LA VERGOGNA DEL TURISMO SESSUALE CON MINORENNI, IL CASO KENIA

Quasi una ragazzina sotto i 14 anni, in ogni famiglia, nella costa turistica del Kenia aiuta la sua famiglia. Si vende, alle volte per un solo dollaro, ai turisti che affollano i villaggi turistici di Malindi, Diani, Kilifi e Mombasa.
Lo sviluppo turistico dell’area non ha portato alcun beneficio alla popolazione locale che continua a sopravvivere con poco più di un dollaro al giorno.
Secondo Dorcas Wanjiru, dell’associazione Coalition on Violence Against Women, che opera nei villaggi costieri del Kenya, l’avvio alla prostituzione delle minorenni avviene in modi diversi. “Spesso gli amici o gli stessi familiari sono coinvolti nella loro iniziazione precoce; oppure sono avvicinate da un uomo che dà loro attenzione e poche centinaia di scellini (pochi dollari) dopo il sesso”.

Molte ragazzine sono coscienti dei rischi che corrono – violenze, gravidanze malattie come l’hiv/aids, estremamente diffuso nel paese – ma non hanno altra scelta se non quella di prostituirsi. “Alla fine, prosegue Dorcas Wanjiru, tutti traggono vantaggio dal loro sfruttamento: le famiglie qualche soldo; i night club e i bar, clienti; i taxisti corse per portare i turisti dalle ragazzine o viceversa” e dunque nessuno ha interesse a denunciare, o a lavorare per cambiare la situazione.
Ai primi posti tra i clienti ci sono gli italiani che da decenni hanno fatto della zona la loro meta turistica d’elezione.

La maggior parte dei turisti sessuali ha un’età compresa tra i 45 e 65 anni. Spesso sono divorziati o pensionati che cercano di riaccendere le loro vite sessuali. Molti di essi hanno rapporti con adolescenti, percepiti, tra l’altro, come «sicuri» da Hiv. Al riguardo, Ecpat –l’organizzazione internazionale che lotta contro lo sfruttamento sessuale dei minori – sfata anche alcuni luoghi comuni: soltanto una minima parte dei turisti sessuali sono patologici, la maggior parte di essi è semplicemente in cerca di nuove emozioni, approfittando delle situazioni di miseria che incontra.

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