LA SOLIDARIETA’ E’ CRIMINE ? ALLORA….TUTTI SOLIDALI !

Dalle inchieste giudiziarie contro le Ong che salvano le vite in mare, all’arresto del sindaco di Riace. Dagli attivisti processati in diversi stati europei per aver offerto cibo ai migranti, all’aumento del numero dei reati di solidarietà contestati. Una lunga storia di criminalizzazione raccontata dal rapporto del Transnational Institute

Gli spari, i colpi di mitraglia da parte della guardia costiera libica, il successivo sequestro di due imbarcazioni da pesca partite dal porto di Mazzara del Vallo, la “Matteo Mazzarino” e la “Afrodite Pesca”, il trattenimento, da parte delle autorità libiche, dei relativi equipaggi, in totale 13 persone.

I fatti avvenuti nella notte tra il 9 e il 10 ottobre scorso all’interno dell’autoproclamatasi zona economica esclusiva libica (ZEE) a circa 60 miglia dal confine che segna convenzionalmente le acque territoriali libiche, riportano alla mente i diversi casi, diventati ormai sempre più numerosi, di attacchi, giudiziari specialmente, verso chi pratica lo strumento del mutuo soccorso e della solidarietà, in mare, come sulla terraferma. In questo stesso senso, l’ordinanza di arresto disposta il 2 ottobre scorso dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Locri (GIP) nei confronti del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, a cui tra i numerosi capi di imputazione è stato contestato anche il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, «per aver compiuto atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato di una cittadina etiope», e del quale lo stesso giudice ha scritto: «l’indagato vive nell’ottica del fine giustifica i mezzi, dimenticando, però, che quando i mezzi sono persone, il fine raggiunto tradisce quegli stessi scopi umanitari che hanno sorretto le proprie azioni»; dunque, anche l’ordinanza di custodia cautelare applicata nei confronti di Mimmo Lucano, è, da questo punto di vista, emblematica di una sempre più crescente criminalizzazione della solidarietà.

A raccontare «come l’Unione europea e i suoi Stati membri attaccano e criminalizzano i difensori dei diritti delle persone in movimento», sono le decine di pagine di un rapporto pubblicato qualche giorno fa dal Transnational Institute (TNI), istituto di ricerca internazionale che da 40 anni rappresenta un punto di incontro tra movimenti sociali, ricercatori e rappresentanti politici, «svolgendo una vasta opera di sensibilizzazione nella costruzione di un mondo più equo, democratico e sostenibile». Oggi, «se protesti contro una deportazione forzata su un aereo, stai ostacolando il volo». E ancora, «se offri cibo agli affamati, stai minacciando gli standard igienici» e poi, «se fornisci docce gratuite, stai violando la legge urbanistica»; queste sono solo alcune delle tesi portate avanti dai ricercatori di TNI per dimostrare che «oggi la solidarietà verso i migranti è considerata un reato».

A sostegno di queste ipotesi il rapporto contiene diverse storie di vita. È uno spaccato altamente preoccupante, ciò che emerge dal rapporto, e che ci parla, in questo senso, di una lunga storia di criminalizzazione.

Il report racconta storie che sono considerate dalla maggior parte dei governi europei “penalmente rilevanti”. Di accuse infamanti come quelle che hanno colpito il prete eritreo don Mussie Zerai dell’Agenzia Habeshia, in passato indagato dalla Procura di Trapani per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, accusato di connivenza con i trafficanti, per aver ricevuto chiamate di soccorso e averle passate alle guardie costiere maltesi e italiane per le operazioni di salvataggio.

Le stesse imputazioni, traffico di esseri umani, in sostanza, che sono state contestate a Helena Maleno Garzón, attivista e ricercatrice spagnola della Ong Caminando Fronteras, finita sotto processo prima della magistratura spagnola, poi anche sotto la scure della giustizia del Marocco, per aver inoltrato chiamate di soccorso alla guardia costiera spagnola segnalando imbarcazioni di migranti in difficoltà. Nel mirino di quello che potremmo definire il governo penale/transnazionale delle migrazioni, in realtà, Helena Maleno ci è finita perché è stata negli ultimi anni un testimone chiave degli abusi e delle violenze commesse da entrambe le polizie, spagnola e marocchina, lungo l’unico confine terrestre esistente tra Africa e Europa, lungo le città enclave di Ceuta e Melilla. Ma quello di Helena Maleno è solo uno dei 45 casi che sono stati documentati in un altro report sulla criminalizzazione della solidarietà, Humanitarianism: the unacceptable face of solidarity, redatto questa volta dall’Institute of Race Relations. Lì dentro si fa riferimento anche all’Italia. All’accusa di vilipendio a un corpo dello Stato che ha colpito l’avvocato Gianluca di Candia, attivista di “resistenze meticce” indagato dalla Procura di Roma per “aver osato” criticare durante una manifestazione pubblica, il 20 giugno del 2017, le leggi Minniti Orlando, che hanno introdotto una vera e propria disciplina di diritto “speciale” valida per i richiedenti asilo.

