La ricerca di base è il miglior antidoto contro le epidemie

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Facendo seguito al testo pubblicato qui nei giorni scorsi (“La ricerca di base al tempo del Coronavirus”), in questo contributo riporto e commento alcuni dati riferiti ai finanziamenti, prevalentemente pubblici, destinati alla ricerca di base e alla Ricerca e Sviluppo (R&S) rivolta alla salute. Ricorrendo ai dati forniti dall’Eurostat (ma anche a quelli di fonte OCSE), i paesi per i quali è possibile operare un confronto non sono molti: per la Germania, ad esempio, i dati non sono disponibili. Nella figura 1 è riportato l’andamento (in milioni di euro a prezzi costanti) della ricerca di base condotta da organizzazioni pubbliche (università e centri pubblici di ricerca), poiché da queste ci aspettiamo la produzione di conoscenze che abbiano natura di beni pubblici.

Figura 1. Ricerca di base condotta da organizzazioni pubbliche: milioni di euro in termini reali*


*Milioni di euro a parità di potere di acquisto e a prezzi 2005. Fonte: Eurostat

La figura mostra che nel corso degli ultimi anni vi è stata una ragguardevole e pressoché generalizzata riduzione della ricerca di base condotta dalle organizzazioni pubbliche. Ciò è avvenuto soprattutto nei paesi europei e in Giappone. Dal 2013 al 2017, la flessione è stata di circa 780 milioni di euro in Francia, 380 milioni nel Regno Unito e 290 in Italia[1]. Si noti che i valori per la Francia sono riportati nell’asse destro del grafico: in questo paese il calo è stato quindi notevole, anche se nell’anno finale essa continua a impegnare più del doppio delle risorse dell’Italia e del Regno Unito. In Giappone, in soli tre anni, la ricerca di base di natura pubblica si è ridotta di un miliardo di euro. Negli Stati Uniti la situazione appare meno grave, in quanto dopo una fortissima diminuzione tra il 2011 e il 2013 (tre miliardi e mezzo di euro in meno[2]) c’è stato un recupero nel biennio 2015-2016.

Insieme a questa recente tendenza, l’altro elemento che salta agli occhi guardando all’intero periodo considerato è la notevole variabilità, talvolta anche da un anno all’altro, dell’impegno profuso (e quindi delle risorse ottenute) dalle organizzazioni pubbliche di ricerca. Il quadro che emerge è ben lontano dalla condizione di stabilità che, come sostenevo nel precedente contributo, dovrebbe essere garantita agli organismi preposti a generare e diffondere le conoscenze di base.

Nel caso dell’Italia, a parte un salto nel 2012, non vi sono alti e bassi, ma una continua discesa a partire dal 2007. In sostanza, mentre in Francia e Regno Unito il settore pubblico ha accresciuto l’impegno nella ricerca di base negli anni immediatamente successivi alla crisi del 2008, nel nostro paese è iniziato fin da subito il declino (legato con tutta probabilità al taglio delle risorse al sistema universitario, il quale conduce la gran parte della ricerca di base del paese).

Per quanto riguarda invece la ricerca rivolta alla salute, l’Eurostat (e l’OCSE) non forniscono dati sulla ricerca di base. È possibile tuttavia utilizzare le statistiche sugli stanziamenti dei bilanci pubblici per la R&S (rivolti quindi anche alla ricerca applicata e allo sviluppo sperimentale). In inglese si tratta dei Government budget appropriations or outlays for research and development (GBAORD), un modo per misurare il sostegno del governo alle attività di ricerca.

Il dato include tutti gli stanziamenti assegnati alla R&S nei bilanci pubblici centrali o regionali (statali negli Usa) solo se il contributo di questi ultimi è significativo. Nel caso italiano si tratta degli stanziamenti delle Amministrazioni Centrali e delle Regioni e Province Autonome. Ai nostri fini, l’utilità di questi dati risiede nel fatto che essi sono disaggregati anche per obiettivi socio-economici e, tra questi, c’è appunto quello della “salute”. Un altro vantaggio è che i dati sono disponibili anche per altri paesi, come la Germania e la Spagna.

