La tragedia umana e sociale dietro gli sgomberi che vogliono nasconderci

Il 10 dicembre è la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. A Roma è quest’anno è stata celebrata con lo sgombero dell’ex fabbrica di Penicillina.Si è chiacchierato molto nelle ultime settimane su cosa fosse questo posto, chi vi abitasse, quali atroci, illegali, indicibili attività venissero svolte al suo interno. I media si sono prodigati in narrazioni più o meno veritiere, alla ricerca di scoop o semplicemente per accaparrarsi il favore di qualche politico.

IL GHETTO DELLA TIBURTINA

Noi abbiamo avuto la fortuna di lavorare all’interno dell’ex fabbrica per alcuni mesi. Lontano dai riflettori ma vicino ai suoi abitanti e, se non è una realtà che si può raccontare con facilità e anzi è piena di contraddizioni, crediamo di avere qualcosa in più da dire oltre i luoghi comuni.

La prima volta che abbiamo fatto ingresso nell’ormai famosa ex fabbrica della penicillina, all’inizio di quest’anno, non credevamo ai nostri occhi: un luogo che, dall’esterno, sembrava completamente abbandonato, uno scheletro senza finestre, con cumuli di immondizia di ogni tipo, tra cui rifiuti tossici e amianto, ospitava all’interno tra le 500 e le 600 persone di ogni nazionalità.

Chi cucinava, chi ascoltava musica, chi era in fila per una visita davanti al tendone di Medici Senza Frontiere, chi invece giocava a pallone nello spiazzo fra i vari stabili all’interno del “Ghetto”.

Il Ghetto. Perché è così che i suoi (ex) abitanti lo chiamano ed è così che è conosciuto in tutta Roma, soprattutto dai migranti: il Ghetto di via Tiburtina. E non c’è appellativo che calzerebbe meglio a enorme relitto industriale alla periferia est di Roma.

Qui dentro vivevano gli “invisibili”, coloro che sono stati, nei fatti, già espulsi da questa città. Con buona pace di Salvini, non è stato neppure necessario consegnare loro un formale decreto di espulsione. A espellerli dalla società che li circonda sono bastate le politiche di accoglienza del nostro Paese. A completare l’opera, a marginalizzarli, a farne degli irregolari, le pratiche della Questura Immigrazione della nostra città, quell’enorme “buco nero” dove gli abusi sono all’ordine del giorno.

È stato importante operare alla fabbrica in questi mesi. Non è stato semplice, ci è voluto del tempo per avere la fiducia degli abitanti, iniziare ad avere un rapporto con alcuni di loro, passare dal superficiale scambio di qualche parola ad ascoltare le varie storie e i vissuti di ognuno.

È stato importante perché ci ha permesso di avere accesso ad un mondo “sotterraneo”.  Ci siamo resi conto di quali gravi mancanze ci sono nel nostro sistema di accoglienza, inteso in senso ampio, ad esempio il rispetto delle garanzie informative. Abbiamo avuto modo di incontrare persone che non avevano alcuna idea di quali fossero i loro diritti ed i loro doveri, delle procedure da seguire per ottenere i benché minimi servizi.

È da tempo che i cosiddetti “insediamenti informali” sono un tema caldo a Roma, specialmente del quadrante attraversato dalla Tiburtina, divenuta sempre più una linea di confine a tutti gli effetti. A partire da quel maggio 2015, con lo sgombero di via delle Messi d’oro, a Ponte Mammolo. Da allora è cominciato un lento esodo di “indesiderati” verso la periferia della città, passando per Baobab, via di Vannina e, ora, la Penicillina. Domani chissà

IRREGOLARI? NO, POVERI!

Si potrebbe pensare che in un posto simile ci sia finito soltanto chi non ha documenti né alcuna possibilità di regolarizzazione, ma così non è. Da marzo a oggi abbiamo prestato assistenza socio-legale a più di 70 occupanti, monitorando quello che accade e abbiamo incontrato persone oneste, lavoratrici, resilienti, capaci di accettare una vita durissima per costruirsene una migliore. Persone sì, vittime della gestione repressiva dei flussi migratori e dell’apartheid giuridico, costrette ad accettare lavori a condizioni spregevoli per guadagnarsi da vivere, costrette ad accettare di vivere in quel posto perché i sacrifici si devono fare, come non fosse già abbastanza abbandonare la propria terra, i propri affetti. Persone convinte che ingoiando giorno dopo giorno bocconi amari e vivendo giustamente, il sistema non potrà essere ingiusto con loro.

