Le politiche di Salvini e dei suoi alleati in Europa hanno favorito i traffici mafiosi

Il petrolio libico, trafugato dalla compagnia nazionale del paese, finiva anche in alcuni distributori di carburanti della Sicilia che oltre ad abbattere i costi per l’acquisto della materia prima, evadevano le imposte. E’ uno degli aspetti emersi nell’inchiesta della Procura di Catania, condotta dagli uomini della polizia tributaria della Guardia di finanza, che ha smantellato un’organizzazione criminale transnazionale tra Libia, Sicilia e Malta dedita al riciclaggio di gasolio libico illecitamente asportato dalla raffineria di Zawyia (a 40 km ovest da Tripoli) e destinato, dopo miscelazione, al mercato italiano ed europeo anche come carburante da autotrazione.

Miliziani libici, società cartiere, esponenti ritenuti vicini a cosa nostra, sono gli ingredienti dell’operazione che per la prima volta in Italia si è basata su intercettazioni captate in mare tra telefoni satellitari. Uno strumento che mesi addietro, quando esplose la polemica sulle Ong nel Mediterraneo, il Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro aveva chiesto di poter utilizzare.

Nicola Orazio Romeo è ritenuto vicino alla famiglia mafiosa dei Santapaola-Ercolano e avrebbe agito in combutta con l’’amministratore delegato della MAXCOM BUNKER S.P.A., Marco PORTA (cl.1969), con i libici Fahmi Mousa Saleem BEN KHALIFA, alias “il Malem” (il capo), nativo di Zuwarah (Libia), fuggito dal carcere nel 2011 con la caduta del regime di Gheddafi ed a capo di una milizia armata stanziata nella zona costiera al confine con la Tunisia, i cittadini maltesi Darren DEBONO (cl.1974) e Gordon DEBONO. Il petrolio della National Oil company veniva prelevato dalla raffineria di Zawiya e caricato su perchereggi davanti le coste della Libia per essere trasportato a Malta. Nell’isola maltese il greggio veniva stoccato in alcune rimesse prima di partire a bordo di petroliere in direzione del porto di Augusta in Sicilia, viaggiando con documenti di accompagnamento fasulli che ne attestavano la provenienza saudita e libica.

L’organizzazione criminale mirava ad acquisire la disponibilità di un flusso continuo di gasolio libico ad un prezzo ribassato rispetto alle quotazioni ufficiali (in alcuni casi anche fino al 60%) così garantendo alla società italiana acquirente un margine di profitto costante e più elevato. Ad allertare gli investigatori un articolo del Corriere della sera sui traffici nel mediterraneo e un report delle Nazioni Unite sul “contrabbando di benzina sia dentro che fuori dalla Libia, che conduce al mercato nero e fornisce una fonte significativa di introiti per i gruppi armati locali e le reti criminali”. Gasolio non idoneo all’autotrazione, ma reso tale tramite miscelazione con prodotti chimici, dunque un prodotto scadente che in molti casi è finito nella rete di distributori di benzina siciliani “compiacenti”, soprattutto in provincia di Catania ma anche nel siracusano e nel trapanese

Alberto Sardo per Radio CL1  18 ottobre 2017

Con il venir meno di ogni pattugliamento del Mediterraneo, con l’affidarsi alla Guardia Costiera libica al centro di questi traffici, il controllo e la repressione di questi fenomeni sono stati resi praticamente impossibili

raiawadunia

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