Le stupide polemiche sul ” tutti promossi “.

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Come nel famoso brano dei Tears for fears “Mad world” stiamo vivendo in un mondo pazzo, dove tante quotidianità sono andate a gambe all’aria, e così anche la scuola ha iniziato a perdere la bussola: si fa lezione nel salotto, si interroga su una piattaforma, non si è presenti, ma connessi.

Il corpo docente e i tecnici della scuola sono riusciti ad adeguarsi quasi subito, almeno nella realtà riminese. La scuola è riuscita a fronteggiare la pandemia Covid-19 attraverso uno sforzo tecnologico importante e in poche settimane si è riusciti a rivedere e risentire gli alunni, poterli quindi interrogare, continuare a fare loro lezione e magari lanciare qualche battuta per sdrammatizzare… insomma la scuola ha fatto l’upgrade!

Poi il MIUR ha lanciato la bomba: i voti valgono fino a un certo punto (al 50%?, al 20%?, non valgono…) e infine: quest’anno si valuta l’impegno, ma non si boccia! Al tutti promossi è iniziato un dibattito acceso tra i docenti e nell’opinione pubblica che ha instillato una forte analisi in Vincenzo Aulizio, docente di lettere al Valturio di Rimini, poiché «questo periodo sospeso/pazzo dovrebbe essere vissuto anche attraverso una riflessione sul nostro lavoro che ci porti, almeno nelle aspettative, a poter migliorare la nostra professione, dico di più: il nostro status. Ho quindi accettato il tutti promossi come una provocazione – spiega – che possa andare al di là della situazione attuale, insomma, un diktat per i secoli dei secoli, amen».

Che domande si è posto il corpo docenti alla notizia del “tutti promossi”?

«La prima è stata: Come posso fare lezione se non posso valutare e soprattutto bocciare? Ma facciamo un passo indietro: negli ultimi anni l’insegnante della scuola secondaria di secondo grado (quella che conosco meglio) ha ricevuto moltissime direttive in merito alla valutazione – racconta Aulizio –: bisogna dare tanti voti a quadrimestre quante sono le ore settimanali che si passano con quella classe, non uno di meno; i voti possono assumere un valore percentuale; ci sono griglie di valutazione da rispettare pedissequamente; anche le virgole diventano essenziali (un 5,9 non è per forza un 6!). Questo ha creato stress, gli insegnanti hanno iniziato a rincorrere in modo sempre più sistematico le valutazioni e gli alunni. Inoltre a questa situazione di per sé frenetica si è aggiunta la spada di Damocle dell’INVALSI che si è trasformato da fotografia della situazione scolastica reale del paese (capace di tracciare i territori in difficoltà per poi intervenire con risorse umane e economiche) in una sorta di pubblicità/passerella della scuola: migliori sono le valutazioni, più alto è il prestigio della scuola. E questo ha portato i docenti a preparare i ragazzi attraverso test che diano modo agli scolari di non toppare alle prove INVALSI: ne va del buon nome della scuola!».

«E ora torniamo alla domanda precedente: Come posso fare lezione se non posso valutare e soprattutto bocciare? Tra noi insegnanti (non tutti per carità) gira, a mio parere, un falso mito: quello secondo cui senza la paura della bocciatura e del brutto voto gli studenti non ci ascolteranno, anzi, peggio, non ci rispetteranno. I 2 sul registro e le note disciplinari sono sgabello e frusta per noi insegnanti/domatori, senza queste armi non abbiamo nessun potere in classe; ed è questo che molti professori oggi lamentano a proposito del “tutti promossi” indicato dal MIUR».

Come suggerisce invece di affrontare la situazione?

«Vorrei provare a rispondere alla difficile domanda con alcune riflessioni: io penso che un insegnante abbia il dovere di fare qualcosa in più rispetto a dare dei voti; certo la valutazione è importante, ma non è tutto, anzi potrebbe essere una piccola parte del fare Scuola».

«Innanzitutto perché la Scuola non è (almeno in Italia) meritocratica, le cifre parlano chiaro: bocciamo i figli degli operai e degli immigrati, sono loro che perdiamo durante l’iter scolastico (e in questo momento sono loro che più difficilmente sono stati raggiunti dalla didattica a distanza). La scuola in questo modo diventa classista, ovvero diamo i 2 a chi parte con debolezze e lacune, bocciamo chi proviene da situazioni di disagio, in pratica cristallizziamo le situazioni di partenza e questa non è una mia opinione, è statistica. Inoltre lo stesso voto è diventato un fardello pesante per i ragazzi, che non vogliono più sapere dove hanno sbagliato, ma solo come tornare a essere un voto decente».

«E ancora credo fortemente sia necessario, che l’insegnante, citando Romano Luperini, si riprenda il ruolo di intellettuale, uno status che stiamo abbandonando, trasformandoci in burocrati, erogatori di voti, numeri, sentenze. Ma io credo che noi siamo di più, siamo stunt-man, usando una metafora cara ad Eraldo Affinati, siamo ormai gli unici soggetti della società che compiono il lavoro più pericoloso, quello che non vuole fare più nessuno: educare, rimproverare, dare valori, avere pazienza, dare tempo».

«Non possiamo pensare che senza il voto e la bocciatura allora tutto vada a gambe all’aria. Capisco il disappunto per regole cambiate in corsa, ma non per questo il mio ruolo può o deve essere sminuito, anzi, è proprio adesso che possiamo dimostrare di essere intellettuali che scendono in campo, possiamo dare un senso più alto alla scuola: chiediamo ai nostri ragazzi come stanno, chiediamogli di riflettere, metabolizzare paure e angosce, tentiamo di fare loro leggere i grandi classici che hanno descritto momenti travagliati della storia, vediamo se veramente la letteratura è in grado di farci interpretare il mondo ed eventualmente di migliorarlo, come ci chiedeva Tzvetan Todorov».

Hello teacher tell me what’s my lesson. Look right through me, look right through me. Così si chiude “Mad World”.

Irene Gulminelli per CHIAMACICITTA’.IT

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