altro da sé. Questo è il normale ambiente culturale che plasma i comportamenti e le relazioni sociali tra le persone, tra le persone e le cose e l’ambiente naturale.

In tutta onestà non credo che ognuno di noi sia disinformato su come va il mondo. Le televisioni e i giornali sono pieni di immagini di orsi polari alla deriva sui ghiacci, di incendi e alluvioni che si susseguono ad ogni cambio di stagione in California come in Australia, dei prati senza api, delle primavere senza rondini (‎Silent Spring). E, se ce ne dimentichiamo, c’è sempre una piccola svedese che ce lo ricorda. Non credo nemmeno che ognuno di noi non sia sufficientemente intelligente da non saper collegare le catastrofi ambientali in corso con ciò che le provoca. Produciamo, commerciamo, consumiamo sempre più carne da allevamenti intensivi, telefonini e computer con il coltan delle miniere congolesi, pentole antigraffio con i Pfas (gli acidi perfluoroacrilici che troviamo nel sangue dei bambini in mezzo Veneto), treni ad alta velocità, aeroporti e grandi navi che sventrano valli, pianure e lagune. Ci cibiamo di pizze condite con pomodori raccolti da migranti alloggiati nelle tendopoli di San Ferdinando, Campobello di Mazara, Gran Ghetto di San Severo… “Trattiamo” decine di migliaia di schiave sessuali che allietano qualche milione di abituali stupratori paganti. Tutto ciò contribuisce al benessere degli italiani e del capitalismo nel mondo.

Forse è giunto il momento di provare a liberarci dai condizionamenti di un sistema tarato che ci rende complici e ci degrada. Riassettare il sistema è possibile solo se si cambiano i criteri operativi alla radice. La sostenibilità sociale ed economica di cui parlano gli scienziati, le agenzie dell’Onu e Bergoglio è raggiungibile solo all’interno di un sistema di relazioni umane improntato sul riconoscimento dei limiti naturali e sulla equa condivisione dei beni comuni della Terra tra tutti gli esseri viventi, presenti e futuri. Nulla di meno che un criterio etico ed ecologico congiunto. Vedo con immenso piacere che ci sono giovani deputate democratiche che (sull’altra sponda dell’Atlantico) l’hanno tornato a chiamare con il suo nome: ecosocialismo.

 

Paolo Cacciari per COMUNE.INFO

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