LA TERZA GUERRA MONDIALE

I CONFLITTI ” DIMENTICATI”

LO YEMEN
NON FA NOTIZIA
Dal marzo dello scorso anno, con l’inizio della campagna saudita contro i ribelli Houti spalleggiati dall’Iran, SONO MORTI 12MILA YEMENITI, PIÙ DI TRE MILIONI DI SFOLLATI E METÀ DELLA POPOLAZIONE SOPRAVVIVE GRAZIE AGLI AIUTI UMANITARI.. MA..NON FA NOTIZIA. La guerra censurata nello Yemen è un fronte dello scontro più ampio fra gli sciiti filo iraniani e i sunniti sponsorizzati dalla monarchia di Riad. Solo le Ong denunciano i crimini di ambo le parti nel disinteresse generale. Lo Yemen non vale i fiumi di lacrime da coccodrillo versate per altre situazioni, nonostante vengano colpiti in egual maniera ospedali e funerali; dei 500 feriti curati solo in un mese a Taiz il 23% erano donne e bambini. Anche se la guerra è volutamente dimenticata, l’importanza strategica dello Yemen non sfugge ad Al Qaida e allo Stato islamico, che si contendono il primato di attacchi kamikaze.

SOMALIA
CAOS E VIOLENZA
Il 29 dicembre, la Somalia dovrebbe avere un presidente, dopo tre rinvii e decadi di guerra civile e anarchia. A patto che gli Al Shabab, i talebani del Corno d’Africa, non lo facciano saltare subito per aria. I loro «martiri» hanno colpito ripetutamente, nel cuore di Mogadiscio, al volante di macchine minate. La minaccia terroristica è diventata duplice: da una parte il grosso degli Al Shabab legati ad Al Qaida a dall’altra una fetta impazzita che ha giurato fedeltà al Califfato. I 21mila soldati dell’Unione africana avrebbero bisogno del doppio degli uomini per spazzare via definitivamente i militanti islamici annidati soprattutto sulle coste. Nel nord, le forze della regione semi autonoma del Puntland hanno scalzato le bandiere nere dalla città portuale di Qandala. Però il loro capo, Abdiqadir Mumin, non si arrende e sogna che la Somalia diventi una provincia del Califfato.

SILENZIO SUI CRIMINI IN MYANMAR
Il premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, simbolo della resistenza democratica al regime dei generali ha finalmente preso il potere nel Myanmar. E cinque mesi dopo le associazioni dei diritti umani, che l’hanno sempre difesa a spada tratta, l’accusano di chiudere un occhio sulla «pulizia etnica» in corso nell’ovest del paese ai danni dei Rohingya, una semi sconosciuta minoranza musulmana di 800 mila persone che non ha diritto alla cittadinanza. Orribili testimonianze parlano di villaggi rasi al suolo, stupri di gruppo della soldataglia birmana, torture ed esecuzioni sommarie. Dal 9 ottobre al 2 dicembre 21mila musulmani sono fuggiti davanti a questo genocidio. Dallo scorso mese di agosto in Myanmar è riesplosa la guerra tra l’esercito birmano e i Rohingya. Un’offensiva degli indipendentisti islamici è diventata in fretta l’occasione per una repressione durissima che ha colpito la popolazione civile facendo nuove centinaia di migliaia di profughi.

SUD SUDAN
L’ORRORE SCONOSCIUTO
L’ultimo paese africano diventato indipendente è sprofondato in una paurosa guerra civile. Il Sud Sudan è dilaniato dallo scontro politico ed etnico fra il presidente, Salva Kiir e il suo ex vice, Riek Machar. I due leader rappresentano le diverse anime del Movimento per la liberazione del popolo sudanese, che ha portato alla nascita del nuovo stato dopo decenni di lotte contro gli arabi del nord. Ribelli e governativi si sono macchiati di atrocità nei confronti dei civili. In ottobre 3.500 persone al giorno scappavano dalle loro case per evitare di venire massacrate. Dall’inizio del conflitto, tre anni fa, sono stati reclutati a forza 17mila bambini soldato, da tutti e due i contendenti. Adama Dieng, consigliere speciale delle Nazioni Unite, ammette che «l’Onu non dispone dei mezzi adeguati per fermare le atrocità di massa».

