La straordinaria esperienza democratica dei curdi del Rojava non può e non vuole morire

image_pdfimage_print

In questi giorni dal Nord-Est Siriano (NES) arrivano notizie di 200.000 civili in fuga, violazioni del diritto umanitario che ammontano a crimini di guerra, bombardamenti deliberati su civili, scuole, ospedali e centrali dell’acqua. Abbiamo visto video di milizie jihadiste sostenute dalla Turchia che fanno irruzione nei villaggi di confine e commettono esecuzioni sommarie. Ora vige una pseudo-tregua già violata da bombardamenti turchi giornalieri, dopo una pessima mediazione americana suggellata dal vertice di Sochi che di fatto consegna alla Turchia una fascia di territorio siriano.

Ma la popolazione del Nord-Est Siriano – curda, araba e di molte altre etnie minoritarie – non intende abbandonare il suo progetto di rivoluzione civile, democratica. Pochi sanno che dall’inizio dell’attacco turco, il 9 ottobre, diversi convogli si sono incamminati a piedi verso le zone di confine dove la popolazione era rimasta intrappolata, per chiedere corridoi umanitari e l’evacuazione dei feriti. Erano centinaia di donne e uomini, 800 nel convoglio più grande, che camminavano disarmati verso Ras El Ain seguiti dalle ambulanze della Mezzaluna Rossa Curda. Il primo di questi convogli è stato attaccato dall’artiglieria turca, 11 persone sono state uccise e 74 ferite, ma la rabbia della popolazione ha dato ancora più forza a questa modalità di protesta e resistenza civile.

Ma cosa è questo modello politico-sociale che la popolazione difende con tanta tenacia? Per capirlo vi riporto indietro di qualche settimana.

In una giornata di fine settembre camminavo tra le tende del campo profughi di Al-Hol, dove si affollavano oltre 70.000 persone, quasi solamente donne e bambini. Una piccola minoranza di loro sono donne siriane o internazionali indottrinate da Daesh (IS), che terrorizzano le altre costringendole a indossare il niqab, ma la maggior parte sono vittime irachene e siriane del conflitto. In quel campo la Mezzaluna Rossa Curda e Un Ponte Per gestiscono due cliniche, essenziali ma ben organizzate. Parlando con l’operatrice sanitaria che coordina uno di questi presidi le ho chiesto cosa altro potesse servire loro, oltre alle infrastrutture già inserite nei nostri progetti di cooperazione. Mi ha risposto: “Alberi e fiori. Vorrei poter offrire a queste donne e questi bambini un ambiente più accogliente dove curarsi e pensare a un futuro migliore”. Questo era il Rojava fino a poche settimane fa: una regione dove la popolazione voleva “il pane e le rose”, per sé e per i civili che in quella regione avevano trovato rifugio.

Il 21 settembre a Qamishlo le associazioni locali celebravano la Giornata internazionale della Pace con un festival interetnico ed ecologista. In città si circolava con bus pubblici nuovi fiammanti pagando un biglietto dal prezzo simbolico, che tutti potevano permettersi. Sulla strada davanti al nostro ufficio la notte si sono accesi i lampioni per la prima volta dopo moltissimi anni. L’elettricità non mancava ma già un tecnico visionario dell’Amministrazione Autonoma del NES lavorava con un ingegnere internazionale, inviato dall’Associazione inglese per l’Economia Solidale, per valutare se il sistema di illuminazione di alcune città potesse funzionare a pannelli solari. Adesso questi amministratori si rifiutano ostinatamente di rinunciare ai loro progetti anche se la Turchia potrebbe a breve ricominciare l’offensiva militare. Ne stanno discutendo persino in questi giorni con l’ufficio attività internazionali dell’Area Metropolitana di Barcellona, che ha avviato un programma di cooperazione decentrata con il Dipartimento delle Autorità Locali del NES.

Le autorità del NES non sanno se il regime di Assad reclamerà il controllo amministrativo su queste aree, dopo essere venuto militarmente in loro sostegno contro l’offensiva turca, ma sono fermamente determinate a resistere. Come nel 2014, quando le fazioni curde hanno deciso di costruire un’Amministrazione Autonoma da quella del regime senza assaltare i municipi controllati da Assad. Ne hanno creato di nuovi, con i loro co-sindaci (sempre un uomo e una donna, per tutte le cariche elettive) e i loro funzionari, hanno organizzato assemblee cittadine per discutere con la popolazione dei bisogni locali, hanno iniziato a raccogliere modeste tasse e costituire un bilancio pubblico, visto che la comunità internazionale non li aiuta. In breve, i sindaci pagati dal regime siriano hanno perso tutto il potere. Alcuni percepiscono ancora uno stipendio da Damasco ma non amministrano un bel niente. Come da manuale di lotta nonviolenta, la creazione di istituzioni alternative ha svuotato di potere quelle oppressive. Così è nato il confederalismo democratico, una palestra di democrazia reale e decentralizzata, ecologista e femminista.

Chi pensasse che il femminismo in NES sia pura ideologia dovrebbe leggere l’appello che il Consiglio delle Donne del NES ha lanciato “a tutte le donne e ai popoli del mondo che amano la libertà”, perché impediscano alla Turchia di spazzare via il loro progetto di emancipazione. Centinaia di migliaia di donne hanno espresso quel documento: dirigenti di cooperative e lavoratrici, politiche e studentesse, combattenti delle YPJ e casalinghe ma anche operatrici sociali che lottano contro la violenza di genere, donne che in quel sistema possono divorziare, ereditare beni, denunciare un marito violento, abortire se non vogliono un figlio. La riforma del diritto di famiglia è stato uno dei primi provvedimenti delle autorità politiche multietniche che governano la regione, e anche solo questo dovrebbe bastare per farci sentire tutte e tutti parte di quella resistenza.

Per HUFFPOST, Martina Pignatti Morano, direttrice dei Programmi di cooperazione di “Un ponte per…” 

Per sostenere i progetti di Un Ponte Per e l’emergenza Siria:

https://www.unponteper.it/it/siria-dalla-loro-parte/

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: