LE VERE CAUSE DELL’ EMIGRAZIONE AFRICANA: IL CACAO DELLA COSTA D’AVORIO

La Costa d’Avorio è il primo produttore mondiale di cacao, ma chi lo coltiva sopravvive con poco più di un dollaro al giorno. E quella produzione lascia al paese profitti bassissimi, intorno al 5%.
I profitti veri vanno a gruppi come Barry Callebaut e Cargill, che insieme si occupano di quasi il 50% della macinazione del cacao mondiale, e ai colossi del cioccolato lavorato, a partire da Mars, Mondelez, Nestlè, Ferrero, Hershey e Meiji.
A questi gruppi, inoltre, conviene pagare il meno possibile la materia prima, cioè le fave di cacao. Il loro controllo dei mercati, la loro politica di allargamento della gamma dei fornitori, hanno portato la produzione delle fave di cacao a livello mondiale a livello da record. Nel 2017, si è registrato un +18% nella produzione globale. In Costa d’Avorio, che è il primo produttore al mondo, si è quasi raggiunto il record storico di 2 milioni di tonnellate di prodotto. Eccezionale…
Ma la logica del mercato non è quella del contadino. Ed è tanto semplice quanto impietosa: se l’offerta di un prodotto aumenta e la domanda non cresce altrettanto il prezzo di quel prodotto non può che scendere. È quello che sta capitando al cacao. La domanda mondiale cresce, ma con un più modesto +3,7% non tiene il ritmo della produzione. Quindi 371mila tonnellate di fave della stagione 2016-2017 sono destinate a finire in magazzino. In un anno le quotazioni internazionali sono precipitate di un terzo sul mercato europeo e di un quinto su quello americano. I contadini della Costa D’Avorio, dopo un anno di duro lavoro, dovranno stringere ancor di più la cinghia e tentare di recuperare profitti moltiplicando la produzione. Un circolo vizioso dagli effetti devastanti ad ogni livello.
«Le fitte foreste della Costa d’Avorio e gli animali che le popolano stanno scomparendo a grande velocità a causa delle piantagioni illegali di cacao». Lo rivela un nuovo rapporto, dal titolo “Dark Chocolate’s Secret” , realizzato dall’organizzazione non governativa Mighty Earth, che denuncia come una grande quantità di cacao utilizzato dalle principali aziende produttrici di cioccolato come Mars, Nestlé, Ferrero, Lindt e Cadbury, è coltivata illegalmente nei parchi nazionali e in altre aree boschive tutelate nel Paese leader mondiale della produzione di cacao.
L’organizzazione ambientalista sostiene di aver scoperto una lunga catena di sfruttamento del cacao “illegale” proveniente da zone protette e parchi nazionali, seguendo il percorso di questo cacao fino alla vendita ai grandi nomi dell’industria del cioccolato, vendita che viene gestita dalle maggiori aziende agroalimentari, come Olam, Cargill e Barry Callebaut, che insieme controllano circa la metà del commercio globale del prodotto.

Nel paese primo produttore mondiale di cacao, poi, incredibile ma vero, i bambini non mangiano cioccolata. Se ne trova raramente solo in qualche supermercato, ma a prezzi proibitivi. Un vasetto di Nutella da 500 grammi può arrivare a 13 euro di costo…
La materia prima è sempre meno pagata, il prodotto finito realizzato con essa resta inaccessibile.
Chi controlla ferreamente questa spaventosa macchina capace di enormi profitti da una parte e spaventose ingiustizie sono i gruppi industrial- finanziari europei e americani del settore alimentare. Gli stessi che più volte si sono opposti a ogni tentativo di trasformazione in loco delle fave di cacao in prodotto finito. E che è probabile si opporranno all’ennesimo tentativo in corso di produzione di cioccolato ivoriano.
Avere materie prime, e doverle vendere per giunta a prezzi decisi altrove, non produce ricchezza se non per pochi.
Avere materie prime e non trasformarle in prodotto finito significa non intraprendere mai la strada dello sviluppo e non offrire occupazione alla propria gente.
Questo è ciò che accade “ normalmente” nel continente per eccellenza delle materie prime, soprattutto quelle più rare, cioè l’Africa. Un continente cui è proibito ogni sviluppo.

 

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