Le politiche di respingimento arricchiscono i trafficanti di uomini

L’85 per cento di chi parte dalla Libia viene intercettato dalla Guardia costiera e riportato indietro. Rinchiuso nelle carceri in condizioni disumane, spesso senza acqua né cibo per giorni, a rischio di epidemia. È così da quando l’Italia ha chiuso i suoi porti. Più di quindicimila persone che, dopo mesi di detenzione, finiscono con l’essere rimesse in mano ai loro aguzzini e naturalmente ritentano la traversata pagando di nuovo i trafficanti e alimentando all’infinito un business che adesso, per reclutare nuovi clienti nei paesi d’origine, si nutre anche di “offerte speciali” per chi, naturalmente, non ha immediata disponibilità del denaro richiesto.

“Parti ora e paghi dopo”, “Viaggia ora gratis e lavori quando arrivi in Libia”, “Porta tre amici paganti e viaggi gratis”, “Riunisci cinque persone, viaggio gratis per tutti e lavoro all’arrivo”. Non è vero che con i porti chiusi e con la stretta sulle Ong si parte di meno dalle coste africane e, soprattutto, non è vero che si muore di meno. Né a mare né a terra, che sia nel deserto e all’interno dei centri di detenzione libici (dove nessuno sa quante persone perdono la vita ogni giorno), o che sia sulle strade di montagna che hanno visto una grande ripresa dei flussi migratori. Sei morti al giorni nel mar Mediterraneo, un numero che, seppure diminuito in termini assoluti (2.275 contro i 3.139 del 2017) è più che raddoppiato in termini percentuale con una vittima ogni 14 persone che partono e la conferma della rotta dalla Libia all’Europa come la più pericolosa in assoluto. E con 136 migranti (quasi il doppio dell’anno scorso) morti sulle rotte terrestri, sul fiume Evros tra Turchia e Grecia, alla frontiera tra Croazia e Slovenia, sui sentieri delle Alpi tra Italia e Francia.

È un trend nuovo e preoccupante quello registrato nel dossier dell’Unhcr sui “Viaggi disperati”, un trend di rischi crescenti per un flusso migratorio che non si ferma caratterizzato negli ultimi sei mesi dell’anno dal vuoto nei soccorsi in mare, dai porti chiusi in Italia e dall’assenza di quell’automatico meccanismo di sbarchi e condivisione dei migranti tra gli Stati europei che Unhcr e Oim sollecitano per evitare i ripetuti casi di navi costrette a rimanere in mare per giorni in attesa dell’assegnazione di un porto sicuro. Circostanze che danno la percezione del fenomeno migratorio come emergenza quando emergenza non è. Un dato su tutti: oltre un milione di migranti arrivato in Europa nel 2015, appena 139.000 nel 2018, la metà dei quali arrivati in Spagna diventato il primo paese di approdo con oltre 65mila persone a fronte dei 23.400 sbarcati in Italia e dei 50.500 in Grecia.

Chi è stato intercettato e riportato nell’inferno libico ci riproverà affidandosi ai trafficanti perché “meglio rischiare la morte che rimanere in Libia”. Per questo l’Unhcr chiede con forza un intervento sul governo libico perché le persone soccorse non vengano sottoposte ad una detenzione immotivata e perché vengano incrementati i corridoi umanitari per portare in Europa, per vie legali, i rifugiati in condizioni di vulnerabilità: 2.404 le persone evacuate dalla Libia, sei volte di più che nel 2017 ma ancora troppo poche.

 

da REPUBBLICA

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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1 Response

  1. Guido Guidotti ha detto:

    quando ci sono abusi e chi li commette nega, bisogna mettere le telecamere. Le mettiamo noi in Italia negli asili, si possono mettere anche nei Centri di detenzione in Libia. Se Salvini è convinto che in Libia i centri siano OK, non può negare che sia attivato un controllo permanente che eviti anche gli abusi e le violenze. Se la Libia rifiuta è come una ammissione di colpa.

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