GUERRA OSCURATA IN AFGHANISTAN
Dopo quindici anni di intervento alleato, mezzo trilione di dollari spesi e 150mila morti, ci siamo dimenticati dell’Afghanistan, dove la guerra continua e i talebani avanzano. Cinque capoluoghi di provincia sono minacciati dagli insorti del defunto mullah Omar. Adesso sono rimasti solo 900 soldati italiani nella grande base di Herat, ma con compiti soprattutto di addestramento e monitoraggio delle forze armate afghane. Le truppe Usa sono ridotte a diecimila uomini. Non è una sorpresa che i talebani abbiano il totale controllo di 33 distretti su 400 e circondano le forze governative in altri 116. E ancora più grave è la crescita della bandiere nere, soprattutto nell’Est del paese.
Il Califfato afghano conta su 2-3mila uomini in armi, ma il conflitto al crocevia dell’Asia è uscito dai riflettori dei media.

IL BUCO NERO DEL DONBASS
La guerra nel cuore dell’Europa nell’est dell’Ucraina filo russo, continua, ma non ce ne accorgiamo perché il Donbass è stato relegato in un buco nero. Sia i russi sia gli occidentali hanno preferito congelare l’attenzione su questo fazzoletto di terra controllato dai separatisti e circondato dall’esercito ucraino. In teoria dovrebbe essere in vigore una tregua, ma in realtà si spara e si tirano cannonate ogni giorno. Il processo di soluzione politica previsto dai secondi accordi di Minsk è nato morto. Il Donbass è tormentato da un conflitto a bassa intensità, che fino a oggi è costato, secondo le Nazioni Unite, trentamila morti e feriti. L’ENNESIMA GUERRA DIMENTICATA.

SIRIA
LA FINE DI UNA GUERRA E L’INIZIO DI UN’ALTRA
Come diventa “dimenticata” una guerra? Non sempre perché i giornali e i notiziari non ne parlano più.
PUÒ DIVENTARE DIMENTICATA ANCHE PERCHÉ SEMPLICEMENTE SIAMO NOI A ESSERE STUFI, A NON VOLERNE PIÙ SENTIR PARLARE. Esattamente come sta accadendo per la guerra in Siria. A quasi sette anni ormai dal suo inizio sono tornate a essere giornate particolarmente cruente a Damasco: nel quartiere della Ghouta Orientale martellato dall’aviazione di Assad, ma anche nelle scuole cristiane colpite dai razzi sparati proprio dalla Ghouta si continua a morire. Senza dimenticare i combattimenti al nord, nella zona di Afrin, dove la Turchia di Erdogan sta cercando di regolare i suoi conti in sospeso con i curdi. Tutti contro tutti sulle spoglie della Siria, in un Calvario apparentemente senza fine. Il numero degli sfollati siriani sta aumentando. Quest’anno 920mila persone hanno già lasciato le loro case, altre 45mila sono scappate dai recenti combattimenti a Daraa. Milioni di persone potrebbero seguire se il regime cercherà di riconquistare altre enclave ribelli.

TURCHIA
IL NUOVO SULTANATO CHE VUOLE MAGGIOR SPAZIO NELLA REGIONE
L’offensiva lanciata dalla Turchia nel Nord della Siria ad inizio anno, che ha avuto come esito la conquista del cantone di Afrin controllato in precedenza dalle milizie curde, ha reso palese gli obbiettivi ambiziosi di Erdogan: l’allargamento della sfera di influenza turca nella regione. A partire dal fallito golpe del 2016, Erdogan ha progressivamente accentrato il suo potere, eliminando o incarcerando i politici o gli esponenti della società civile che gli si opponevano. I cambiamenti apportati alla costituzione di fatto eliminano la divisione dei poteri, permettendo ad Erdogan di porsi come nuovo sultano. Quindi la presenza militare turca in Siria è solo la conseguenza della strada intrapresa dal presidente, una strada che fa leva sul nazionalismo, di cui la Turchia è pervasa. Di certo l’occupazione della parte nord della Siria è sgradita a molti ma è di certo destinata a consolidarsi se non ad allargarsi.

