Le responsabilità di Italia e Francia nel disastro libico

Mentre la Libia continua a sprofondare nella guerra civile, provocata dallo sciagurato intervento militare della Nato nel marzo 2011, è sempre più palese l’antagonismo geopolitico tra Francia e Italia per mettere le mani sulle ingenti risorse naturali libiche. È in atto una competizione sfrenata tra queste due nazioni per accreditarsi come “tutor” dei libici.

Nel maggio scorso è stato il governo francese ad indire, a Parigi, una conferenza internazionale sulla Libia. Il presidente Macron era riuscito a far sedere intorno allo stesso tavolo il leader del governo di Tripoli, al Sarraj, e il capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico con base in Cirenaica, il generale Haftar. Alla fine nessun accordo è stato siglato tra le parti in conflitto, se non un vago intento informale di indire le elezioni politiche per il 10 dicembre, a cui però si sono opposti Italia e Stati Uniti.

Lo scorso novembre (12-13) si è svolto a Palermo un summit sulla Libia sotto l’egida del governo italiano, al quale hanno partecipato diverse fazioni in conflitto tra di loro. Inoltre erano presenti capi di stato e premier di diversi paesi (in particolare Egitto, Algeria, Tunisia, Turchia e Russia).

Non potevano ovviamente mancare l’Arabia Saudita e il Qatar, paesi rivali e aspiranti colonizzatori “aggiunti” – in veste beduina – del mondo arabo e di quello islamico in generale. In concreto, il vertice di Palermo non ha portato a risultati positivi sulla via della pacificazione. Tutto è stato rinviato ad un altro summit che si terrà all’inizio 2019. Il governo italiano si è vantato di essere riuscito a far incontrare al Sarraj e Haftar. Ma, come abbiamo visto, i due leader si erano già incontrati sei mesi fa a Parigi.

È da registrare, invece, l’incidente diplomatico avvenuto con la Turchia. A una riunione ristretta a margine del summit si Palermo sono stati esclusi i turchi e i qatarini. Per questo la delegazione turca ha anticipato il suo rientro ad Ankara. La mancata convocazione di questi due paesi è stata probabilmente posta dal generale Khalifa Haftar come condizione per sedersi allo stesso tavolo col suo nemico al Sarraj.

Il generale, ex esiliato negli Usa, con passaporto americano, considera la congregazione dei fratelli musulmani, sostenuta dalla Turchia e dal Qatar, come il male che affligge la Libia. E pare che il premier Conte, pur di immortalarsi in una foto ricordo con al Sarraj e Haftar – sigillando così il “successo” della sua iniziativa diplomatica –, abbia accettato il diktat di Haftar: o io o gli islamisti di Ankara e Doha! Il generale, in effetti, non ha partecipato alla plenaria del vertice, proprio per evitare di incontrarli.

Non si ricorda mai abbastanza il fatto che la crisi libica e gli effetti collaterali, tra cui l’immigrazione forzata verso l’Europa (nella Libia di Gheddafi lavoravano stabilmente 2 milioni di immigrati africani), sono le conseguenze della guerra del 2011 nei confronti di quello che era il paese più prospero dell’Africa e al quale oggi mancano la farina e l’acqua.

Né Francia né Italia né nessun altro paese Nato hanno le credenziali in regola per ergersi a facilitatori di un processo di pace perché sono la causa principale del conflitto stesso: il loro posto dovrebbe essere sul banco degli imputati.

 

di Mostafa El Ayoubi per NIGRIZIA

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

 

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