L’austerità uccide

Tre decenni di austerità fiscale targata Ue hanno lasciato il Sistema Sanitario Nazionale italiano impreparato ad affrontare l’epidemia di Covid. È quanto emerge da un articolo di tre economisti pubblicato sulla rivista tedesca Intereconomics nel numero di maggio/giugno in cui si esamina da vicino la connessione tra il calo della spesa pubblica per l’assistenza sanitaria in Italia e la stretta di bilancio adottata dai vari governi in carica nell’intento di adempiere ai precetti fiscali stabiliti dal Trattato di Maastricht in poi. Il paper – pubblicato dal Leibniz Information Center for Economics (Zbw, la più grande infrastruttura di ricerca al mondo per la letteratura economica) e dal Center for European Policy Studies (Ceps) – è firmato da due ricercatori della Berlin School of Economics and Law, Alessandro Bramucci e Franz Prante, e da Achim Truger, docente all’Università di Duisburg-Essen e membro del Consiglio dei cinque saggi che supporta il Governo federale di Angela Merkel nelle decisioni di politica economica.

Ripercorrendo l’andamento della spesa pubblica sanitaria dagli inizi degli anni ’90 fino ai tempi recenti, quello che emerge è un resoconto impietoso di tagli di posti letto, infrastrutture e personale sanitario. Il “contenimento dei costi” è stato fin da subito motivato dal contesto macroeconomico “caratterizzato dagli sforzi dell’Italia di soddisfare i criteri di Maastricht e i requisiti del Patto di Stabilità e Crescita che ha portato a un inasprimento complessivo della spesa pubblica”. La stessa tendenza al contenimento si è rivista in occasione della crisi finanziaria del 2008 che, di concerto con la risposta politica alla crisi dell’euro, ha messo a dura prova l’economia “facendo rientrare nell’agenda nazionale le restrizioni alla spesa per la sanità”. 

Lo studio:

L’Italia, ricordano gli studiosi, da quasi trent’anni registra avanzi primari, cioè lo Stato spende meno di quanto incassa, integrando una disciplina fiscale che nemmeno i Paesi cosiddetti “frugali” possono vantare per un analogo e così prolungato periodo di tempo. Se il debito pubblico non è mai riuscito a calare è a causa soprattutto dell’impatto della spesa per interessi. Questa attenzione quasi spasmodica a ridurre la spesa pubblica per ottenere risparmi e ridurre il debito, frutto delle regole Ue o quantomeno della loro applicazione, ha avuto un impatto diretto sui servizi sanitari offerti dallo Stato, mostrandone tutte le lacune nel periodo più drammatico della crisi Covid. “I trattati europei – spiega all’HuffPost Alessandro Bramucci, uno degli autori dell’articolo – impongono politiche di consolidamento fiscale e di rientro del debito pubblico nei parametri prestabiliti. In Italia ed in altri paesi del sud Europa questo si è tradotto in tagli alla spesa pubblica in settori di fondamentale importanza per la popolazione come appunto la sanità”.

Dai dati si nota come periodi di forte consolidamento fiscale corrispondano a periodi di restrizioni alla spesa per la sanità pubblica. “Se si guarda ad esempio all’evoluzione della spesa sanitaria pubblica pro capite a prezzi costanti (dati OCSE), si vede come questa sia stata soggetta a forti politiche restrittive nei primi anni novanta quando il paese si impegnava al rispetto dei parametri di Maastricht per entrare nell’unione monetaria. Più recentemente a seguito delle politiche di austerità che sono seguite alla crisi del debito pubblico del 2011 si è assistito ad una riduzione ancor più marcata della spesa sanitaria”, prosegue Bramucci.

Come riporta l’articolo dei tre economisti, nel periodo che va dal 2010 al 2018 la spesa sanitaria reale pro capite si è ridotta dell’8,2 percento mentre in Francia è aumentata del 17 percento e del 18 percento in Germania. “I dati a livello aggregato confermano questa differenza”, spiega Bramucci. “Mentre dal 2008 al 2018 in Francia la spesa sanitaria pubblica totale (che include investimenti, spesa per il personale, ricerca e sviluppo etc.) è aumentata in termini nominali (ovvero includendo l’inflazione) del 26 percento, ed in Germania del 44 percento, in Italia è aumentata solo del 5,33 percento (dati Eurostat COFOG)”.

Quanto al numero di posti letto per le cure intensive, anche qui si registra un declino. Si legge nello studio che “nel 1990 l’Italia aveva sette posti letto per mille abitanti, un valore vicino alla Germania e sopra la media Ue. Nel 2017, il numero di posti per le cure acute è sceso a 2,6″, mentre in Germania è rimasto sui sei posti letto. 

Alla conclusione del contributo scientifico dei tre economisti non servono chiose: “La popolazione italiana sta pagando il prezzo di politiche di bilancio restrittive prolungate nel Servizio sanitario nazionale. L’attenzione unilaterale ai vincoli fiscali e alla riduzione del debito ha privato il settore sanitario italiano di una parte importante della sua capacità di offrire una protezione adeguata alle persone. Lo scoppio della crisi sanitaria ha suonato un campanello d’allarme che non può rimanere inascoltato”.

D’altronde non si può escludere che, in caso di una nuova emergenza, la sanità vada nuovamente in crisi come accaduto a marzo e aprile scorsi nel Nord Italia: “Per evitare una situazione di questo tipo si potrebbe pensare all’introduzione di una regola aurea degli investimenti pubblici nei trattati europei, ovvero uno scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit”, aggiunge Bramucci che ricorda come da “diversi anni ci sono proposte a riguardo. Ma per far questo serve comunque una forte volontà politica a livello europeo”.

Lo studio:

Claudio Paudice per HUFFPOST

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