KURDISTAN
LO STATO INTROVABILE
Quella del popolo curdo è una lotta su più fronti per l’autodeterminazione, l’autonomia e il riconoscimento della propria identità e dei diritti civili e politici all’interno dei diversi Stati in cui si trovano a vivere. Circa 30-40 milioni di curdi vivono in una Regione in gran parte montagnosa, nel cuore del Medio Oriente, divisi tra Armenia, Iran, Iraq, Siria e Turchia. Sono il quarto più numeroso gruppo etnico del Medio Oriente, ma non hanno mai avuto un loro Stato nazionale. Il popolo curdo ha la sua lingua, cultura e organizzazione politica ma la sua identità e le libertà fondamentali sono ancora oggi negati, I Governi di Iran, Turchia, Siria e dell’Iraq, hanno sempre cercato di negare la stessa esistenza di questo popolo tentando di cancellarne la cultura, la storia, la lingua e attuando repressioni a volte ferocissime. Nessuno dei Paesi coinvolti vuole rinunciare alle risorse naturali, a partire dal petrolio, di cui è ricco il Kurdistan.

LIBIA
TRANSIZIONE TRAVAGLIATA
La nuova, ennesima crisi della Libia, con il Governo di Fayez al-Sarraj sull’orlo del baratro per l’attacco delle milizie ribelli, ha un contorno assai complicato, che comprende le rivalità storiche tra le tribù, il ruolo degli ex gerarchi di Gheddafi, la spartizione degli introiti del petrolio, le intromissioni di una lunga serie di Paesi che vanno dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia all’Italia, dalla Russia all’Egitto, dalla Turchia al Qatar. Ma la sostanza è molto molto più semplice: c’è un Governo debolissimo e quasi impotente, quello appunto guidato da Al-Sarraj, che agisce sotto l’egida delle Nazioni Unite ed è riconosciuto dalla comunità internazionale; e c’è un Paese, la Francia, che lavora perché quel Governo cada, anche a costo di ripiombare la Libia nel caos più totale. In Libia “tutti vogliono un fetta della torta”, minando il processo di avvicinamento alle elezioni democratiche e causando una grave crisi politica, militare ed umanitaria. È il caro vecchio colonialismo di una volta, niente di nuovo. Come finirà laggiù è, al momento, impossibile dirlo. La Libia, con le sue milizie, è un vaso di Pandora, facile da aprire e difficile da richiudere.

POLVERIERA
MOZAMBICO
Una nuova ondata di violenza invade il Mozambico. Un’ondata che pare intrecciare il terrorismo di matrice islamica e la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi. Dare spiegazioni ad un fenomeno recente e ad oggi poco studiato non è cosa semplice. Il malcontento economico è stato centrale nel processo di radicalizzazione a Cabo Delgado, che con la propaganda salafita e un nuovo modello sociale ha proposto un’alternativa all’inadeguatezza del governo, lontano da questa periferia”. Un ruolo importante sarebbe poi quello delle rivalità etniche: la maggior parte dei terroristi sono Kmwani, che si sentono marginalizzati dai Makonde, gruppo tribale di cui fa parte il presidente Filipe Nyusi e l’élite politica. In molti temono che gli scontri, il radicalismo nascente e dilagante e gli interessi economici potrebbero portare ad una guerra aperta. Ad oggi la risposta del Paese è stata quella di stringere accordi con i governi di Tanzania, Repubblica Democratica del Congo e Uganda per la creazione di un comando militare regionale.

SAHEL
TRA MAURITANIA E CIAD
LA TRAPPOLA DELLA GUERRA SANTA NEL DESERTO
La nuova Santa Alleanza jihadista del Sahel contro i governi dell’area e i loro alleati occidentali che tentano di evitarne l’implosione è alquanto nebulosa ma ha un obiettivo chiaro. Il nemico da battere è la forza congiunta del G5 Sahel (JF-G5S) lanciata da Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania, dopo l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Gli obiettivi del G5 sono: lotta al terrorismo, che si alimenta anche delle spinte separatiste delle tribù nomadi in terre di confine, e contrasto al malaffare che va dal traffico d’armi e di droga a quello di esseri umani (dall’area del Sahel attraverso il buco nero della Libia arriva l’80% dei migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo).