La figura 2 presenta un quadro differenziato nel caso dei paesi europei di maggiore dimensione. Da un lato, Germania e Regno Unito hanno accresciuto gli stanziamenti governativi per la ricerca nel campo della salute. Dall’altro lato, Spagna, Francia e, seppur in modo meno marcato, Italia hanno diminuito tali stanziamenti. Si noti che i dati per il Regno Unito sono riportati nell’asse destro del grafico. Quindi, nonostante il crescente impegno del governo tedesco (dai 900 milioni di euro del 2010 a più di 1.300 nel 2018), il governo britannico stanzia molte più risorse per la ricerca nel campo della salute (2.400 milioni di euro nel 2018, in termini reali a parità di potere d’acquisto).

I dati per Spagna, Francia e Italia sono invece immediatamente confrontabili: mentre nel 2010 i governi dei primi due paesi (quello spagnolo soprattutto) stanziavano più risorse di quello italiano, nel 2018 si accodano al risultato dell’Italia (meno di 800 milioni di euro). Ciò è dovuto anche al fatto che nell’ultimo anno considerato vi è stato un incremento nel nostro paese.

Figura 2. Stanziamenti pubblici alla R&S per l’obiettivo salute: milioni di euro in termini reali

*Milioni di euro a parità di potere di acquisto e a prezzi 2005. Fonte: Eurostat

Per quanto riguarda il Giappone, gli stanziamenti governativi per la ricerca rivolta all’obiettivo salute si sono notevolmente ridotti solo nel 2015 per poi registrare una parziale ripresa nel 2016 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati). Nel caso degli Stati Uniti un forte declino nei finanziamenti governativi si è verificato tra il 2010 e il 2013 (-2,7 miliardi di euro), seguito da due anni di stabilità e un parziale recupero nel 2016.

Non è possibile derivare da questi ultimi dati implicazioni sulla capacità dei diversi paesi di affrontare l’emergenza sanitaria in cui ci troviamo. Tra l’altro, l’emergenza è globale così come dovrebbe essere globale, per sua natura, la ricerca nel campo della salute. Quello che possiamo dire, avendo esaminato una sorta di G7 in cui al posto del Canada abbiamo la Spagna, è che a livello internazionale gli stanziamenti governativi per la ricerca sulla salute si sono ridotti. Sommando i dati dei paesi considerati emerge che mentre nel 2010 viaggiavamo sui 33 miliardi e mezzo di euro, nel 2016 la cifra è passata a 31,9 miliardi.

Le numerose emergenze di natura virale che si sono succedute dopo l’HIV (SARS, Ebola, MERS e Zika) indicano chiaramente che le infezioni globali sono la nuova normalità. Abbiamo quindi bisogno di investimenti a lungo termine per comprenderne la natura e trovare i rimedi. Come sostiene il virologo francese Bruno Canard in un’intervista riportata sul sito CNRS News:  “la scienza di base è la migliore protezione contro le epidemie”.

Secondo Canard, i due virus SARS nel 2003 e nel 2019 hanno mostrato una somiglianza quasi perfetta, e se i farmaci contro di essi fossero stati sviluppati già dopo il 2003, sarebbero stati molto efficaci anche contro l’attuale Coronavirus. Le opportunità per questo tipo di ricerca si sono invece ridotte. Nell’ultimo decennio i governi hanno diminuito i finanziamenti assegnati alla ricerca di base e la ricerca virologica è passata dall’anticipazione alla reazione. Ogni epidemia pompa finanziamenti di emergenza che, a conti fatti, risultano inferiori a quelli che avrebbero potuto essere destinati con pazienza, anno dopo anno, alla ricerca finalizzata ad anticipare le emergenze.

Pretendere quindi risultati immediati dopo aver lesinato finanziamenti alla ricerca di base è una richiesta insensata. Come ha efficacemente scritto Holden Thorp nell’editoriale pubblicato il 23 marzo 2020 sulla rivista Science, agli scienziati si chiede di condurre contemporaneamente ricerca di base e ricerca applicata, e ciò equivale a domandare a qualcuno di riparare un aereo che sta già volando mentre è ancora in fase di progettazione.

Note

[1] In termini nominali la riduzione è di 706 milioni di euro in Francia e 196 milioni in Italia.

[2] In termini nominali, 3 miliardi di dollari in meno.

Alessandro Sterlacchini per SBILANCIAMOCI

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