La grande finanza brasiliana ha scelto la via autoritaria

Quello di domenica scora in Brasile è stato un vero tsunami politico. Nulla in Brasile sarà come prima.
Questo non solo perché il primo turno delle presidenziali nel gigante sudamericano ha regalato una quasi certa vittoria al candidato della destra più estrema, ma perché ha decretato la morte di quasi tutte le formazioni politiche nate nel paese a fine della dittatura militare. I risultati dei loro candidati rasentano percentuali praticamente vicine allo zero.
Il popolo brasiliano ha votato nel mentre di una crisi economica feroce che ha travolto le poche ma importanti conquiste sociali dell’era Lula e reso memoria gli splendori della tanto decantata ascesa dei Brics, i paesi emergenti con alti tassi di sviluppo, dei quali il Brasile era uno dei campioni.
La crisi ha spinto tanti disgraziati nelle mani della grande e piccola criminalità, quella che, insieme agli squadroni della morte vecchi e nuovi, ha fatto di questo paese uno di quelli con il più alto numero di omicidi del mondo. Il senso di insicurezza dei brasiliani è arrivato così a livelli parossistici.
Gli elettori sono stati chiamati alle urne, poi, dopo tre anni di inchieste sulla corruzione dominante nel paese che non hanno risparmiato alcuna formazione politica e portato in galera alcuni dei nomi più illustri della nomenclatura del paese, vecchia e nuova. Lo stesso Lula, il presidente dei poveri, l’uomo del sogno di un paese più giusto e più equo, ha potuto assistere alle operazioni di voto solo dalla cella in cui è rinchiuso.Il suo partito, il Partito dei lavoratori, è divenuto nell’immaginario collettivo simbolo di massima corruzione.
Tra queste macerie sociali, economiche e politiche si è affermata la candidatura di Jair Bolsonaro, ex capitano dell’esercito, omofobo, xenofobo e razzista, sostenitore della passata dittatura fascista.
Un uomo che non sa, per sua stessa affermazione,niente di economia, che ha fatto in modo di evitare ogni confronto diretto con i suoi concorrenti sapendo bene che ne sarebbe uscito con le ossa rotta.La sua campagna elettorale, sostenuta dalla grande finanza e dai settori economici più forti del Brasile,dalla più potente chiesa evangelica, si è mossa tutta sul terreno delle paure e della rabbia della gente. Ha promesso lotta dura alla corruzione, la maggior parte dei ministeri a militari “unica salvezza della patria”, lotta senza quartiere alla microcriminalità anche a costo di mettere un’arma in ogni casa,guerra totale ai ” comunisti” rei di aver distrutto l’economia e la morale del paese.
Ha goduto poi dell’appoggio del solito Bannon, l’uomo ombra di Donald Trump e della destra americana più estrema e aggressiva, e della sua straordinaria macchina di manipolazione propagandistica. I brasiliani sono stati inondati, specie nelle due ultime settimane di campagna elettorale, da un’infinità di messaggi e fake news che ne hanno ulteriormente ampliato il sentimento di confusione e di smarrimento, la ricerca di un porto sicuro e salvifico.
Poco importa, per ora, che li consegnerà ancor più nelle mani dei veri signori dello scempio del paese, annidati soprattutto nel settore finanziario,che oggi sostengono Bolsonaro e che attraverso il nuovo beniamino delle masse faranno pagare ancora una volta il prezzo della crisi alla maggioranza da sempre povera del paese. Sarà lui a smantellare per sempre ogni riforma sociale, a privatizzare ad oltranza ogni bene pubblico, a tenere in ordine, con la forza, una società sempre più violenta ed ingiusta.

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2 Responses

  1. Alessio Graziani ha detto:

    Per lei, quale candidato avrebbe potuto dare del concreto ai milioni di persone che vivono in uno stato di povertà assoluta e perché. Cordiali saluti

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