REP. DEM. DEL CONGO
MINERALI INSANGUINATI
Nella Repubblica Democratica del Congo, i continui rinvii della tenuta delle elezioni presidenziali sono una delle maggiori cause delle attuali violenze. Le autorità hanno recentemente posto il 23 dicembre 2018 come data delle votazioni, ma il leader congolese, Joseph Kabila dimostra di voler ritardare il più possibile l’inizio del processo elettorale e mantenersi al potere. Le attuali ostilità hanno provocato circa 4 milioni di sfollati in tutto il Paese. Nel nord-est del territorio, soprattutto nella regione del Kivu, la popolazione è infatti vittima di numerosi gruppi armati, spesso finanziati da uomini d’affari e politici con l’obiettivo di sfruttare le preziose risorse del sotto suolo. Nella provincia centrale del Kasai, invece, sono più di 3.300 i civili rimasti uccisi nell’ultimo anno di combattimenti in oltre 40 fosse comuni scoperti. Dalle miniere alla telecomunicazione, dall’energia alle banche, la leadership politica, con a capo diversi membri della famiglia Kabila, sta facendo di tutto per mantenere il controllo di tutti i settori dell’economia congolese.

NIGERIA
L’INCUBO DI BOKO HARAM
Ce la dimentichiamo sempre in fretta la Nigeria alle prese con l’incubo di Boko Haram, il movimento islamista che nella sua follia ha nel mirino in maniera particolare proprio le scuole e le chiese. Ma a ricordarcelo – di tanto in tanto – arrivano le azioni più eclatanti di questo gruppo. Che spesso hanno come vittime le donne, che non mancano mai sui Calvari di oggi. La Nigeria è il Paese delle bambine trasformate forzatamente in kamikaze per spargere il terrore nei mercati delle città dello Stato di Borno. Nelle ultime settimane, Boko Haram ha aumentato gli attacchi su larga scala nel nord-est della Nigeria, colpendo basi militari o convogli e uccidendo decine di persone, tra cui diversi militari. Questi attacchi mettono in discussione le ripetute affermazioni del governo nigeriano, secondo cui il gruppo jihadista sia stato o stia per essere sconfitto.

REPUBBLICA CENTRAFRICANA
UN GIUBILEO PRESTO DIMENTICATO
Poco più di due anni fa il Giubileo della misericordia papa Francesco aveva voluto aprirlo a Bangui, nella Repubblica Centrafricana insanguinata dalla guerra. Allora lo salutammo tutti come un segno importante di pace, un seme di riconciliazione per un Paese ferito. Ma le violenze non sono ugualmente finite: le intese tra le milizie sono rimaste solo sulla carta e nelle scorse settimane nel nord-est del Paese si è ricominciato a combattere, con migliaia di persone che si sono riversate in fuga verso il Ciad. Come sempre dietro al paravento delle divisioni etniche e religiose anche nella Repubblica Centrafricana si scorgono chiari gli interessi economici in una terra dal sottosuolo ricchissimo ma che resta uno dei Paesi più poveri del mondo.

COLOMBIA
UNA GUERRA CIVILE ALIMENTATA DAL TRAFFICO DI DROGA
Il conflitto armato colombiano, è iniziato negli anni Sessanta. Le principali parti del conflitto erano inizialmente lo Stato colombiano e formazioni guerrigliere di estrema sinistra. Negli anni Ottanta narcotrafficanti a capo dei cartelli della droga operanti nel Paese fondarono gruppi paramilitari per combattere la guerriglia, in certi momenti conducendo nel contempo una guerra aperta contro lo Stato. Anche le formazioni guerrigliere sono state accusate di trarre profitto dal traffico di droga. Da alcuni anni sono in corso trattative fra il governo e le principali formazioni guerrigliere per porre fine a questa guerra civile, anche se il percorso è assai difficoltoso. Mentre il Paese si prepara al passaggio delicatissimo delle elezioni presidenziali di maggio, banco di prova anche per gli accordi con il movimento guerrigliero delle Farc, rischia di saltare già l’altra intesa, quella con l’Eln, l’altro principale fronte di miliziani: proprio in questi giorni i contatti sono stati interrotti e vi sono stati nuovi scontri. Sullo sfondo resta la sfida delle alternative per chi smobilita dalla guerra, unico percorso credibile per una resurrezione.

