La “strana” guerra intorno allo Stretto di Hormuz

Sono mesi caldi nel Golfo Persico: nei giorni scorsi alcune navi della Repubblica Islamica dell’Iran hanno sequestrato, nelle acque dello Stretto di Hormuz, la terza petroliera in meno di un mese. Come successo negli altri due casi, i media di Tehran accusano i vicini arabi di contrabbandare il petrolio greggio a discapito della produzione iraniana e per questo motivo sono intervenuti per bloccare le petroliere.

Il vero motivo di queste azioni nello Stretto di Hormuz è riconducibile invece ad un gioco molto più ampio, comprendente la geopolitica dell’area del Golfo Persico e degli Stretti e degli accordi internazionali.

In realtà, la partita in atto ad Hormuz  è cominciata molto più a Nord, precisamente a Gibilterra, dove le navi della Marina inglese hanno sequestrato mesi fa una petroliera iraniana, arrestandone l’equipaggio, accusandolo di contrabbandare greggio verso la Siria. Come ritorsione verso questo atto, ritenuto da Teheran di pirateria, i Pasdaran e la Marina iraniana hanno dato il via ad una campagna di sabotaggi e sequestri più o meno lampo di imbarcazioni di vario tipo nello Stretto di Hormuz, culminati appunto nei sequestri delle tre petroliere battenti bandiera inglese.

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La “geopolitica degli stretti” è una disciplina complessa, che non si limita allo studio dei traffici commerciali, ma studia le implicazioni politiche che nascono e si sviluppano da questi “colli di bottiglia” naturali e che cosa comportano nelle relazioni internazionali. Fondamentale è quindi comprendere l’importanza fisica di Hormuz: esso mette in collegamento i Paesi del Golfo con l’Oceano Indiano e con il resto del mondo. Lo stretto è da sempre una delle principali arterie di comunicazione, anche prima della scoperta del petrolio, tant’è che se lo stretto fosse in qualche modo chiuso o bloccato ci sarebbero pesanti conseguenze per tutto il mondo, non solo per l’area del Medio Oriente, tali da poter essere addirittura fatali per alcune fragili economie.

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Basti infatti pensare che per lo Stretto di Hormuz passa circa il 90% del petrolio, greggio e raffinato, esportato dai Paesi del Golfo. In altre cifre, quotidianamente circa 21 milioni di barili transitano per lo stretto, pari al 20% della produzione mondiale di petrolio. Uno studio americano è arrivato a calcolare che l’instabilità di questo braccio di mare potrebbe portare il costo di un singolo barile di greggio a oltre 400 dollari, a fronte dei 55 pagati oggi, con conseguenze devastanti per l’economia mondiale.

Situato tra il Sultanato dell’Oman e la Repubblica Islamica dell’Iran, lo stretto mette in connessione i paesi produttori di petrolio del Golfo Persico con l’Oceano Indiano, garantendo così una via di comunicazione e approvvigionamento quasi diretta verso i principali mercati asiatici, bisognosi di materie prime. La navigazione nello stretto, che nel suo punto meno ampio è di soli 33 km, con un corridoio di navigazione di 3 km e con una svolta di 90 gradi, è storicamente rischiosa. Le condizioni climatiche proibitive a causa del caldo, dei venti e dell’umidità, lo hanno reso un punto molto temuto dagli equipaggi anche perché questa zona praticamente disabitata ha da sempre fornito rifugio a locali bande di pirati, pronti per le incursioni sulle navi in transito.

Proprio per queste sue caratteristiche fisiche, è più facile comprendere le azioni iraniane nell’ultimo periodo.

Lo Stretto di Hormuz non è, come già accennato, solo uno snodo dei flussi commerciali ed energetici ma è soprattutto un luogo strategico della politica iraniana riguardante la sua sicurezza. Teheran infatti non ha mai esitato ad utilizzare lo stretto come strumento da utilizzare per trarre vantaggi politici o per obbligare altri paesi nemici a cambiare le loro decisioni geopolitiche, una volta toccati i loro interessi.

Non è un segreto che i paesi arabi del Golfo Persico, alleati degli Stati Uniti, stiano spendendo soldi ed influenza per orientare e dominare i traffici commerciali da e per l’Oceano Indiano. In una fase di crescente conflittualità e di fronte ad una rinata pressione americana sul regime degli Ayatollah, come può suggerire anche il ri-negoziamento dell’accordo sul nucleare, la Repubblica Islamica persegue la sua strategia di interdizione dello Stretto come carta geopolitica di deterrenza verso azioni ostili e contro l’isolamento che i nemici regionali cercano di attuare nei suoi confronti. Le azioni di disturbo non sono altro che una parte di questa deterrenza che porta Tehran ad oscillare tra contegno e ritorsione.

È, sostanzialmente, una partita aperta, senza un vincitore parziale. È, un gioco di fumo e specchi, dove azioni e proclami vengono fatti ad hoc per guadagnare tempo e peso geopolitico, in un conflitto che speriamo rimanga freddo e non si accenda mai.
da Global Project
Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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