Le orche di Genova ci insegnano a rispettare il dolore

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C’è un momento esatto in cui è necessario lasciare andare. Sia che di tratti di un amore, di un figlio, di un lutto.

Un momento esatto in cui bisogna aprire la mano, mollare la presa e dirsi: vai, ti lascio libero di essere, esistere, respirare, morire.

Ti amo così tanto da fare la cosa più difficile, permettere che tu sia o non sia più.

Esiste un momento, un attimo preciso in cui il nostro cuore accetta la perdita.

Quell’istante di rottura non ricomponibile, quel vuoto, quel io e te, qui, non ci saremo più.

Forse saremo un’altra cosa o forse no.

La verità è che dovremmo darci tempo. Decidere noi quando siamo pronti a lasciar andare.

Dovremmo darci il tempo del dolore, il tempo di restare a guardare quel lutto, quella partenza, quella fine di una storia.

Dovremmo cullarlo, girarci intorno, danzarlo, rimanere lì e sentire.

Non c’è altro da fare che stare nella sofferenza, dentro ai tentativi di resistenza che la vita impone.

Non c’è altro da fare e gli altri dovrebbero permettercelo.

Invece, molto spesso, da quella perdita momentanea o definitiva abbiamo fretta di uscire.

Passerà. Non ci pensare. Vai avanti, hai degli altri figli, incontrerai un nuovo amore, la vita procede, pacca sulla spalla e via.

Il dolore spaventa. E la nostra società ci impone la manifestazione continua della felicità.

Invece, abbiamo bisogno di macerare, di lasciare che il corpo e il cuore tentino l’ultima resistenza.

Ne abbiamo bisogno e dovrebbe esserci concesso, fin da piccoli, come un’educazione.

Ti concedo di soffrire.

Nella mia Genova ho visto le orche. I tentativi di quella madre. Quel tenere a galla il piccolo, per giorni. Ho visto che non era sola, altre orche erano con lei.

Ho letto che è frequente tra gli animali, che almeno sette specie di mammiferi marini vegliano i cadaveri dei simili, non necessariamente i figli.

Succede alle giraffe, agli scimpanzé e agli elefanti.

A quanto pare, durante il lutto, sospendono i comportamenti abituali ed esprimono uno stato di sofferenza vegliando e tornando più volte sul corpo del loro “amato”.

Si concedono le emozioni!

Sembra che l’orca, dopo giorni, finalmente, abbia lasciato andare il suo piccolo, sembra che il gruppo sia ripartito con lei per il mare aperto.

Lei ha fatto i suoi tentativi, il gruppo di orche glieli ha concessi e non l’ha lasciata sola, anche se quei tentativi erano una follia, perché quel suo cucciolo era già morto.

Anche noi, quando abbiamo una perdita, abbiamo bisogno dei nostri ultimi tentativi, di poter attraversare la sofferenza senza che nessuno ci dica di fare in fretta.

Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi alle spalle e ci conceda quel tempo del dolore.

Solo così possiamo andare avanti. Solo dopo esserci immersi dentro alla follia inaccettabile della perdita.

Solo dopo aver attraversato quel momento di rottura.

Ecco che gli animali, ancora una volta ci insegnano come fare.

Ci insegnano a non vergognarci del dolore, a dargli il tempo giusto, a concederci il lutto, qualsiasi esso sia, che a suon di “mostrare la felicità” come fossimo davanti a uno spettacolo d’intrattenimento, dimentichiamo come si fa ad essere davvero felici.

E ci dimentichiamo che il dolore è parte integrante della nostra esistenza. E di quella felicità possibile.

Penny

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4 Responses

  1. Avatar Max ha detto:

    Ogni editoriale è davvero interessante
    Grazie per il vostro impegno.

  2. Avatar marta ha detto:

    …non solo mammiferi…io ho visto cani, ma anche uccelli, ragni e serpenti stare accanto a un compagno ferito o morto o dare tutto x difendere i piccoli…

  1. 22 Aprile 2020

    […] giorno fa, sul sito Raiawadunia, un articolo raccontava ciò che possiamo imparare (o riscoprire) sul dolore grazie al mondo animale. La vicenda […]

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