IL TRIANGOLO
INDIA-PAKISTAN-KASHMIR
STORIA DI UN CONFLITTO MAI RISOLTO
La questione del Kashmir affonda le sue radici nell’età coloniale, durante la quale lo “Jammu e Kashmir” rientrava nei 565 stati principeschi semi-indipendenti che facevano parte del Raj britannico. Quando, il 15 agosto 1947, l’Unione Indiana e il Pakistan sorsero sulle ceneri del colonialismo inglese, lo “Jammu e Kashmir”, al pari degli altri principati, si trovò di fatto a dover optare per l’adesione a uno dei due nuovi stati indipendenti. Se la logica prevalente voleva che i principati aderissero allo stato in cui ricadeva il proprio territorio, nel caso dello “Jammu e Kashmir”, la questione era complessa poiché esso confinava sia con l’India sia con il Pakistan. Negli anni successivi il Kashmir continuò a essere una terra contesa, teatro di tensioni e conflittie a tutt’oggi la questione non ha trovato una sistemazione definitiva e la disputa internazionale rimane aperta.

THAILANDIA
L’INSURREZIONE DEL SUD
La Nazione è attraversata dall’insurrezione armata nelle Province Meridionali: la rivolta separatista ha origine nella Provincia a prevalenza malese e islamica di Pattani (al confine con la Malaysia) e si è allargata alle vicine Province di Yala e Narathiwat, coinvolgendo in parte anche la quarta Provincia “musulmana” di Songkhla. Le cause vanno ricercate nelle differenze etniche, culturali ed economiche, supportate dal fattore religioso, che alimentano un desiderio di autonomia. Il conflitto, che vede impegnato l’esercito regolare tailandese con i gruppi separatisti nel Sud della Thailandia, prosegue intenso, sebbene lontano dai riflettori, e non si sta esaurendo. Esso La volontà di avviare negoziati è debole e da ambo le parti prevale l’approccio violento. Gli insorti hanno compiuto numerosi attacchi contro obiettivi militari e civili, utilizzando tattiche sempre più brutali e sofisticate per i loro attentati. Tra il 2017 e la fine di marzo 2018, sono stati oltre 600 gli attentati organizzati nelle Province del Sud.

CECENIA
UNA TRANSIZIONE DIFFICILE
DAGHESTAN
TERRA FERTILE PER JIHADISMO
I ricchi giacimenti petroliferi della regione caucasica sono il motivo fondamentale del conflitto. La Russia vuole mantenere il controllo sulla produzione e sull’esportazione del petrolio e del gas, contro i secessionisti ceceni e le multinazionali occidentali. A dieci anni dalla fine della guerra, la tormentata repubblica caucasica è al guado tra passato e futuro. In apparenza tutto sembra normale nella capitale ricostruita, ma pochi parlano liberamente. La piccola repubblica è tra le più povere della Russia e le ferite del conflitto non si sono affatto rimarginate. Sotto la cenere sembra che continui ad ardere una brace che il pugno di ferro dell’uomo forte Ramzan Kadyrov, il giovane presidente al potere dal 2005, non è riuscito a spegnere. Tracce ce ne sono tante. Il Daghestan, la repubblica confinante con la Cecenia, secondo molti sarebbe stato uno dei maggiori serbatoi di jihadisti del Califfato in Siria, e dove tuttora verrebbero addestrati e indottrinati. Dalle vicine montagne lo stesso Daesh aveva proclamato un emirato, come Shamil che impose la sharia chiamando alla guerra santa contro i russi.

