L’economia blu può salvare il pianeta

Si è conclusa la settimana scorsa a Nairobi la prima Conferenza internazionale di alto livello sull’economia blu sostenibile, cioè l’economia basata sulle risorse in diverso modo legate all’acqua, quella degli oceani soprattutto, ma anche quella dei fiumi e dei laghi.

La conferenza, organizzata da Kenya, Canada e Giappone, ha visto la partecipazione di 184 paesi e di quasi 19mila persone. Nei tre giorni dei lavori (dal 26 al 28 novembre) si è discusso di un’economia blu sostenibile, così da garantire uno sviluppo inclusivo e duraturo per tutti, fine ultimo dell’Agenda 2030, approvata nel 2015 all’Onu, da oltre 150 paesi. Tra i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile elencati, il 14° è dedicato in modo specifico al mare: “Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”. Si inquadrano nella cornice degli obiettivi dell’Agenda 2030 anche gli altri temi dibattuti nella conferenza: assicurare che le acque siano sane e produttive e le comunità costiere e rivierasche siano sicure e resilienti.

I primi interventi

Sono obiettivi da cui dipende il nostro futuro comune e che possono essere raggiunti solo con la collaborazione e partecipazione di tutti gli attori coinvolti, sottolinea la dichiarazione d’intenti finale. Di fronte alla necessità di proteggere le risorse marine per poter promuovere un’economia blu sostenibile, durante la conferenza sono stati resi noti impegni da parte di un numero limitato di paesi e di istituzioni internazionali.

Diversi riguardano la salvaguardia della salubrità delle acque e in particolare la lotta contro gli scarichi in mare di materiali tossici, di plastica, di microplastiche e di rifiuti di ogni genere. Parecchi anche gli impegni per la sicurezza del mare. Sottolineato anche l’interesse ad incrementare la produzione di energia pulita sfruttando le onde del mare. Mentre un pugno di isole – Bahamas, Tonga e Seychelles – dichiarano che miglioreranno la protezione delle proprie riserve marine e le amplieranno. Un elenco di buoni propositi, ma complessivamente non molto, almeno per ora.

L’Europa insegna

Eppure l’utilizzo delle risorse marine dà un contributo ragguardevole all’economia globale. Secondo dati diffusi dal WWF, genererebbe globalmente 2,4 trilioni di dollari all’anno, dalla combinazione di pesca, turismo, allevamento acquatico, trasporti via nave e molto altro. Vella Karmenu, commissario europeo per l’Ambiente, gli Affari marittimi e la Pesca, nel suo discorso alla conferenza ha detto che l’economia blu genera annualmente in Europa 566 miliardi di euro e dà lavoro a 3 milioni e mezzo di persone in diversi settori: il turismo nel Mediterraneo, le piattaforme per la produzione di energia dalle onde sulle coste dell’Atlantico, gli impianti per la lavorazione del pesce nel mar Baltico, i campi offshore per la produzione di energia eolica nel Mare del Nord, solo per fare alcuni esempi.

L’Unione europea sarebbe pronta a sostenere anche l’economia, compresa l’economia blu, in Africa, con un’alleanza che potrebbe creare 10 milioni di posti di lavoro nei prossimi 5 anni. Un esempio potrebbero essere gli accordi di partnership per una pesca sostenibile (Sustainable Fisheries Partnership Agreements) che l’Unione europea ha con diversi paesi africani, dal Marocco alle isole Mauritius, dal Senegal alle Seychelles, alla Guinea Bissau. Karmenu ha anche accennato alla necessità di adottare per le risorse marine un paradigma ben diverso da quello di sfruttamento intensivo che si è usato per quelle terrestri. E ha ricordato alcune leggi europee per la regolamentazione della pesca e in generale per una gestione responsabile delle risorse marine.

Pericolo speculatori

Preoccupazione per l’attuale modello di sviluppo dell’economia blu, emerge dalle osservazioni di Pavan Sukhdev, presidente del WWF internazionale. “L’approccio economico prevalente all’uso delle risorse degli oceani e delle zone costiere chiaramente non funziona… Stiamo sfruttando il capitale naturale, compreso quello degli oceani, ad un tasso che è palesemente non sostenibile”, dice in un articolo su The East African del 1° dicembre dal titolo chiarissimo: “Un’economia blu sostenibile richiede un sistema che scoraggi gli speculatori privati”. Ed è questo l’impegno che i partecipanti, in particolare i rappresentanti dei governi, dovrebbero portare a casa alla fine della conferenza.

La Sukhdev sottolinea anche come lo sviluppo di un’economia blu sostenibile sia particolarmente interessante per l’Africa, dove 38 paesi su 54 si affacciano sulla costa, dove il 90% di tutti i commerci avvengono per via d’acqua e dove aumenta la dipendenza delle comunità costiere dai diversi ecosistemi marini. È chiaro, aggiunge, che l’approccio allo sviluppo dell’economia blu è importante anche per raggiungere gli obbiettivi posti dall’Agenda 2063 dell’Unione Africana che prevede la trasformazione socio economica del continente nei prossimi 45 anni. Intanto il Kenya si pone come paese chiave nel settore, candidandosi per ospitare il Centro africano di ricerca per l’innovazione verso un’economia blu sostenibile.

 

Bruna Sironi per NIGRIZIA

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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