Le ONG impongono agli stati il rispetto ( seppur in ritardo) delle leggi del mare

Poche notti fa è finita senza vittime, i migranti in difficoltà a sud di Lampedusa sono stati soccorsi ( in ritardo) dalla Guardia costiera italiana, una volta che sono riusciti a raggiungere con la loro imbarcazione le acque territoriali italiane, ma ancora una volta gli stati hanno dimostrato di non volere adempiere gli obblighi di soccorso derivanti dalle leggi nazionali e dalle Convenzioni internazionali. Per fortuna le richieste di soccorso rilanciate dalle poche ONG ancora operative nelle acque del Mediterraneo centrale hanno imposto un intervento, seppure tardivo, delle autorità italiane, come era successo una settimana fa con le autorità maltesi, “costrette” a soccorrere oltre centro migranti, dopo un ennesino rimpallo di responsabilità. Anche in questo caso per la presenza delle ONG, oggetto da anni di accuse che sinora si sono rivelate del tutto infondate.Le autorità marittime italiane e maltesi hanno persino nascosto la fonte delle prime segnalazioni di soccorso. Hanno negato un intervento tempestivo in quella che si definisce come “zona contigua”, tra 12 e 24 miglia a sud di Lampedusa, una zona soggetta alla sovranità italiana. E non hanno contribuito alle attività di ricerca e salvataggio demandate alle ONG in acque internazionali, con l’ennesimo scontro sulle competenze, derivante anche dalla sovrapposizione tra le zone SAR italiana e maltese, una questione che si trascina da anni e che l’IMO ( Organizzazione internazionale del mare) non ha mai risolto. Come si protrae la finzione di una zona SAR “libica” quando è evidente a tutti che la Libia non esiste come stato unitario, non aderisce alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e non ha una centrale operativa nazionale di coordinamento dei soccorsi. Il cd. JMRCC ( Centrale congiunta di coordinamento) che opera a Tripoli risulta operativa solo su segnalazione delle autorità italiane ( IMRCC di Roma) che ricevono segnalazioni di soccorso dai mezzi impegnati nelle missioni Nauras della Marina militare, Themis di Frontex ed Eunavfor Med.

In un comunicato della Guardia costiera italiana si è arrivati a sostenere che un soccorso da operare quando il barcone dei migranti era ormai a meno di 24 miglia da Lampedusa, dunque in quella che viene definita come zona contigua alle acque territoriali italiane, non spettava a loro, in quanto “zona SAR di competenza maltese”.
Un ulteriore esempio dell‘indirizzo politico impresso dal ministero dell’interno alle autorità navali che operano soccorso in mare, con il blocco in porto delle unità della guardia costiera ed il potenziamento dei controlli anti immigrazione in acque internazionali, soprattutto con avvistamenti aerei,affidati alla Guardia di finanza ed a Frontex. Tutto in funzione della collaborazione con la Guardia costiera libica. Un piano ben preciso esposto nei dettagli nel corso di una recente conferenza pubblica. Anche se la Libia non garantisce porti sicuri, al punto che è stato evacuato d’urgenza il personale della nostra ambasciata a Tripoli.

Mentre tutte le Convenzioni internazionali antepongono il diritto alla vita alle attività di “law enforcement”, di natura repressiva, contro l’immigrazione irregolare, per il governo italiano è più importante esibire la cd. “chiusura dei porti”, attraverso decisioni di abbandono in alto mare, piuttosto che riconoscere la doverosità delle attività SAR (Search and rescue) imposte dalle Convenzioni internazionali. Per il Protocollo contro lo smuggling allegato alla Convenzione di Palermo contro il crimine transnazionale (Protocol against the smuggling of migrants by land, sea and air) all’art. 16.3,i l’assistenza a persone in difficoltà, e in particolare a migranti senza documenti, è obbligatoria, a terra ed in mare, senza esclusione alcuna.
Si comprende sempre meglio perché era così importante allontanare le ONG che possono monitorare il comportamento delle autorità statali e denunciare i casi di mancato intervento, al limite della denuncia per omissione di soccorso. Il passaggio del ruolo operativo primario in acque internazionali, prima svolto dalla Guardia costiera, alla Guardia di finanza, esprime bene questo “cambiamento”. Adesso ci sarà da attendere una nuova offensiva contro gli operatori umanitari responsabili di una presenza che ha costretto gli stati, ed in particolare il governo italiano, a rispettare gli obblighi di ricerca e soccorso fissati dalle Convenzioni internazionali. Ormai però i cittadini solidali e le ONG non si faranno trovare impreparate e replicheranno colpo su colpo ad ogni attacco e ad ogni ulteriore diffusione di fake news sul loro operato. La resistenza sarà sempre più forte in nome della difesa del valore assoluto del diritto alla vita. Perché non si ripetano più, a causa dei conflitti di competenza, stragi come quella dell’11 ottobre 2013, la strage dei bambini.
Sarà però necessario costruire un vasto fronte che imponga decisioni politiche e prassi operative rispettose dei diritti fondamentali delle persone migranti e contrasti la criminalizzazione degli operatori umanitari che prestano loro assistenza. Occorre favorire canali legali di ingresso e forme diverse di regolarizzazione successiva a regime. Per decriminalizzare la solidarietà, e rispettare i nostri valori costituzionali, per salvare vite in mare, e per tutelare i diritti dei migranti a terra, anche di fronte al nuovo decreto legge Salvini, occorre impegnarsi anche a livello transnazionale per favorire in ogni modo la regolarizzazione delle migrazioni ed il superamento della comunicazione basata sull’odio e sulla falsificazione dei fatti.

 

di Fulvio Vassallo Paleologo per ADIF, Associazione diritti e frontiere

 

segnalazioni: rubrica a cura di Sergio Falcone

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