CAUCASO
NAGORNO-KARABAKH
DIFFICILE EQUILIBRIO
TRA INTEGRITÀ TERRITORIALE E AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI
Il conflitto etno-territoriale tra Armenia e Azerbaigian ha un profondo radicamento storico che se trascurato, rischia di compromettere la piena comprensione delle cause all’origine dello stesso. Le radici dell’ultimo conflitto (1988-1994) scaturiscono dalla decisione di creare una provincia autonoma nella parte montuosa della regione del Karabakh (Nagorno Karabakh), all’interno della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian, durante il periodo sovietico, provincia abitata dalle comunità azera ed armena, che a partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso divenne oggetto dell’irredentismo armeno. Questo scontro non si risolse soltanto nell’occupazione da parte dell’Armenia della regione del Nagorno Karabakh, ma anche di altri sette distretti azerbaigiani fuori di questa regione causando circa 30 mila morti, più di 1 milione di rifugiati e profughi azeri espulsi da tutta la zona occupata. Il conflitto del Nagorno-Karabakh necessita di essere quanto prima risolto trovando una soluzione che contenga la combinazione tra il principio dell’integrità territoriale e il principio dell’autodeterminazione dei popoli.

LA QUESTIONE PALESTINESE
Il conflitto arabo-israeliano è un conflitto politico-militare che vede contrapposti lo Stato di Israele da una parte e i palestinesi e gli Stati arabi circostanti dall’altra. Le radici del conflitto risiedono nella nascita del sionismo e del nazionalismo palestinese verso la fine del diciannovesimo secolo. Il territorio geografico della Palestina, allora sotto il dominio turco-ottomano, era infatti considerato allo stesso tempo dal movimento sionista come patria storica del popolo ebraico e dal movimento nazionalista palestinese come territorio appartenente ai suoi abitanti arabi palestinesi. Con la dichiarazione di Balfour il governo di Londra dichiarò allora di appoggiare una“patria nazionale ebraica in Palestina”, sostenendo gli ideali sionisti di Theodor Herzl.
La diplomazia internazionale lavora da anni con l’obiettivo di raggiungere un accordo di pace che metta fine al conflitto israelo-palestinese con la creazione di due stati che vivano fianco a fianco in pace e sicurezza, ma la storia recente è stata segnata da scontri e violenze, alternati da tentativi di negoziato.

SUDAN
E I RIBELLI DEL DARFUR
Il Darfur sta vivendo una nuova profonda crisi, la più grave degli ultimi anni, ormai 15 dall’inizio del conflitto. Quest’area, grande quattro volte l’Italia, è stata ed è tutt’ora teatro di una delle “partite” politiche più importanti del globo, un’area in cui si incontrano, ma soprattutto scontrano, gli interessi delle cosiddette potenze mondiali. In questi mesi si registra l’inasprimento dello scontro tra i ribelli e il governo del Sudan, e sempre più drammatica appare la situazione degli oltre 2,5 milioni di profughi interni, soprattutto dopo il ridimensionamento delle missioni ONU, ed in particolare del WFP (programma di alimentazione mondiale). Sono continui gli attacchi e gli episodi di violenza, sia all’interno che all’esterno dei campi che accolgono gli sfollati interni. Quasi sempre a compierli sono forze militari o paramilitari dell’esercito sudanese. In un crescendo di violenze, le principali vittime del conflitto restano le donne, alcune poco più che bambine.

INSURREZIONE ISLAMICA NELLE FILIPPINE
L’insurrezione islamica nelle Filippine è una rivolta etnica separatista in corso nelle Filippine, iniziata nelle province meridionali del paese. Il conflitto iniziò nel 1969, a causa di dissidi tra il governo filippino e gruppi islamici di ribelli di etnia moro. La conseguenza fu la nascita del Fronte di Liberazione Nazionale Moro (MNLF) con lo scopo di ottenere l’indipendenza dell’intera regione di Mindanao. Nel corso dei decenni successivi l’MNLF si scisse in alcuni sottogruppi dalle diverse ideologie, tra cui il Fronte di Liberazione Islamico Moro (MILF), un’armata che richiese invece la creazione di uno Stato Islamico nelle Filippine. L’attività dei gruppi separatisti è il proseguimento di una lunga ribellione da parte dell’etnia moro, originatasi nel 1899 per contrastare il dominio statunitense nel territorio filippino.

