L’acqua è vita. Erdogan e il suo esercito di tagliagole la stanno rubando ai curdi.

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Nelle regioni autonome della Siria settentrionale e orientale, che sono state occupate dall’invasione turca e jihadista, l’acqua potabile è ora una risorsa scarsa. Da quando gli islamisti hanno occupato l’acquedotto di Elok (Allouk) a est di Serêkaniyê (Ras al-Ain), sette mesi fa, per conto del governo di Ankara, la grande area di Hesekê con un milione di abitanti e quasi 30 villaggi nella regione tra Til Temir e Zirgan (Abu Rasen), è stata completamente tagliata fuori dalla rete idrica. Anche i campi profughi nella Siria settentrionale e orientale, che ospitano decine di migliaia di sfollati interni, in piena epidemia di coronavirus, sono colpiti dalla mancanza di acqua.

L’esercito turco e le milizie islamiche sue alleate hanno bloccato le forniture d’acqua potabile, hanno bombardato le reti idriche e ora stanno bruciando i raccolti.

E’ una tecnica di guerra usata anche dall’Arabia Saudita in Yemen e che ha portato alla più grande epidemia di colera mai registrata nella storia. E a migliaia e migliaia di morti. Innocenti.

Nel silenzio del cosiddetto mondo civile.

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