È bastato poco per rendersi conto che la maggior parte degli occupanti hanno o hanno avuto i documenti in regola. Persone che hanno terminato il percorso di accoglienza nei centri ma, appena uscite, si sono accorte di non avere gli strumenti per poter sopravvivere dignitosamente, per poter sostenere il costo di un affitto di casa (o anche solo una stanza), nonostante un lavoro, seppur sfruttato e sottopagato. Succede quando non si fa un adeguato bilanciamento di competenze, quando si intende l’accoglienza unicamente come vitto e alloggio. Succede quando i servizi di integrazione ed inserimento come l’insegnamento della lingua italiana, la formazione lavoro, nei fatti, non vengono erogati. E dalla prassi nasce la legge, dal momento che il Dl Salvini ha eliminato a tutti gli effetti l’erogazione di tali servizi. Succede quando si continuano a indire bandi SPRAR, che, a voler seguire le best practices italiane ed europee, dovrebbero consistere in appartamenti da 6/8 persone – per favorire appunto l’interazione con la comunità di accoglienza – prevedendo, invece, mega centri da più di 100 persone, che replicano fedelmente quelli dell’epoca di Mafia capitale

Molti sono quelli che hanno il titolo di soggiorno scaduto da qualche mese. Perché non hanno rinnovato? Errore loro? No, tutti portano con sé il foglio della Questura con cui vengono “preavvisati” del rigetto della domanda di rinnovo per “mancanza del certificato di residenza”. In realtà una residenza loro la hanno eccome: si tratta di via Modesta Valenti, indirizzo appositamente istituito dal Comune di Roma per i senza fissa dimora. Da quando la Giunta Raggi ha eliminato la possibilità di fissare la residenza presso le Associazioni di Volontariato, Modesta Valenti rappresenta l’unica possibilità per vedersi riconosciuti una serie di diritti, dal medico di base, all’iscrizione dei figli minori alla scuola pubblica, all’accesso ai servizi del territorio in generale. La Questura, tuttavia, ha deciso di non riconoscere tale indirizzo e, di conseguenza, non permettere i rinnovi a centinaia di persone. E non lo fa neppure con un provvedimento di rigetto, che si potrebbe impugnare davanti aun Giudice, ma con ripetuti preavvisi a cadenza mensile, tesi a sfinire anche i più perseveranti e farli desistere dall’intento di rinnovo. Così si crea irregolarità, così si distruggono vite umane.Cosa dire poi di chi ha regolarmente presentato richiesta di asilo, ha vissuto in un centro di accoglienza per qualche tempo e ne è stato espulso con provvedimento della Prefettura? Ne abbiamo visti tanti di provvedimenti di “revoca delle misure di accoglienza”, per i più disparati motivi, per lo più futili. Perché nella nostra esperienza si viene espulsi dal centro anche se una volta si risponde male (o a tono), se si porta anche solo un televisore in camera o si fa entrare un amico per farci una chiacchierata. La conseguenza è ovvia: si va a dormire dove capita, la Commissione per la richiesta di asilo ti dichiara irreperibile e la procedura di concessione dello status di rifugiato viene sospesa. Nella maggior parte dei casi, quindi, la richiesta non viene neanche esaminata e la persona finisce in un limbo giuridico da cui deriva la sua irregolarità sul territorio.

COME IL SISTEMA D’ACCOGLIENZA FABBRICA DI VITE PRECARIE

Ma qui abbiamo visto di molto peggio. Una famiglia con due bambini, la più piccola di 2 anni appena compiuti, era finita a vivere lì. Tutto questo è accaduto dopo che la mamma, accolta in un CAS fuori Roma con i figli, aveva avuto una discussione con un operatore del centro ed erano volate, forse, parole grosse da parte di entrambi. Tanto è bastato a spingere la Prefettura di Roma a far espellere la famiglia, che si è ritrovata senza alcuna possibilità se non quella di rifugiarsi nel Ghetto. La situazione è paradossale, da non credere se non l’avessimo vista con i nostri occhi: mamma e figli titolari di protezione sussidiaria, dimenticati ed esclusi dall’accesso al percorso nel circuito SPRAR, per una “discussione”. Proprio in questi giorni stiamo provando a interloquire con la Prefettura per far revocare il provvedimento di revoca dell’accoglienza in autotutela. Per ora, tuttavia, nessuna risposta. Fortunatamente collaboriamo con una rete di associazioni, tramite la quale siamo riusciti a trovare temporaneamente un posto per dormire agli sventurati. I quali però, come tutti gli ormai ex abitanti della fabbrica, non vogliono posti rimediati, pietismo e assistenzialismo: vorrebbero soltanto vedere rispettati i loro diritti, divenire “attori sociali” e vivere una vita normale, tra mura domestiche e non lamiere di amianto e flaconi di farmaci aperti e ormai tossici.

Con lo sgombero dell’ex fabbrica è andato in onda un vero circo mediatico, tra giornalisti accalcati da prima dell’alba e pronti a mandare in onda il dolore e la rabbia di chi non ha nulla, da una parte, e la passeggiata di gloria del Ministro dell’Interno, dall’altra. Ma non si può pensare che queste persone scompaiano. Come non si può pensare che le migliaia di titolari di protezione umanitaria, che in queste ore stanno uscendo dai CAS su ordine delle Prefetture territoriali, svaniscano come per magia. Queste persone si troveranno a occupare ancora, a provare a strappare i diritti che vengono loro negati a livello istituzionale. E noi saremo con loro, nel tentativo di fornire strumenti per accedere a questi diritti, ribattere colpo su colpo agli abusi di cui sono vittime tutti i giorni. Perché noi, nella dilagante guerra ai poveri dichiarata prima da Minniti ed ora da Salvini, abbiamo deciso da tempo da quale parte stare

 

di Sportello Tuteliamoci Lab! Puzzle per DINAMO PRESS

Segnalazioni a cura di Sergio Falcone

 

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