Le ragioni della sconfitta: non basta dire solo “porti aperti”

L’intera, e lunghissima, campagna elettorale cui è stato sottoposto, e verrà sottoposto, il nostro paese si è giocata e continuerà a giocarsi principalmente sull’immigrazione. A Salvini è stato facile dominarla. e trasformarla in un referendum contro una presunta invasione islamica e criminale e il finto buonismo, definito nuovo schiavismo, di chi la sosteneva o soccorreva.

Questo non solo perché il ministro della paura ha goduto del supporto di una potente, e indisturbata, macchina di propaganda e manipolazione, dell’appoggio sostanziale dei media berlusconiani e di quelli pubblici occupati militarmente grazie all’ennesima lottizzazione della Rai.

A rendere vincente la narrazione leghista è stata soprattutto la miseria della narrazione che gli veniva opposta. I 5 Stelle hanno buttato alle ortiche il loro programma che sosteneva ben altre cose sull’immigrazione, hanno scimmiottato la vulgata salviniana e provato, inutilmente, a placarne le intemperanze eccessive. Il Pd, nei fatti, con le politiche di Minniti, e non solo, è stato l’antesignano, il vero seminatore del campo su cui è  germogliata la xenofobia e l’attacco senza precedenti alla solidarietà.

E’ rimasto in campo solo un movimento, per altro frammentato, che si è appellato ad alcuni sacrosanti valori, quasi tutti, però, impolitici. La bandiera di questo movimento è facilmente riassumibile nello slogan ” porti aperti”.

Più è stato agitato questo sacrosanto vessillo, più è dilagata, con ampia promozione, l’idea che chi la agitava altro non era che “la quinta colonna interessata di trafficanti di uomini e poteri occulti intenzionati a fare a pezzi le radici etniche e culturali del nostro paese e dell’Europa”. La cristianità era in pericolo e i nuovi crociati, poco importa cosa dica il Papa anche lui, per altro, straniero, si sono schierati a difesa del loro unico e vero profeta, il leader della Lega. L’impeto valoriale dei movimenti per l’accoglienza e i porti aperti è riuscito persino a occultare la realtà granitica di un’ondata migratoria oramai spenta da tempo. Ha, incredibile a dirsi, dato fiato a una “proposta politica” fondata sul niente visto che niente e nessuno minacciava il ” sacro suolo patrio”.

Come è potuto accadere?

Accoglienza è un valore e come tale va assolutamente difeso. Da solo, però, è pura testimonianza che poco può in un mondo di paure promosse e di percezioni volutamente contraffatte. Per restare vivo quel valore deve coniugarsi con una proposta politica e con un’analisi corretta di ciò che accade, altrimenti muore generando mostri.

Abbiamo assistito a una forte ondata migratoria figlia di più crisi in Africa occidentale, ma soprattutto del collasso provocato di un paese ricco dell’Africa mediterranea. La Libia, con la sua fiorente economia, ospitava e dava lavoro a due milioni e mezzo di africani subsahariani. Faceva da cuscinetto tra noi e un’Africa piagata da guerre e predazioni. Era nostro interesse che quella realtà restasse in piedi ma si è deciso di polverizzarla. Le bande e i clan in guerra tra loro hanno trovato nel traffico di esseri umani la loro economia di sostentamento. L’accentuarsi del conflitto tra loro ha avuto come motore anche la spartizione delle laute prebende che Italia e Europa hanno messo in campo per mantenere intatto il ruolo di frontiera tra il loro mondo e il continente africano. Invece che lavoro, lager.

Rispondere a questi orrori con il solo “porti aperti” è stata follia, “buonismo” suicida e persino poco rispettoso nei confronti di chi si pensava di aiutare.

E’ interesse dei giovani africani emigrare? Apparentemente, sì. Se vivo in un paese dilaniato dalla guerra o piagato dalla miseria  mi aggrappo ad ogni speranza. Ma la mia non è certo una scelta libera. Se potessi scegliere liberamente, vorrei vivere a casa mia. Fuggo solo perché casa mia non esiste più. Accogliere chi è stato derubato di presente e futuro è umanamente giusto, ma da solo ratifica un’ingiustizia mostruosa, quella di un intero continente che da secoli è l’emblema vivente di un mondo profondamente e mostruosamente ingiusto. Riduce ad assistiti quelli che invece pretendono ben altro che una coperta e un po’ di cibo e cioè dignità e essere protagonisti di una grande battaglia che cambi alle radici le logiche infami che dominano il pianeta Terra.

Una sinistra che fosse stata tale avrebbe impugnato la bandiera dell’anticolonialismo, avrebbe prodotto politiche e proposte per  mettere fine alla spoliazione banditesca delle risorse africane. Non lo ha fatto e ha lasciato che persino questa bandiera venisse fintamente agitata dalle peggiori destre che delle stagioni vecchie e nuove del colonialismo portano buona parte di responsabilità.

Accogliere, inoltre, è cosa maledettamente seria. Non può essere lo schifo cui assistiamo. Ospitare centinaia di migliaia di persone  tenendole ai margini, collocandole a non far niente nei già esausti imbuti delle nostre periferie è pura follia. Mette poveri contro poveri, alimenta reti criminali e insicurezza. Dire solo “porti aperti” è stato vissuto come una minaccia da milioni di italiani devastati dai colpi della crisi. Li ha fatti chiudere a riccio nella difesa delle loro poverissime briciole. E’ mancato e manca un progetto, un’idea, un piano che rendesse “conveniente” il dovere di ospitalità. E questo ci ha trasformati nel partito degli stranieri, per nulla interessato ai problemi della nostra povera gente.

E’ da questo che bisogna ripartire. Costruendo un movimento che tenga insieme tutti gli oppressi, i nostri e chi arriva da noi. Un movimento che lanci una sfida vera alle radici del problema migrazione e che sia capace di rendere visibili sia la comunanza di interessi tra i popoli dei disperati che i comuni nemici. Un movimento che sappia coniugare valori e politiche rendendo visibile che un altro mondo, più equo e più giusto, non solo è possibile, ma è maledettamente necessario.

 

Silvestro Montanaro

 

 

 

 

 

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