Le mafie ( e i loro amici ) nemiche della ricostruzione dell’Aquila

Dove c’è una calamità naturale, la mafia si tuffa a capofitto per il business del riciclaggio del denaro sporco. E i lavori di ricostruzione legati al terremoto dell’Aquila sono stati un obiettivo appetibile per le organizzazioni criminali attive nel settore della movimentazione terra, edilizia, ciclo del cemento e smaltimento dei rifiuti. La Prefettura dell’Aquila in dieci anni ha emesso circa 51 interdittive antimafia. Poi con l’avvio nel 2016 della “Struttura di missione prevenzione e contrasto antimafia sisma” del Viminale, con l’anagrafe antimafia degli esecutori, risulta che nel 2018, 2.075 erano gli operatori economici interessati alla ricostruzione, con 2 interdittive. La parola d’ordine è prevenzione e stringere le maglie per evitare i tentacoli della mafia. Facciamo il punto della situazione dieci anni dopo, con il colonnello Francesco Gosciu, capo centro della Dia di Roma.

Durante la ricostruzione post sisma in Abruzzo sono emerse forti ramificazioni e collusioni mafiose anche conclamate da sentenze giudiziarie. Colonnello Gosciu, quali sono le cosche che da subito hanno cercato di infiltrarsi nel territorio?

Il settore degli appalti pubblici è uno degli obiettivi di interesse strategico delle organizzazioni mafiose. Soprattutto in occasione di calamità naturali di grande portata, come appunto il sisma che colpì l’Abruzzo il 6 aprile 2009, che ha comportato l’avvio di imponenti attività di messa in sicurezza e di ricostruzione di interi quartieri e contesti urbani. In questo ambito, già dalle settimane successive al tragico evento sono emersi segnali di interesse da parte, innanzitutto, di elementi appartenenti a clan campani e calabresi, svelati poi nelle indagini concluse l’anno successivo.

Può citare le operazioni che ha svolto la Dia?

Con riferimento alla criminalità organizzata campana, già nel 2010 l’operazione “Untouchable” ha mostrato la politica espansionistica intrapresa fuori dal territorio di origine, da parte del clan dei Casalesi. Il loro intento era inserirsi nel settore dell’edilizia. La Guardia di finanza, al termine dell’attività, ha arrestato 6 imprenditori, che avevano costituito, per conto dei Casalesi, un “cartello di imprese” in grado di imporsi nelle gare indette per l’aggiudicazione di appalti e sub-appalti in varie province italiane, anche a L’Aquila in relazione alle commesse pubbliche per la ricostruzione. Poi nel mese di giugno 2014, la conferma della penetrazione di questo sodalizio nel territorio abruzzese si è avuta con l’operazione “Dirty Job”, condotta sempre dalla Guardia di finanza. A conclusione dell’indagine venivano arrestati 7 persone, riconducibili al gruppo Zagaria (altra articolazione del menzionato cartello dei Casalesi). Questi, tramite imprenditori edili di origine casertana, fornivano maestranze per i cantieri del capoluogo abruzzese impegnati nella ricostruzione post-sisma.

Quindi i Casalesi già nella fase emergenziale si erano insediati a L’Aquila e con l’avvio della ricostruzione imponevano il racket del pizzo agli operai?

Sì. I camorristi fornivano maestranze per i cantieri del capoluogo abruzzese impegnati nella ricostruzione post-sisma. Gli imprenditori di riferimento del clan, trapiantati da anni nella provincia aquilana, imponevano agli operai reclutati nel casertano, che venisse loro restituita la metà dei compensi, da destinare appunto al cartello dei Casalesi.

Oltre ai Casalesi, lei ha menzionato anche la ‘ndrangheta…

Come accennato, anche la criminalità organizzata calabrese ha manifestato i propri appetiti nella fase di ricostruzione. Emblematica, a tal proposito, l’operazione “Alta Tensione” conclusa dalla Polizia di Stato nel mese di ottobre 2010, a seguito della quale è stata eseguita una misura restrittiva nei confronti di 34 indagati, appartenenti ad una organizzazione reggina riconducibile ai Borghetto-Caridi-Zindato (satellite della famiglia Libri), nonché ai Rosmini e ai Serraino. Le indagini hanno confermato come la ‘ndrangheta fosse riuscita ad inserirsi anche nella ricostruzione post-terremoto de L’Aquila, disponendo di aziende operanti nel settore edile ad essa direttamente riconducibili ed esercitando costantemente una forte e pressante influenza sulle imprese operanti nel comparto, costrette ad avvalersi comunque delle prestazioni di imprese contigue alle cosche. Infatti nel successivo mese di novembre, è stato eseguito un decreto di sequestro preventivo, emesso dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria, che aveva come ad oggetto beni per un valore di 50 milioni di euro, tra cui quote di una impresa di costruzioni con sede a L’Aquila, riconducibili ad appartenenti al sodalizio in parola. Inoltre nel 2011 nel mese di dicembre, a conclusione dell’indagine “Lypas”, condotta dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di finanza dell’Aquila, sono state tratte in arresto, per associazione di tipo mafioso, 4 persone legate al mondo dell’imprenditoria aquilana. Tali soggetti avrebbero contribuito in modo rilevante alle attività, nel capoluogo abruzzese, della già menzionata cosca Borghetto-Caridi-Zindato.

