La vergogna della Supercoppa giocata in Arabia Saudita

Oggi, mercoledì 16 gennaio, la Juventus o il Milan vinceranno la 31esima edizione della finale della Supercoppa di Lega, la competizione meno importante del calcio stellare italiano ma anche quella condizionata in modo forse più dirompente dallo show-business della pedata. Non a caso molte delle ultime finali si sono giocate dove il circo miliardario prometteva maggiori profitti: negli Usa, in Cina, nel Qatar e perfino nella Libia di Gheddafi. Quest’anno si gioca a Gedda, in Arabia Saudita, il paese più impresentabile e insieme più intoccabile del pianeta. Malgrado l’Onu abbia definito quella subita da milioni di yemeniti come la più grave crisi umanitaria del mondo, il regime saudita può permettersi di massacrarli con le bombe fabbricate anche in Italia nella guerra – guarda caso – più ignorata del pianeta. Nella notte dell’ipocrisia dei governi, a cominciare da quello italico, sempre fiero del primato europeo nella partnership militare e affaristica, brilla la piccola straordinaria storia di una indomabile resistenza in Sardegna

Campi profughi nello Yemen. Foto Unicef

 

di Nicoletta Dentico*

Questa è una storia di bombe prodotte in Italia, bombe spacciate con l’inganno del diritto al lavoro. Questa è una storia esplosiva della peggiore politica, quella che pur di fare affari non guarda in faccia nessuno, nemmeno le leggi. Questa infine è la storia di una banca che mette in campo il proprio posizionamento sul concetto di “gestione della casa”, che poi è il vero significato della parola economia.

Cosa sta succedendo in Yemen

C’è un conflitto implacabile che da quattro anni sconquassa lo Yemen. Una guerra rimasta perlopiù nell’ombra degli interessi geopolitici che l’hanno prodotta e giustificata, salvo sortire poi dal lungo silenzio grazie alla vicenda di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita fatto a pezzi il 2 ottobre 2018 nella sede del consolato del suo paese a Istanbul, dove si era recato per formalizzare un procedura di divorzio. Il corpo smembrato del noto editorialista del Washington Post è metafora e specchio dello smembramento sociale ed economico dello Yemen sotto le bombe: vite parallele di uomini e paesi che non si possono ignorare.

Quei resti umani del saudita, ancora introvabili, rimandano agli squarci dei bombardamenti e alle viscere rivoltate dell’intera società yemenita sotto scacco per via del colera, un’epidemia come non se ne vedevano da secoli. Sulla soglia di una carestia senza precedenti – le proiezioni dell’ONU parlano di malnutrizione acuta, la versione più estrema della fame, per 400.000 bambini.Una popolazione allo stremo, insomma, ancora largamente inaccessibile, se non per le poche coraggiose presenze di uomini  e donne alle prese con la crisi umanitaria. La più grave, ci rammentano i rapporti delle agenzie internazionali, e le narrazioni giornalistiche di chi ha deciso di non voltare lo sguardo.

Foto tratta dal blog United to End Genocide

Poi c’è la corona regnante in Arabia Saudita, regista e mano del duplice scempio. C’è lo strano caso di Mohammed bin Salman (MBS), rampollo e promessa della modernizzazione della monarchia, che ha saputo gabbare la comunità internazionale con poche abili mosse di sostanziosi affari militari e roboanti operazioni di maquillage sui diritti (le donne saudite al volante). Con il piglio scanzonato che la gioventù impone, MBS ha ritenuto ammissibile nel 2015 porsi alla testa di una coalizione militare di paesi sunniti (Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar) contro le forze antigovernative shiite degli Houti in Yemen, per attizzare di fatto un nuovo conflitto internazionale contro l’Iran. Con altrettanto piglio ha poi ritenuto possibile orchestrare, con un team di 15 collaboratori – tanti ne ha contati la CIA – un’imboscata per azzittire definitivamente la voce non proprio accondiscendente del giornalista Khashoggi. Il principe ha esagerato, mettendo la comunità internazionale in imbarazzato subbuglio. Ma non demorde: il processo appena avviato in Arabia Saudita sulla morte di Khashoggi, a porte chiuse e senza citare i nomi dei sospettati, è un “un travestimento della giustizia”, commenta a ragione il Washington Post. Gli intrecci economici che legano il mondo intero all’Arabia Saudita, in barba alle ben note violazioni dei diritti umani (delle donne e non solo), sono di immensa portata e nessuno vuole veramente rompere con Riyadh. Le acrobazie narrative per scagionare il principe saudita non sono solo quelle di Donald Trump, anche se il presidente USA è sempre più alle strette: lo scorso dicembre, il Senato americano uscente ha approvato all’unanimità una risoluzione che punta alla responsabilità di MBS e invoca un’indagine urgente dell’amministrazione, per accertarla.

