La rivolta cilena parla al mondo intero

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Non è un caso che il successo di Un violador en tu camino, il flash mob replicato in tutto il mondo dai collettivi e dai movimenti femministi, sia un’invenzione cilena, emersa durante l’estallido social, “l’esplosione sociale” in corso dall’ottobre 2019. Significa che quello che si muove e si pensa in Cile può parlare al mondo più di quello che accade in altri paesi, come era già successo nel 1973. Ma solo quando lo fa in termini nuovi. Un violador en tu camino è musica, teatro, danza, antropologia. Incorpora la rabbia, ma la trascende in una protesta che dà dignità e forza senza violenza.

Dignità è tra l’altro la parola chiave di tutta questa rivoluzione o mezza rivoluzione cilena, è una parola che la ricollega a pensieri e sentimenti in altre parti del mondo. Penso alla parola dignità in Tunisia, che ha dato il via alle primavere arabe, o nell’opera di Stefano Rodotà La rivoluzione della dignità.

Le parole chiave sono desigualdad e abusos, in negativo; dignidad e derechos humanos – ma anche derecho a la salud, educación eccetera – in positivo. Abusos ha un significato che va al di là dell’italiano abusi: significa ingiustizia, scandalo, sopruso. L’alternativa alla desigualdad, d’altro canto, non è l’uguaglianza socialcomunista, ma la dignidad, che comprende certamente una riduzione del divario tra i redditi, ma soprattutto un cambio di atteggiamento in una società stressata dal denaro e profondamente classista.

I mea culpa della destra cilena sono l’ammissione di una sconfitta profonda

L’estallido social in corso non è nato da un crollo economico o da un pacchetto di misure economiche impopolari, ma da un crollo di legittimità morale di un modello neoliberista particolarmente spinto come quello cileno. Sulla situazione socioeconomica del paese si sono dette cose fin troppo severe in queste settimane. Il Cile non è alla fame, alla miseria, alla disoccupazione. Se si guarda agli altri paesi latinoamericani, in Cile generalmente si sta meglio. Lo lascio dire ai venezuelani con cui ho parlato: “Qui abbiamo trovato lavoro, casa e sicurezza. Ma, a parte certe violenze evitabili, fanno bene a protestare per la dignidad”.

“Più che una protesta economica, è una protesta politica”, aggiunge l’italiana Alessandra Cristina, ricercatrice sociale e attivista di quartiere. Queste considerazioni non riducono, anzi aumentano di molto il valore potenziale di quello che sta succedendo. Si mette in discussione il modello. I mea culpa della destra cilena, più che un’astuzia tattica, sono l’ammissione di una sconfitta profonda.

Non solo proteste
Il movimento continua, il movimento cala, si va verso il Natale e le vacanze estive. Un luogo comune vuole che riprenderà con forza a marzo. Se si intende per movimento il raduno di piazza e la marcia attorno a plaza de la Dignidad – chiamata da decenni plaza Italia, ufficialmente plaza Baquedano – quel sabba festoso e rabbioso che comprende sempre anche una dose più o meno alta di scontro con i carabineros, potrebbe andare avanti per mesi. Magari ci sarà un capodanno con i lacrimogeni.

Il movimento non è solo questo, ovviamente. È anche scioperi, assemblee, flash mob, consultazioni popolari. È un’ondata che coinvolge l’opinione pubblica e non cessa, se è vero che il 76 per cento si dichiara ancora d’accordo con chi protesta, e il 69 per cento vuole che le mobilitazioni continuino. Il risultato è straordinario perché viene dopo quasi due mesi in cui ne sono successe di tutti i colori, dalle iniziali devastazioni di numerose stazioni della metropolitana – alcune ancora chiuse – ai blocchi stradali, dagli attacchi a negozi e centri commerciali con saccheggi e incendi, a quelli contro commissariati, uffici pubblici e perfino chiese.

Si poteva prevedere o temere che di riflesso scattasse una richiesta di ordine da parte della popolazione. Ma la maggioranza dei cileni separa la validità delle proteste dagli episodi violenti e dai danneggiamenti, e si oppone alle violazioni dei diritti umani commesse dai carabineros, che anzi con il loro comportamento hanno fortemente delegittimato il governo.

Dietrologie
Le dietrologie abbondano in Cile, come in mezzo mondo, ma in questo paese anche di più perché negli anni settanta è successo di tutto, e non tutto è ancora chiaro. Ma le dietrologie sono più un sintomo della crisi di fiducia che un suggerimento per interpretare le vicende in corso. Il 9 dicembre è caduto un aereo diretto in Antartide e c’è chi insinua che sia stato fatto cadere perché a bordo c’era un alto ufficiale militare “contrario alla repressione”. Ma non c’è nessun indizio di sabotaggio.