Anche nel processo denominato “Aemilia” sono emersi sodalizi criminosi mafiosi nella ricostruzione post sisma a L’Aquila…

Infatti, nella nota inchiesta “Aemilia”, diretta dalla D.D.A di Bologna e conclusa nel mese di gennaio del 2015 dall’Arma dei Carabinieri, sono stati disvelati contatti tra propaggini del gruppo cutrese Grande Arcari e il cartello dei Casalesi, per la creazione di un sodalizio affaristico-mafioso da impiegare, oltre che in Emilia Romagna, anche nei lavori di ricostruzione post terremoto in Abruzzo. Mi preme sottolineare che l’ordinamento nazionale, nel corso del tempo, si è dotato di strumenti importanti che tendono ad intercettare in anticipo le possibili infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici.

Quali sono questi strumenti?

Uno è l’attenzione che il legislatore ha avuto immediatamente dopo il tragico sisma del 6 aprile 2009, intervenendo con il D.L. 28 aprile 2009 n. 39, recante “disposizioni urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo”. Di fatto ha dotato il Paese di un sistema di prevenzione delle infiltrazioni della criminalità organizzata negli interventi per l’emergenza e la ricostruzione nella regione Abruzzo, nel quale alla DIA è stata riconosciuta, nell’applicazione pratica, una funzione di centralità, con un ruolo baricentrico nell’attività di raccolta degli elementi informativi funzionali all’emissione di specifici provvedimenti prefettizi, quali l’interdittiva antimafia, il diniego di iscrizione nelle cosiddette white list e nell’anagrafe antimafia degli esecutori. E a seguito dell’adozione di una interdittiva da parte dei Prefetti – che rileva forme di inquinamento mafioso dell’azienda su cui è stato svolto l’accertamento – la società viene, di fatto, bandita dalla possibilità di ottenere appalti pubblici. In questo processo di lavoro, la DIA svolge un ruolo centrale, anche attraverso l’intervento di un organismo di controllo incardinato proprio in seno alla Direzione, l’Osservatorio Centrale Appalti Pubblici (O.C.A.P.).

Anche le istituzioni sono in questa zona grigia di intesa criminale…

Per quanto non strutturali, si sono colte evidenze anche di questo tipo, collegate però più ad episodi corruttivi che non a collegamenti diretti con le organizzazioni criminali. È quanto emerso, nel giugno del 2014, con l’operazione “Betrayal” della Polizia di Stato e della Guardia di finanza, incentrata sulle irregolarità rilevate nell’ambito delle procedure inerenti alla ricostruzione e al consolidamento di alcuni edifici ecclesiastici e di altri beni di rilievo storico-artistico, ubicati nel centro storico del capoluogo. A conclusione dell’attività sono stati arrestati 5 soggetti, tra funzionari pubblici e imprenditori, responsabili di corruzione, turbativa d’asta ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. A ottobre dello stesso anno, su disposizione del Tribunale dell’Aquila, è stata sequestrata dalla Polizia di stato e dalla Guardia di Finanza, un’area interna all’Aeroporto dei Parchi di circa 20 mila metri quadrati. Tra i 6 indagati figurano funzionari pubblici, professionisti e imprenditori, che avevano concorso alla realizzazione di una discarica abusiva sversando anche le macerie del terremoto, per realizzare l’ampliamento di una pista di atterraggio.

Come è stato possibile che interi settori dell’economia edilizia e della finanza si sono resi così permeabili ai capitali mafiosi?

Da tempo si registra una connessione tra le organizzazioni mafiose e il mondo dell’edilizia. Le attività relative all’edilizia costituiscono una vera e propria occasione di business criminale. Il comparto dell’edilizia può essere meglio indicato con la più ampia definizione del cosiddetto ciclo del cemento, che incomincia dall’estrazione delle materie prime, passa poi per gli appalti collegati all’edificazione delle grandi opere, e finisce per ricomprendere lo smaltimento dei rifiuti speciali costituiti dai materiali di risulta. All’interno del comparto dell’edilizia, le imprese mafiose si occupano soprattutto dei lavori meno specializzati e tecnologici, come il movimento terra, nel quale ciò che occorre è soprattutto la forza lavoro. Inoltre non ci dobbiamo dimenticare che la mafia veste i panni dell’imprenditore per la necessità di ripulire ingenti capitali sporchi che gli derivano dalle attività criminali classiche e che non tengono conseguentemente conto di nessuna delle regole dell’economia. L’attività di assunzione di manodopera, infatti, segna un passaggio importante per le associazioni criminale, in quanto esprimono in tal modo il controllo del territorio e il punto di forza, rispetto a quelle legali, nel non dover rispettare alcuna regola. In questo modo, le imprese mafiose si pongono in una posizione privilegiata rispetto alle aziende sane, annullando, di fatto, ogni forma di competizione e concorrenza. Non a caso, tutte le attività connesse all’edilizia (estrazione materiale dalle cave, fornitura del calcestruzzo, “nolo a caldo”, etc.) vengono considerate “a rischio”. Da qui, per limitare l’esposizione a possibili infiltrazioni mafiose, abbiamo una particolare normativa che anticipa la soglia di protezione di questi settori economici con stringenti procedure di prevenzione antimafia, alle quali, partecipa direttamente anche la DIA.

Quale attività di prevenzione?

Particolarmente efficaci ai fini del controllo risultano gli accessi ai cantieri, disposti dai Prefetti ed eseguiti dai Gruppi Interforze. Si tratta di uno strumento fondamentale per rilevare le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata anche nelle fasi di realizzazione di un’opera pubblica. Al riguardo, va evidenziato che il patrimonio informativo che viene acquisito ad esito dell’accesso confluisce, successivamente e a cura delle Prefetture, all’interno del Sistema Informatico Rilevamento Accessi ai Cantieri (S.I.R.A.C.), gestito dalla DIA per le proprie attività di analisi e di conoscenza delle complesse dinamiche criminali che insistono nello specifico settore degli appalti pubblici.

 

Anna Germoni per HuffingtonPost

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