LA NARCO GUERRA MESSICANA
Con quasi 16mila morti nei primi sei mesi, il 2018 rischia di battere il record dell’anno scorso. Molti corpi rimangono per sempre anonimi: 35mila sono stati sepolti in fosse comuni senza essere identificati per mancanza di mezzi e tempo. La fila cresce all’assurdo ritmo di quasi un morto ogni quindici minuti: 3,7 all’ora. In Messico, però, formalmente non c’è una guerra. Ciò che la politica, almeno finora, ha negato, lo afferma la realtà. Negli ultimi undici anni il vortice di violenza ha ingoiato almeno 255mila vite. Sette volte la cifra dei morti nello stesso periodo nell’Afghanistan. I numeri messicani, nonostante la scarsa visibilità mediatica, sono paragonabili a quelli del conflitto civile siriano. La “guerra dei narcos” è stato un conflitto a “geometria variabile” o a “macchia di leopardo”, con isole di relativa tranquillità nel mezzo della mattanza. Almeno fino ad ora. Nemmeno le ultime oasi sembrano riuscire a sfuggire all’attuale escalation.

TIBET
IL GRIDO DI UN POPOLO
La lotta per la libertà e l’indipendenza del Tibet affonda le sue radici nel lontano 10 marzo 1959 quando la popolazione di Lhasa, la capitale del Tibet, insorse contro un’aggressione spietata condotta dal governo cinese. Gli scontri furono repressi nel sangue. Un milione e duecentomila tibetani morirono. Il Dalai Lama, dovette fuggire in esilio in India, dove tutt’oggi risiede e da dove guida una lotta pacifica per la liberazione del suo popolo dall’oppressione cinese. Tra il 1956 e ’59 più di 80.000 tibetani fuggirono all’estero. Dopo la insurrezione tibetana del 2008 la Cina ha avviato una politica ancora più repressiva, che ha determinato l’esilio forzato di autorità religiose, intellettuali e civili di varia estrazione. Ogni tentativo di opposizione anti-cinese è stato bollato come ‘separatista‘ o ‘estremista‘ e numerose sono state le carcerazioni per spegnere ogni voce tibetana dissidente. Le organizzazioni sovranazionali quali ONU e Unione Europea hanno spesso balbettato nei confronti del colosso cinese che rivendica antiche origini ed appartenenza del Tibet nei confronti della Cina.

COSA PUÒ FARE
LA COMUNITÀ
INTERNAZIONALE ?
Quattro vie, quattro pilastri per la pace indicati
già nella “Pacem in terris” da Papa Giovanni XXIII

VERITA’: vuol dire riconoscere che la pace è si un dono di Dio, ma anche l’importanza della verità dei fatti, il conoscere bene il perché le guerre si combattono cosa c’è dietro e quindi smontare ciò che fa da combustibile a queste guerre.
GIUSTIZIA: non c’è pace senza giustizia, spesso non ci sono guerre, intese come conflitti armati maggiori, ma tante situazioni di violenza che preludono a una guerra perché in una nazione non c’è giustizia e una giusta gestione della cosa pubblica.
LIBERTA’: in molti contesti la democrazia è una parola rara, la partecipazione è negata e una gestione della cosa pubblica centralizzata, dittatoriale, e questo è preludio di tensioni molto forti perché quando c’è una lesione costante e strutturale dei diritti umani la gente non può neanche far sentire la propria voce.
SOLIDARIETA’: dentro le nazioni e tra le nazioni; è quanto mai necessario un appello forte e chiaro a tutta la comunità internazionale, ma anche a ciascuno di noi perché si può contribuire con la partecipazione dal basso.

 

a cura di S.O.S. MISSIONARIO

NOTA RAIAWADUNIA: Va sottolineato che molti di questi conflitti sono frutto delle geopolitiche impazzite delle grandi potenze mondiali. Spesso dietro le guerre al terrorismo si nascondono precisi interessi di potere sulle risorse dei territori. E’ il caso del Sahel e del Caucaso.

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