Più intrigante e un po’ più fondato è l’interrogativo su un episodio centrale all’inizio dell’estallido social: l’attacco incendiario simultaneo a varie stazioni della metropolitana. La magistratura non ha ancora in mano niente se non qualche imputato, ma il dibattito appassiona e si divide tra chi dice che potrebbe essere stata una provocazione dall’alto e chi pensa che sia stata l’azione di un gruppo anarchico che magari l’aveva pianificata per la Cop25. “Perché il governo avrebbe dovuto darsi la zappa sui piedi?”, è l’obiezione degli uni. “Non esiste un gruppo anarchico o antagonista in Cile capace di fare un’azione così forte”, quella degli altri. Un nemico spietato del presidente venezuelano Nicolás Maduro, il presidente dell’Organizzazione degli stati americani (Oea) Luis Almagro, in un’intervista al quotidiano cileno El Mercurio ha insinuato che siano stati agenti venezuelani o cubani. Alla fine l’ipotesi più probabile è quella più logica e semplice: una reazione spontanea all’inizio della repressione governativa, una reazione spontanea che si è munita di molotov.

Lo stato di emergenza proclamato poche ore dopo quegli attacchi è stato, come è ormai noto, accompagnato e seguito da violenze spropositate sia verso i manifestanti sia verso le persone fermate.

Il ruolo dei carabineros
Il parlamento cileno, dove le opposizioni hanno un piccolo margine di maggioranza, ha approvato la cosiddetta acusación constitucional contro Andrés Chadwick, che è stato il ministro dell’interno fino ai primi, decisivi giorni dell’estallido social. Lo stesso provvedimento non è stato approvato contro il presidente Sebastián Piñera: in ogni caso il voto contro Chadwick costituisce un riconoscimento delle stesse istituzioni cilene sulle responsabilità governative nelle violenze dei carabineros. L’accusa è sostanzialmente quella di non aver impedito le violazioni dei diritti umani – posizione già espressa da Human rights watch e nei rapporti della commissione delle Nazioni Unite –, non quella di aver aizzato deliberatamente soprusi e torture per disperdere il movimento, tesi sostenuta nel rapporto di Amnesty international.

I carabineros in Cile sono spesso brutali, sono allo sbando, vivono una crisi interna dopo la rimozione di molti generali corrotti, si sentono odiati e ora sono spaventati dai manifestanti. Un punto che le missioni internazionali invece non hanno ancora indagato è quello della frequente assenza o dello scarso impegno dei carabinerosnel reprimere i saccheggi. Soprattutto a Valparaíso. Forse non c’è neanche su questo aspetto un disegno organico deliberato – che sarebbe quello di far degenerare la situazione – ma molti lo hanno pensato e lo pensano.

Verso l’assemblea costituente
Al di là di alcuni primi passi su tariffe, pensioni e salari, la principale conquista del movimento è quella di aver fatto riconoscere anche alle forze politiche di centrodestra la necessità di lavorare a una nuova costituzione postliberista. La strada indicata è quella di un referendum per la fine di aprile 2020, nel quale dovrebbero prevalere sia la proposta di riscrivere la costituzione sia quella di affidare il compito a un’assemblea costituente eletta ad hoc, che quindi non abbia a che fare con l’attuale parlamento.

Una parte della destra resiste ancora sulle quote da assegnare a donne e indigeni mapuche nella futura assemblea, ma le cose dovrebbero andare in quella direzione. La presenza della bandiera mapuche nelle manifestazioni è curiosa e impressionante.

Imprevisti e battute d’arresto sono sempre possibili ma – almeno secondo le valutazioni dei miei interlocutori – il grosso delle élite politiche ed economiche in Cile ha capito che bisogna andare verso un sistema più socialdemocratico ed europeo, e che non conviene contrapporsi frontalmente all’onda.

Il timore che rimane non è quello di un’involuzione golpista o populista-reazionaria, ma che gli inevitabili conflitti della transizione possano creare panico e caos, come in alcuni momenti e luoghi è avvenuto, in una situazione in cui l’economia ha già subìto delle battute d’arresto. È una situazione in movimento, che ogni giorno dà le sue pene e le sue gioie. Se emergeranno anche dei protagonisti politici, il Cile potrebbe avere un ruolo chiave in un nuovo progressismo latinoamericano.

Paolo Hutter per INTERNAZIONALE

 

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