E l’Italia?

Di mezzo c’è anche l’Italia. Partner indiscusso dei sauditi. Alleato senza inquietudini. Le nostre relazioni spaziano dalle armi prodotte in Sardegna su procura di aziende tedesche, agli accordi per disputare là finali di calcio made in Italy, come è il caso della Supercoppa Juventus-Milan, trasmessa in diretta il 16 gennaio da Rai 1: “una partita che si gioca per un solo dio, il dio denaro, alla faccia dei molti giornalisti scrittori, pacifisti e blogger che marciscono a centinaia nelle carceri saudite”, ha chiosato il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Giuseppe Giulietti. La strategia italiana illustrata sul sito del Consolato del resto non lascia equivoci: “L’Italia è uno dei migliori partner commerciali dell’Arabia Saudita in Europa, al primo posto negli ultimi anni. Nel 2014, le esportazioni italiane verso il Regno hanno raggiunto più di 18 miliardi di Reali Sauditi ed includono principalmente macchinari industriali, prodotti raffinati e apparecchiature elettriche. Il nostro obiettivo comune è quello di raggiungere cifre ancora più grandi ed una maggiore diversificazione”.

In Sardegna c’è chi dice no

Chi mette alle strette il mondo politico italiano è un piccolo inflessibile nucleo di uomini e donne della Sardegna, il Comitato per la Riconversione della RWM Italia (dal nome dell’azienda che produce a Domusnovas le bombe esportate in Arabia Saudita e lanciate in Yemen) di cui fa parte anche Fondazione Finanza Etica, che da oltre due anni non cede di un passo, incalza battendo il tempo e creando un’onda di mobilitazione che nessuno può fermare, con risultati importanti. Un’esperienza politica che dal Sulcis Iglesiente ha lambito le pagine della stampa internazionale, e comincia finalmente a intaccare l’indifferenza del governo, se dobbiamo prendere per buone le parole pronunciate da Giuseppe Conte alla conferenza stampa di fine anno: “Non siamo favorevoli alla vendita di queste armi e quindi ora si tratta solo di formalizzare questa posizione e agire di conseguenza”.

Infine c’è una legge. La legge 185/90 che regolamenta in Italia il commercio dei sistemi d’arma secondo principi che hanno fatto scuola nel mondo, e che ora qualche parlamentare vorrebbe modificare nel corso della nuova legislatura, paradossalmente, per “migliorarne l’attuazione”. Una strada scellerata e inutile, se si vuole mettere mano alla crisi dello Yemen. Quella norma è un bastione che ha permesso alla società civile di impugnare le scelte dei molti governi incuranti delle clausole che impediscono all’Italia di esportare armi a chi viola i diritti umani ed è coinvolto in conflitti. Lo Yemen non può diventare un pretesto. La legge 185/90 va piuttosto attuata seriamente, casomai intervenendo sui decreti attuativi, in modo da restringere le maglie e ripristinare la trasparenza che abbiamo conosciuto ai tempi della Prima Repubblica. Su questo Banca Etica – la cui storia ed esistenza è molto legata alla legge 185/90 – non ha dubbi.

Se è servita la morte di Jamal Khashoggi perché il mondo squarciasse il velo del cinismo saudita fino a puntare lo sguardo sulla guerra in Yemen, l’Italia deve fare la sua parte e sospendere immediatamente le esportazioni all’Arabia Saudita, ripristinando subito la più rigorosa applicazione della legge in materia, anche laddove prevede la attivazione e il finanziamento di un fondo per la riconversione dell’industria militare.  E’ giunto il tempo di una discussione pubblica seria sull’impatto del complesso militare-industriale italiano sulla instabilità geopolitica (in particolare in Medio Oriente) e nella definizione  della politica estera e di sicurezza dell’Italia. Per non parlare solo di immigrazione…

 

Nicoletta Dentico per BANCA ETICA

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