Li chiamano crimini di solidarietà. Sono le colpe di cui si sono macchiati quelli come il docente universitario Pierre Alain Mannoni, arrestato nel 2016 al confine tra Nizza e l’Italia e poi anche condannato alla pena di due mesi per aver favorito la circolazione di persone senza documenti. Mannoni fu fermato mentre era in auto con tre donne eritree che aveva soccorso sotto la neve. Stessa sorte toccò lo stesso anno a tre vigili del fuoco spagnoli nella Grecia progressista di Alexis Tsipras. I tre si erano imbarcati con l’organizzazione umanitaria ProemAid per partecipare a missioni di soccorso nel Mar Egeo. In seguito a un tentativo di soccorso notturno non riuscito al largo dell’isola di Lesbo, furono arrestati e detenuti dalla polizia greca, la stessa che al confine tra la Grecia e la Macedonia ha fermato più volte i volontari provenienti da tutta Europa, minacciando e praticando brevi arresti arbitrari e perquisizioni. Da qualche anno, ormai, i cittadini greci che offrono ospitalità e i volontari che offrono assistenza ai migranti intrappolati nell’isola di Lesbo rischiano imputazioni e condanne a pene severissime. Lo sanno bene Sarah Mardini e Sean Binder, due operatori umanitari arrestati la scorsa estate e ancora detenuti dalle autorità greche, accusati di spionaggio, traffico di esseri umani e riciclaggio per il lavoro di volontariato svolto all’isola di Lesbo. Sean è un ragazzo tedesco di 24 anni appena laureato in relazioni internazionali. Sarah è una campionessa di nuoto. Fuggita con un barcone dalla Siria qualche anno fa, Sarah è stata protagonista di un salvataggio rocambolesco, perché a un certo punto del viaggio l’imbarcazione aveva preso acqua, così lei e la sorella, grazie alla loro forza fisica, hanno contribuito da sole a salvare tutto l’equipaggio. Prima di essere incarcerata in Grecia, Sarah viveva a Berlino, dove frequentava l’università e, appena poteva, tornava a Lesbo, per aiutare le persone che avevano intrapreso lo stesso suo viaggio, andando incontro agli stessi identici pericoli.

CHI DIFENDE I DIFENSORI

Da più parti ci si è chiesti come reagire a questo attacco frontale, proteggendo gli spazi di agibilità democratica di chi difende i diritti umani dei migranti e rifugiati. In un intervento al meeting “Pensare Migrante” che si è tenuto a Roma lo scorso maggio, organizzato da Baobab Experience, Francesco Martone, portavoce della rete di organizzazioni In Difesa Di, aveva suggerito di «usare vari approcci, combinando la mobilitazione con il ricorso a istanze internazionali attraverso l’OSCE, che ha linee guida sui difensori dei diritti umani che vanno applicate anche in Italia. O tramite i relatori speciali ONU in seno al Consiglio ONU sui Diritti Umani, di cui l’Italia è entrata a far parte pochi giorni fa, per i prossimi tre anni, tra l’altro impegnandosi ufficialmente a proteggere i difensori dei diritti umani. Strumenti da combinare, dunque, secondo Martone, «da combinare alla strategic litigation sulla quale stanno già lavorando un gran numero di avvocati ed avvocate che seguono i casi specifici di difensori dei diritti umani accusati di reati di solidarietà». Oggi Martone, un passato da senatore indipendente nelle fila della così detta sinistra radicale, una lunga esperienza internazionale come attivista nel campo della tutela dei diritti umani, di fronte all’aggravarsi della questione della criminalizzazione, richiamando la sentenza del tribunale dei popoli di Palermo, dice a Dinamopress: «Bisogna sottolineare e sostenere attivamente le organizzazioni, le associazioni, i collettivi attivi nella solidarietà, accoglienza, soccorso ai migranti e rifugiati, che si adoperano per la tutela dei loro diritti fondamentali. Perché, conclude Martone, riprendendo le parole della dichiarazione finale del Tribunale, alla stesura della quale lui stesso ha contribuito in quanto giurato: «Sono loro, siete voi, la linfa vitale del nostro lavoro».

Tra le tante azioni di advocacy portate avanti dalla così detta società civile in tema di migrazioni, c’è una campagna specifica, promossa da quasi un centinaio di organizzazioni, laiche, religiose, umanitarie, Ong, che, in questo senso chiede di decriminalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri per i rifugiati e proteggere le vittime di abusi. Si chiama Welcoming Europe ed è nata con l’obiettivo di costringere la Commissione Europea a modificare parti delle direttive e regolamenti in materia di asilo e migrazioni.

POLITICIZZARE L’UMANITARIO

Secondo quanto hanno rilevato diversi sociologi delle migrazioni si sta assistendo all’intensificarsi della “politicizzazione dell’umanitario”. A dimostrarlo, «sarebbe da un lato l’aumento della criminalizzazione delle pratiche di solidarietà operata dai governi nazionali dell’Unione Europea, dall’altro il rilancio dal basso delle stesse pratiche di solidarietà e sostegno materiale, con le loro infrastrutture autonome». Non soltanto. Spiegano gli studiosi «A generare reazioni repressive da parte delle istituzioni non è l’intervento umanitario in quanto tale bensì le modalità in cui questo avviene». Come dire che a essere oggetto delle politiche statali di repressione sono l’accoglienza e il soccorso quando sono prestati al di fuori dei canali ufficiali del governo delle migrazioni; dunque, quando le pratiche di disobbedienza praticate ne mettono in crisi la gestione e il controllo istituzionale, la solidarietà va “arrestata”. Emblematica in questo senso, in tutta la sua drammaticità, è proprio la vicenda penale che ha colpito Mimmo Lucano.

di Gaetano De Monte per DINAMO PRESS

 

Segnalazioni: rubrica a cura di Sergio Falcone

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